La precarietà del vivere e la definitività della morte contraddistinguono la nostra umanità. La consapevolezza della finitezza dovrebbe spingerci a dare il giusto valore al nostro tempo, ad impiegare al meglio i talenti e sollecitarci al discernimento per comprendere la preziosità dei giorni che ci sono concessi.
La morte è il sugello definitivo di quello che siamo stati, di come abbiamo vissuto e al contempo possiede la capacità di sottrarci alla polemica del contingente e consegnarci al giudizio severo e misericordioso della storia.
Il Cardinale Camillo Ruini, nei giorni scorsi, è ritornato alla Casa del Padre. La sua morte chiude una delle stagioni più dense, influenti e controverse della storia recente della Chiesa italiana. Il rispetto dovuto dinanzi alla morte non obbliga al silenzio della coscienza e non cancella il diritto di riflettere su ciò che è stata la sua vita, anzi lo rende ancor più necessario. La storia pretende la verità e insieme agli elogi, spesso formali e di circostanza, è inevitabile anche il bilancio critico su una personalità così complessa, che ha esercitato a lungo una grande influenza sulla vita sociale, culturale, politica e religiosa del nostro Paese.
Camillo Ruini ha incarnato a lungo una Chiesa desiderosa di rimanere protagonista nella società italiana, in un tempo segnato da profondi cambiamenti e dalla secolarizzazione. Come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) è stato il maggiore regista della ristrutturazione della presenza cattolica nello spazio pubblico. Con il crollo della Democrazia Cristiana e la fine del collateralismo con il partito cattolico, ritenne che fosse necessario imboccare la prospettiva di una Chiesa pensante, capace di orientare la politica attraverso principi, alleanze culturali e politiche e visibilità mediatica.
Ruini insomma non è stato solo un uomo di Chiesa, ma un “politico della fede”, che ha inciso profondamente nel dibattito culturale e perfino legislativo.
Come cattolico ho fatto fatica a riconoscere nella sua azione episcopale il progetto di Chiesa delineato nel Concilio Vaticano II e negli insegnamenti di Papa Giovanni XXIII, l’idea di partire cioè da quanto unisce gli uomini, è condiviso e comune ai diversi, prima di soffermarsi su quanto divide, sui cosiddetti “valori non negoziabili”. Sotto la sua guida le comunità cristiane hanno assunto come criterio ispiratore della propria azione ecclesiale e dell’impegno sociale del laicato un angolo visuale parziale, restrittivo, discutibile e per certi versi arbitrario rispetto all’infinita ricchezza del Vangelo e della Dottrina Sociale della Chiesa. Tanto più che nello sbandierato elenco di “valori non negoziabili” molti sono stati esclusi o nella migliore delle ipotesi posti in secondo piano. La Parola di Dio va invece accolta e incarnata integralmente, senza classificazioni arbitrarie e di convenienza.
Come cattolico non ho condiviso la stagione di quella che è stata definita la progressiva politicizzazione della testimonianza ecclesiale e il tentativo di trasformare la Chiesa e la CEI in un soggetto politicamente schierato, più vicina ad alcuni schieramenti rispetto ad altri. Una Chiesa che si lascia identificare con una parte sola, smette di essere segno profetico del Regno di Dio e non parla più a tutti gli uomini senza distinzioni. Il Vangelo poi non può coincidere con il programma politico di uno schieramento, destra o sinistra indifferentemente, e non può essere arruolato per combattere battaglie che non gli appartengono.
Come cattolico non ho condiviso i tanti silenzi della CEI da lui guidata sulla condotta personale, moralmente riprovevole, di alcuni leader politici in cambio di tutele legislative e privilegi, l’omertà sul caso di Emanuela Orlandi e l’insabbiamento dei drammatici abusi del clero, la pedofilia, che ebbe a liquidare come un attacco esterno volto a “sradicare la fiducia nella Chiesa stessa”. Un atteggiamento agli antipodi del Vangelo, nel quale Gesù condanna durissimamente lo scandalo verso i più piccoli, invocando la pena radicale della macina al collo per chi se ne rende responsabile.
Come cattolico non ho condiviso il piglio autoritario con il quale ha represso il dissenso interno alla CEI, nel clero e nell’associazionismo laicale, imponendo una visione di chiesa e di cristianesimo fortemente arrembante, ma incapace di un dialogo serio e costruttivo con le diverse componenti del tessuto sociale del nostro Paese. Sotto la sua presidenza della CEI si è consumato quello che è stato definito “lo scisma silenzioso”, l’allontanamento senza rumore di tanti fedeli, i quali non si sono più sentiti parte di una comunità accogliente e vicina agli ultimi ed hanno visto la sostituzione sempre più netta della pastorale con la militanza.
Come cattolico non ho condiviso le aspre critiche rivolte da Ruini a Papa Francesco per aver fatto uscire dal linguaggio della Chiesa i cosiddetti “valori non negoziabili” e aver scelto un approccio pastorale e improntato alla misericordia. Bergoglio non ha mai messo in discussione i principi evangelici e la dottrina cattolica, ma il suo pontificato è stato tutto nel solco del Concilio Vaticano II: i valori non si negoziano, le forme del loro annuncio sì. È qui che è emersa la distanza tra due visioni molto differenti: da una parte una Chiesa espressione delle periferie del mondo e dall’altra invece bastione della conservazione politica e sociale.
Come cattolico sono convinto che la vita di ogni persona ha un valore inestimabile, è più grande delle idee professate, delle letture individuali della storia e non si può ridurre a quanto non si è condiviso. Camillo Ruini è comparso davanti a Dio, che lo ha giudicato con la verità che illumina e la misericordia che salva, sicuramente stimando decisivo più il suo sforzo quotidiano di assomigliare a Cristo Buon Pastore che la sua vicinanza al potere e le battaglie culturali di cui si è reso protagonista.