Domenica, 19 Luglio 2026 06:05
Paolo Borsellino, il ricordo di un giorno che non si dimentica
Ci sono date che appartengono alla storia di un Paese, ma che allo stesso tempo restano custodite nella memoria personale di ciascuno di noi. Il 19 luglio è una di queste. Ricordo quel giorno come fosse oggi. Ero con mia madre e mia sorella nella casa estiva di mia nonna, a Monte Pilorci. La notizia arrivò improvvisa e sconvolgente: Paolo Borsellino era stato assassinato. Anche senza comprendere fino in fondo la portata di quell'evento, si avvertiva che l'Italia aveva subito una ferita profonda. Alle 16:58 del 19 luglio 1992, in via Mariano D'Amelio a Palermo, un'autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Erano trascorsi appena 57 giorni dalla strage di Capaci, nella quale avevano perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Quelle stragi rappresentarono l'attacco più violento mai sferrato da Cosa Nostra contro lo Stato.
Borsellino e Falcone avevano scelto di combattere la mafia attraverso la conoscenza dei suoi meccanismi, il rigore delle indagini e la forza della legge. Il loro lavoro al maxiprocesso di Palermo aveva segnato una svolta storica, dimostrando che anche un'organizzazione criminale potente e radicata poteva essere colpita. Ma ricordare Borsellino oggi significa andare oltre la commemorazione. Significa interrogarsi su come la mentalità mafiosa possa manifestarsi anche lontano dalle grandi organizzazioni criminali e dalle immagini delle stragi. La mafia non è soltanto violenza, armi o grandi traffici. Può assumere forme più sottili: il ricorso alla paura per ottenere consenso, l'assenza di trasparenza delle istituzioni, l'omertà davanti ai soprusi, l'idea che le regole valgano meno delle relazioni personali.
Non significa attribuire etichette a intere comunità o a persone senza prove, ma riconoscere quei comportamenti che indeboliscono la libertà e la democrazia. Anche in una realtà come Sezze, come in tanti paesi italiani, la difesa della legalità passa dalla capacità dei cittadini di non accettare come normale ciò che normale non è. Una comunità è più forte quando pretende trasparenza, quando rifiuta i privilegi costruiti sulle conoscenze e quando trova il coraggio di non rimanere in silenzio davanti alle ingiustizie. Ricordare Paolo Borsellino non significa soltanto guardare al passato, alle immagini drammatiche di una stagione in cui lo Stato veniva sfidato con il sangue. Significa chiederci quale società vogliamo costruire oggi. La sua eredità non è soltanto nelle indagini, nelle sentenze o nei libri di storia.
È nelle scelte quotidiane di ognuno di noi: nella capacità di non voltarsi dall'altra parte, nel coraggio di chiamare le cose con il loro nome, nel rifiuto di ogni compromesso con chi pensa di poter imporre la propria volontà attraverso il timore o il favore.
Dal ricordo di quel giorno a Monte Pilorci, vissuto accanto a mia madre e a mia sorella con lo sgomento di una notizia che sembrava impossibile, nasce ancora oggi una domanda: quanto siamo disposti a difendere la libertà, la dignità e la giustizia nella nostra vita quotidiana? Forse è proprio questa la lezione più grande lasciata da Paolo Borsellino: la mafia si combatte nei tribunali e nelle istituzioni, ma anche nelle coscienze delle persone. E il modo più autentico per onorare chi ha sacrificato la propria vita per la giustizia è scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
Pubblicato in
Attualità
Domenica, 19 Luglio 2026 05:56
Remigrazione, identitarismo e razzismo
Remigrazione è parola nuova, impostasi all’attenzione del dibattito politico prima europeo e poi italiano grazie alle destre estreme, radicali e neofasciste che vanno raccogliendo sempre più ampi consensi all’interno delle nostre democrazie.
Le parole non sono mai neutre e remigrazione non è un termine uscito dal nulla, uno slogan elettorale, particolarmente efficace, o un meme digitale divenuto virale, quanto piuttosto l’ultima versione del pensiero razzista, frutto di elaborazioni teoriche e di mascheramenti semantici, la veste ipocrita che da una parte nasconde e dall’altra rende accettabili idee e posizioni politiche antidemocratiche, disumane e negazioniste dei diritti fondamentali dell'uomo
La remigrazione ha assunto oggi il carattere di una mobilitazione politica dalla forte connotazione identitaria, che si fonda su una lettura della dinamica demografica in chiave di “sostituzione” e sicuramente intercetta paure diffuse. Tuttavia attecchisce poiché c’è una domanda diffusa da parte della maggioranza dei cittadini di ordine e governo del fenomeno migratorio, rimasta in larga parte insoddisfatta in questi anni. Il nodo non sta nella fondatezza e legittimità di questa domanda, ma nell’efficacia reale della proposta delle destre identitarie e sovraniste, nel loro promettere soluzioni semplici e in apparenza definitive a problemi complessi. Meno stranieri, più espulsioni, maggiore sicurezza sono slogan che conquistano facili consensi, ma non costituiscono di fatto una strada percorribile e concreta per governare le migrazioni.
Spetta alle forze democratiche e progressiste fare chiarezza, agire con determinazione e soprattutto non avere timore di affrontare le questioni, ricorrendo a facili scorciatoie o lanciando inutili e sterili anatemi.
Nel suo significato originale la parola “remigrazione” indica un emigrato che sceglie di tornare a casa, nel proprio Paese d’origine, magari dopo anni trascorsi all’estero, con il desiderio di riabbracciare la famiglia, investire i risparmi, ricominciare lì dove tutto era iniziato. Si tratta dunque di una scelta libera, personale, volontaria. Tuttavia questo sostantivo, che il nostro vocabolario avrebbe consegnato a un destino neutro, il migrare di nuovo, il tornare, è diventato una delle parole più rumorose e scottanti del dibattito pubblico, poiché identifica un progetto radicale inaccettabile, basato su criteri etnico-razziali e “culturali”, che costituisce una minaccia letale ai principi della civiltà giuridica, sanciti da tanti trattati internazionali e dalla nostra Costituzione.
Il merito, se così vogliamo definirlo, di aver messo al centro della discussione politica la remigrazione è in larga parte del generale Vannacci e del suo movimento denominato Futuro Nazionale, che ne ha fatto il pilastro della sua proposta programmatica: il ritorno, incentivato quando va bene e coatto quando va meglio, degli immigrati e perfino dei loro discendenti nei paesi d’origine. La proposta si completa con la previsione di tetti percentuali alla presenza straniera nel nostro Paese, con l’istituzione di nuovi centri di permanenza, la stipula di accordi per i rimpatri e non ultimo con la possibilità di revocare la cittadinanza. Si tratta di un impianto rispetto al quale giuristi e studiosi nutrono fondati dubbi di compatibilità costituzionale, ma che funziona benissimo dal punto di vista mediatico: parole semplici, radicali e facilmente memorizzabili. Si danno risposte a paure reali e si indicano soluzioni che in realtà sono solo apparenti a problemi veri.
Il nostro Paese è cambiato profondamente. Oggi il fenomeno migratorio non rappresenta più un’emergenza, ma una componente strutturale della nostra società. Pensare di affrontarlo con la remigrazione significa dare una lettura minimalista e miope della realtà. Ridurre le presenze straniere, restringere i canali legali e rafforzare le espulsioni sono proposte semplicistiche, incapaci di reggere alla prova dei fatti. Peraltro limitare drasticamente gli ingressi regolari non elimina i flussi, ma li sposta verso l’irregolarità e produce meno controlli, più sfruttamento, più invisibilità. Il nostro poi è un è un Paese che invecchia, che fa pochi figli e perde popolazione. Il calo viene in parte compensato proprio dalla presenza straniera.
Interi settori della nostra economia, dall’agricoltura all’edilizia, dalla ristorazione all’assistenza, si reggono grazie ai lavoratori stranieri. Una parte consistente dell’irregolarità non nasce ai confini del nostro Paese, ma all’interno, riguarda persone entrate regolarmente che, nel tempo, hanno perso i requisiti per restare. Puntare su espulsioni e rimpatri significa intervenire a valle del problema, dare una risposta identitaria senza mettere in campo una strategia di governo e di risoluzione delle cause strutturali.
Intervenire su un aspetto sensibile poi come la cittadinanza, prevedendone finanche la revoca, produce ripercussioni rilevanti sul modello di appartenenza, di convivenza e sui diritti e le responsabilità delle persone. Quando si inizia a distinguere tra chi “appartiene” e chi “non appartiene” il passaggio dal “linguaggio” alla “violenza” è breve.
Le organizzazioni impegnate nel soccorso e nell’accoglienza non sono un problema, ma devono essere considerate una componente essenziale per arrivare all’integrazione, condizione essenziale di stabilità. Una società che integra male non diventa più ordinata, ma più fragile.
Governare le migrazioni significa costruire canali legali credibili, ridurre l’irregolarità, investire sull’integrazione e rafforzare la cooperazione internazionale.
Infine è innegabile che esiste un problema grande di gestione dell’immigrazione, ma è conseguente alle storture prodotte dalla legge Bossi-Fini, che evita di governare il fenomeno e si limita a trasformare ogni immigrato in un potenziale irregolare, alla mercè di ogni forma di sfruttamento e di utilizzo da parte della criminalità organizzata.
La sfida è affrontare la complessità, non aggirarla, con idee e proposte concrete e non limitarsi a slogan che tornano utili soltanto in campagna elettorale per confondere i cittadini e lucrare facili consensi.
Pubblicato in
Riflessioni
