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Entrare nel Museo comunale di Sezze, in un luogo che porta i segni di una storia antica, ha contribuito a creare un'atmosfera particolare. Le pietre, gli ambienti, le parole hanno fatto lentamente arretrare il presente. Era il 18 agosto 2026, ma mentre Giancarlo Loffarelli introduceva la lettura integrale e continuata de Il nome della rosa, presentata da Emiliano Campoli, sembrava quasi di attraversare una soglia.

Anno del Signore 1327. Siamo davanti all'ingresso dell'abbazia.

Da qui Loffarelli ci ha condotti dentro uno dei problemi centrali del romanzo, dal nominalismo all'universalismo, dal nome alla cosa, e quindi alla domanda che attraversa l'opera di Eco: che cosa possiamo veramente conoscere della realtà?

Dietro Guglielmo da Baskerville incontriamo Guglielmo da Ockham. Il nominalismo mette in discussione la pretesa che i concetti universali siano la realtà stessa: il nome non è la cosa.

Eco trasforma questa intuizione in metodo. Guglielmo osserva gli indizi, formula ipotesi, verifica e, quando i fatti lo smentiscono, corregge la propria interpretazione. Non rinuncia alla verità: rinuncia alla pretesa di possederla.

Il dogmatico dice: «La verità la possiedo». Il nichilista: «La verità non esiste». Guglielmo risponde: «La verità va cercata».

Qui arriviamo a un secondo livello della lezione. Nel 1981 il gesuita Guido Sommavilla, sulle pagine de La Civiltà Cattolica, definì provocatoriamente quella di Eco una forma di «allegro nominalismo nichilistico». Se possediamo soltanto i nomi e nessun nome ci conduce a una verità stabile, il rischio è che dietro le parole finisca per scomparire ogni verità.

Un terzo livello ci porta fino a Carlo Sini. La questione diventa ancora più radicale: noi conosciamo il mondo attraverso segni, parole, interpretazioni e pratiche. Non possiamo uscire completamente dal linguaggio per osservare una realtà “nuda”. Possiamo però evitare di confondere la nostra rappresentazione della realtà con la realtà stessa.

Ed è proprio da queste profondità filosofiche che possiamo tornare al primo livello, quello più semplice e pragmatico.

Adso non conoscerà mai il nome della ragazza con la quale vive la sua sconvolgente esperienza d'amore. Di lei non rimane neppure il nome. Eppure quella ragazza è esistita. Il corpo, l'incontro, l'emozione erano reali.

Il paradosso è affascinante: della rosa rimane il nome; della ragazza non rimane neppure quello. Ma la ragazza era vera, non nominale.

Ed è forse la lezione più attuale di Guglielmo. Ogni giorno siamo raggiunti da milioni di parole, immagini, titoli, post e notizie che pretendono di raccontarci la realtà. Mai come oggi dobbiamo evitare di confondere il nome con la cosa, la rappresentazione con il fatto, l'affermazione con la verità.

Occorre allora applicare il metodo di Guglielmo: osservare, dubitare, confrontare, verificare e, quando i fatti ci smentiscono, avere il coraggio di correggerci.

Perché il dubbio non è rinuncia alla verità. È, spesso, la condizione necessaria per cercarla e saperla discernere.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

 

Pubblicato in Eventi Culturali