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Un condizionatore acceso è diventato il simbolo dei nostri stati. Con la temperatura che sfiorano e spesso superano i 40 gradi, le persone sono costrette a chiudersi in casa, abbassare le tapparelle e tenere acceso il climatizzatore per ore.
Ma è davvero questa l'unica risposta al caldo estremo?
Le onde di calore non sono più un evento eccezionale. Sono ormai una realtà con cui dovremo convivere sempre più spesso. Se da una parte il condizionatore offre un sollievo immediato, dall'altra comporta consumi elevati, bollette sempre più pesanti e un maggiore impatto ambientale.
C'è però un'altra conseguenza, meno evidente ma altrettanto importante: l'isolamento.
Per gli anziani, le persone con disabilità, chi soffre di patologie croniche e chi vive da solo, le giornate più calde significano spesso rinunciare a uscire di casa. Le piazze si svuotano, i parchi diventano impraticabili, le strade senza alberi si trasformano in vere e proprie isole di calore. Così la città smette di essere un luogo di incontro e diventa un posto da cui difendersi, costringendo molti cittadini a trascorrere intere giornate chiuse tra quattro mura.
E allora la domanda è inevitabile: cosa può fare un Comune?
Può investire seriamente nel verde urbano, piantando alberi lungo le strade, nelle piazze, nei parcheggi, nei giardini pubblici e davanti alle scuole. Gli alberi non sono un elemento decorativo, ma una vera infrastruttura climatica capace di abbassare la temperatura, migliorare la qualità dell'aria e rendere gli spazi pubblici più vivibili.
Può installare nuove fontanelle di acqua potabile, creare aree ombreggiate, valorizzare i parchi esistenti e aprire, durante le giornate più calde, spazi climatizzati dove soprattutto le persone più fragili possono trascorrere qualche ora in compagnia, senza essere costrette all'isolamento.
Può anche puntare sul *depaving*, una pratica già adottata in molte città europee che consiste nel rimuovere asfalto e cemento non indispensabili per restituire spazio al terreno, agli alberi e alle aree verdi. Meno cemento significa meno calore accumulato durante il giorno, temperatura più basse, una migliore gestione delle acque piovane e una città più bella e vivibile.
Quanti parcheggi, piazzali e spazi pubblici potrebbero essere ripensati sostituendo parte dell'asfalto con alberature, aiuole e pavimentazioni drenanti? Non è solo una scelta ambientale: è un investimento sulla salute, sul benessere e sulla qualità della vita.
L'adattamento ai cambiamenti climatici non è una sfida del futuro, ma una necessità del presente. Ogni estate ci ricorda che non possiamo pensare di affrontare il caldo esclusivamente con un telecomando in mano.
Anche Sezze dovrebbe iniziare a interrogarsi su come trasformare il proprio territorio in una città più resiliente, capace di proteggere i cittadini senza costringerli a vivere per mesi chiusi in casa.
Perché una città moderna non è quella che obbliga le persone a rifugiarsi davanti a un condizionatore acceso. È quella che offre strade alberate, piazze ombreggiate, parchi accessibili e luoghi di incontro dove anziani, bambini, famiglie e persone con disabilità possono continuare a vivere la comunità anche durante le stati più torride.
Forse è arrivato il momento che anche Sezze guardi al depaving, al verde urbano e alla rigenerazione degli spazi pubblici non come semplici opere di arredo, ma come strumenti indispensabili per affrontare il cambiamento climatico.
Perché una città che sa difendersi dal caldo è, prima di tutto, una città che si prende cura delle persone.

Pubblicato in Attualità

 

Sezze ha bisogno di un patto con i Lepini.

La verità da dire

Sezze non è un paese in declino. È un capoluogo mancato. È il centro più grande e popolato dei Lepini, con storia, acqua, terra e posizione. Ma da trent'anni è trattato come periferia di Latina, quando dovrebbe essere il centro di un sistema.

Non decolla per un motivo semplice: ha tutto, ma tutto è scollegato. L'acqua scorre sotto i piedi, ma non arriva nelle case. Il centro storico è tra i più belli del Lazio, ma si svuota. L'olio e il vino sono eccellenze, ma il valore aggiunto se ne va fuori. Mentre la costa fa il pienone, Sezze vede il turismo con il binocolo.

Va fatto un patto con gli otto sindaci dei Lepini per ribaltare il ragionamento: Sezze ei Lepini non sono un problema di Latina, ma la soluzione per far decollare tutta la parte interna della provincia.

Sezze non è né montagna né pianura. E quindi né carne né pesce. Sezze non ha scelto. È un paese di montagna che non è diventato un polo del turismo montano come i borghi del Centro Italia, ed è un paese di pianura che non ha agganciato la Piana Pontina industriale: sta in mezzo. Risultato: l'area industriale di Sezze Scalo è sottoutilizzata e il centro storico, in alto, è bellissimo ma scollegato.

Un centro storico da dieci e lode lasciato da solo, una storia setina enorme, la posizione sui Lepini. Ma è stato gestito come un museo da guardare, non come un quartiere da abitare. Case vuote, giovani che scendono a valle o vanno a Roma o Latina, botteghe che chiudono, mancanza di acqua, strade che si rovinano ogni sei mesi: è la stessa denuncia che emerge dai commenti dei cittadini in questi giorni.

Senza residenza, senza servizi di prossimità e senza un piano di rigenerazione vero, il centro si spopola.

Va fatto immediatamente un censimento delle case sfitte.

Economia forte ma filiera corta: agricoltura, olio, vino, allevamento, artigianato sono eccellenze vere, ma non fanno sistema. Produci bene, trasforma poco a Sezze, vendi fuori. Manca una filiera lepina che tenga il valore aggiunto qui, manca un marchio collettivo, manca la logistica.

Il turismo dei Lepini non esiste ancora come prodotto. Sezze dovrebbe essere la porta dei Lepini, la capitale naturale. Oggi, invece, è quello che dice il report di Fatto a Sezze : «L'oro blu scorre ai piedi, ma l'acqua non è uguale per tutti». E il turismo costiero corre, mentre l'entroterra resta a guardare. Non c'è un sistema di sentieri, rifugi, foresterie, eventi destagionalizzati, collegamenti con Ninfa, Sermoneta e Bassiano. Ognuno fa la propria sagra o il proprio festival.

Tanto campanilismo e politica della manutenzione.

Sezze Scalo contro Sezze alta, Sezze contro i comuni vicini.

Si amministra l'emergenza — la perdita dell'acqua, la buca, il bando — ma non si progetta una visione a dieci anni. E quando un territorio interno litiga da solo, perde sempre contro la costa.

Allora, cosa vuol dire far decollare Sezze attraverso un patto con gli otto sindaci dei Lepini?

Bisogna scegliere una vocazione.

1. Presentazione del Distretto Turistico dei Lepini in Provincia. Acqua e infrastrutture come questione non negoziabile.

Patto dei Lepini con Acqualatina e Regione. Non puoi parlare di turismo o industria se non garantisci acqua e strade. È la battaglia madre, da fare insieme ai sindaci dei Lepini, non da soli.

2. Sezze Capitale dei Lepini.

Basta pensare Sezze come una frazione di Latina. Va pensata come il capoluogo di un sistema: Centro Storico + Sezze Scalo + Lepini. Recupero del centro con residenze per giovani coppie e artigiani, attraverso meccanismi di agevolazione, foresteria diffusa e, a valle, un'area artigianale e agroalimentare vera per olio e vino. Tutto questo significa lavoro e occupazione.

3. Premere Sezze due volte.

A valle con Latina e la Pontina, a monte con la rete dei borghi lepini. Trasporto a chiamata, navette e sentieristica unica.

Sezze da sola non ce la fa. I Lepini uniti possono essere più forti di Latina mare.

Sezze va ricollegata.

 

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