Prima di condannare l’uomo violento, chiediamoci: che uomini stiamo crescendo?
Un uomo getta una donna da un cavalcavia e davanti a episodi come questo viene spontaneo chiedersi: quanto possono servire davvero le scarpette rosse, gli alberi decorati con l’uncinetto, le panchine dipinte di rosso e tutte le iniziative simboliche che ogni anno ci ricordano la violenza sulle donne?
Sia chiaro: sensibilizzare è importante. I simboli servono a tenere accesa l’attenzione. Ma non possono diventare un alibi per sentirci a posto con la coscienza.
Perché il problema è molto più profondo.
La violenza sulle donne non nasce il giorno in cui un uomo alza una mano.
Nasce molto prima.
Nasce quando un bambino impara che il maschio deve comandare e la femmina obbedire.
Quando gli si fa credere che la gelosia sia amore.
Quando il controllo viene scambiato per interesse.
Quando un “no” viene interpretato come un “convincimi”.
Quando si giustificano possessività, prepotenza e aggressività con frasi come “è fatto così”, “è geloso perché ci tiene”, “gli uomini sono uomini”.
E qui arriviamo a un punto che spesso dimentichiamo: non può essere tutto delegato alla scuola.
La scuola ha un ruolo fondamentale e deve educare al rispetto, all'affettività, alla gestione delle emozioni, alla parità e al consenso.
Ma la prima palestra di vita è la famiglia.
È dentro casa che un bambino dovrebbe imparare che una donna non è proprietà di nessuno.
Che una relazione non dà il diritto di controllare l'altra persona.
Che perdere qualcuno può fare male, ma non autorizza a distruggerlo.
Che un rifiuto va accettato.
Che la rabbia si può provare, ma non si può trasformare in violenza.
E soprattutto, queste cose non si insegnano soltanto con le parole.
Si insegnano con l'esempio.
Con il modo in cui un padre parla della madre.
Con il modo in cui una madre insegna al figlio a rispettare una ragazza.
Con il modo in cui in famiglia si affrontano i conflitti.
Con il modo in cui si educano i nostri figli a riconoscere i propri limiti e quelli degli altri.
Perché possiamo pitturare mille panchine rosse appendere mille scarpette rosse nelle piazze e organizzare mille giornate contro la violenza.
Ma se poi, tornando a casa, continuiamo a crescere bambini convinti che la forza sia un valore e il possesso sia amore, non avremo cambiato la mentalità che sta alla radice del problema.
La vera rivoluzione non è una decorazione in piazza.
È crescere uomini capaci di accettare un “no”.
Uomini capaci di gestire una separazione.
Uomini che non considerino una donna qualcosa da possedere.
Uomini che sappiano parlare delle proprie emozioni senza trasformarle in rabbia e violenza.
E questo lavoro comincia molto prima dell'età adulta.
Comincia nelle nostre case.
Perché per cambiare davvero la cultura della violenza non basta ricordarsi delle donne una volta all'anno.
Bisogna educare i figli ogni giorno.
