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“Luigi De Angelis ha colto la pienezza della realtà divina nascosta nelle Parabole, rendendo, attraverso tali racconti, la realtà celeste più vicina alla terra, suggerendo la vera modalità di fede a cui l’uomo è chiamato: la preghiera. Sì, la vera risposta dell’uomo alla cura paziente di Dio e alla presenza reale della Sua Grazia feconda, è l’atteggiamento di ringraziamento, apertura, accoglienza, anelito, preghiera, appunto, che rende noi creature riposanti sulla mano grande del Creatore, che ama ancora ricrearci, ogni giorno”. Padre Ugo Vanni conclude così la prefazione al quarto libro scritto dal setino Luigi De Angelis “Il Regno di Dio: pienezza che si dispiega. Meditare e pregare le parabole del Regno”, edito nel settembre scorso da Porto Seguro, casa editrice fiorentina. L’autore, avvocato di professione, nella sua ultima fatica letteraria, attraverso le parabole, ripercorre “lo svelamento del volto di Dio in Gesù” dando la possibilità al lettore “di poter vivere collaborando al dispiegarsi del Regno di Dio”. E' lo stesso De Angelis, nella sua introduzione, che ci indica il cammino di lettura, un cammino fatto di amore e passione: “Le parabole sono racconti metaforici, il cui significato scaturisce dall’accostamento paradossale di due orizzonti diversi, dalla messa in relazione di un fatto preso dalla vita quotidiana, appartenente alla specificità delle persone o facente parte degli eventi naturali, con l’accadere del Regno. Nell’esposizione Gesù non segue schemi predefiniti, ma è mosso dalla passione smisurata per il Padre, dall’amore inesauribile per l’umanità, dal bisogno urgente di rivelarci il volto dell’Onnipotente, di associarci al mistero del Regno che in lui e attraverso di lui si svela e si compie. Il linguaggio simbolico utilizzato è fortemente intrinseco alla sua persona, al suo essere consustanziale con Dio, attento al contesto particolare, allo stato d’animo e alla condizione personale di quanti l’ascoltano, di ognuno di noi, rispetta con condiscendenza e tenerezza la nostra autonomia e si adegua al nostro passo, alla nostra fatica a capire”. Il libro verrà presentato quando le condizioni lo permetteranno.

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La demagogia è la capacità di vestire le idee minori con parole maggiori” (Abraham Lincoln).

Sei il presidente, non sei lo zio pazzo di qualcuno che ritwitta qualunque cosa” (Savannah Guthrie, giornalista del Nbc, intervista a Donald Trump).

La parola è uno strumento straordinario, descrive e ci descrive, racconta il mondo, il nostro vissuto, svela la nostra identità fin negli aspetti più intimi. La nostra umanità si esplicita pienamente nel relazionarci con l’altro da noi mediante la parola, capace di unire e consolare, liberare e umanizzare ma anche, se pronunciata da demagoghi e corrotti, di dividere e calunniare, deridere e ingannare. Il dialogo è scritto nella nostra essenza e nel nostro destino. Il nostro essere ha senso e si definisce nell’incessante misurarci all’interno di una comunità plurale, fatta di sensibilità individuali, ideali, religiose e culturali differenti e perfino antitetiche. La parola è intermediaria della conoscenza, che non è un monolite inerte, un apparato sclerotizzato, un passato depositato alle nostre spalle e inutile, ma una luce che illumina e rende possibile quanto ancora deve accadere. Tuttavia viviamo il tempo della parola svuotata di significati e contenuti, del suo retroterra di esperienze personali e collettive, e trasformata in affabulazione, in mezzo per creare miti, per distorcere la realtà, deviarne la percezione, far credere l’inverosimile e l’inesistente. Al ragionamento e all’approfondimento, che postulano sforzo cognitivo e impegno temporale, è preferita la parola scambiata con leggerezza e superficialità, attraente, che piace, suggestiona e persuade: è ininfluente capire cosa intenda, il senso delle affermazioni, se propone o meno verità riscontrabili. Il destinatario non deve porsi o porre domande, ma solo fidarsi. La narrazione è costruita in modo da far vibrare le corde emotive, suscitare reazioni epidermiche di adesione o rigetto e non deve stimolare studio e ricerca. L’esclusione del pensiero critico impedisce la partecipazione vera, ci riduce a semplici percettori di messaggi preconfezionati, di contenuti semplificati e notizie in apparenza verosimili e di buon senso, provenienti da uno solo o direttamente abile manovratore o referente di macchine comunicative affinate e pervasive, rispetto a cui possiamo esprimere un’adesione e mai pareri motivati conseguenti ad un confronto aperto e libero. Pareri che se anche avanzati comunque non sono considerati, non influenzano quanto presentato. È il meccanismo dei social, nei quali il messaggio è semplificato fin nel vocabolario, ridotto a espressioni ricorrenti, predefinite, spesso banali, che di contro a dissenzienti e latori di un pensiero alternativo riservano insulti, violenza verbale e gogna mediatica.

La politica si è appropriata di questa modalità di espressione comunicativa, dell’uso svuotato della parola per veicolare idee e coagulare consensi, solleticando emotività e istinti e omettendo una progettualità ragionata e commisurata alla complessità della realtà che vorrebbe governare. La manipolazione della comunicazione e piuttosto frequentemente ormai il ricorso alle notizie false da parte della politica è pericolosa, perché attraverso parole ambigue, ingannevoli e travisanti può provocare mutamenti profondi nel tessuto sociale e culturale, influenzare e modellare pensiero e sentire collettivo, indirizzare scelte e condotte, condizionare l’interazione tra i gruppi sociali e con le minoranze culturali, religiose o di genere, e incidere di rimando sulle dinamiche di formazione del consenso. Nella propaganda politica nulla è casuale, tutto è pianificato, studiato e testato prima di essere lanciato in rete, strumento principe per arrivare alle persone. I destinatari sono i più manipolabili, quanti cioè si lasciano facilmente suggestionare e sono pronti a rilanciarne gli slogan acriticamente, a farsi veicolo di pensieri e immagini che eccitano le masse, proiettano descrizioni alterate e distraenti della realtà, innescando conflittualità artificiose come quando un episodio anche significativo è trasformato in un assoluto, un emblema, una asserzione martellante, ingenerando tensioni e allarme e provocando reazioni sproporzionate e ingiustificate per trarne benefici elettorali. Abilità retorica e violenza verbale, unite a gestualità studiate, teatralità di espressione comunicativa per coprire la carenza di contenuti, modulazione della voce, pause ad effetto, frasi enfatizzate e rimarcate, ipnotizzano le persone, aizzano risentimenti e ostilità verso nemici creati ad arte, il diverso in genere, nei cui confronti scaricare frustrazioni e rabbia sociale. 

I politici appaiono oggi abbastanza omologati e indistinguibili, ripetono stereotipi a scapito di idee forti, palesano incapacità ad affrontare e sostenere un dialogo fondato sul ragionamento e non su arroganza e prevaricazione. Il dibattito politico è un parlare senza ascoltare, un discutere senza capire le ragioni altrui. Le parole non servono a confrontarsi, a smussare gli angoli, a colmare le distanze e superare le differenze, ma sono clave brandite in modo intimidatorio, per colpire e demolire l’avversario cui spesso non è riconosciuto neppure il diritto di esistere, manifestano l’indisponibilità a mettersi in discussione, a verificare le proprie certezze, a cogliere spunti di riflessione e proposte meritevoli dinanzi all’argomentare altrui. Criticare, avanzare dubbi diventa allora una intollerabile lesa maestà.   

Occorre recuperare l’onestà intellettuale, la dimensione etica, la dirittura morale, il fondare il proprio agire e le proprie proposte su convincimenti che nascono e si radicano nella coscienza e non sono la risultante di opportunismo elettorale. Solo il pensiero libero può spazzare la mala politica, coinvolgendo e persuadendo per se stesso e non per gli artifici retorici. Serve una politica intelligente, garbata nei toni e fondata sulle buone idee, immersa nel vissuto delle persone, che usa le parole non che devono essere pronunciate per convenienza ma che è giusto pronunciare, legate a ragione e sentimenti, capaci di costruire ponti, di farsi occasione di incontro per realizzare il bene comune.

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La Chiesa non è immune da conflitti personali, carrierismi, interessi materiali e scandali. È questa una constatazione certamente amara perché investe un’istituzione millenaria, a cui il fondatore, Gesù Cristo, ha affidato la missione di essere veicolo di salvezza per l’umanità, considerata da quanti hanno fede non un consorzio meramente umano, ma una realtà spirituale e trascendente. L’emergere di malefatte e corruzione ha creato sconcerto e disorientamento soprattutto tra i fedeli. Tuttavia non si tratta di fatti inediti, effetto di un decadimento di costumi legato all’inquietudine e all’incertezza valoriale che attanaglia i nostri tempi, quanto di fenomeni purtroppo ricorrenti, a causa dei quali in passato si sono consumati scontri dolorosi e divisioni devastanti. Luce e tenebre, vizi e virtù, disonestà e rettitudine abitano la Chiesa al pari di tutte le altre esperienze umane calate nella concretezza della storia, di fronte a cui sarebbe errato chiudere gli occhi, disonesto ed ipocrita imboccare la strada del sopire, celare e coprire errori e malversazioni di cui taluni si sono resi responsabili, e con le quali invece è indispensabile misurarsi e fare i conti fino in fondo.

Il clamoroso allontanamento del Cardinale Giovanni Angelo Becciu è solo l’ultima puntata di una vicenda di più ampia portata, un caso personale ma emblematico che racconta il persistere di un nodo ancora irrisolto del pontificato di Papa Francesco, costituito dalla sfida di restituire credibilità alla Curia e alle finanze del Vaticano.

Alla vigilia del Conclave che elevò Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro nel marzo del 2013, la situazione all’interno della Chiesa era grave. Pedofilia, documenti riservati trafugati e dati alla stampa, scandali finanziari, indagini sullo IOR e sulla gestione dei beni della Santa Sede e di Propaganda Fide, malversazioni nelle strutture sanitarie cattoliche avevano contrassegnato gli ultimi anni di pontificato di Benedetto XVI°. Dopo l’epocale rinuncia del Papa tedesco, nelle discussioni tra i cardinali durante le Congregazioni venne approntata un’agenda riformatrice e nel Conclave fu eletto Papa un estraneo alla Curia Romana con il compito di affrontare gli scandali, rilanciare l’azione della Chiesa e mettere ordine nelle finanze. Era evidente a tutti che l’impresa non sarebbe stata facile, avrebbe richiesto tempi lunghi e un lavoro tenace, ci sarebbero state fortissime resistenze e il cammino sarebbe stato disseminato di ostacoli e tentativi di screditare l’azione riformatrice e la persona stessa del Pontefice. Infatti si trattava di scardinare un sistema di potere consolidato, fatto di sacche di privilegi e rendite di posizione, di posti ricoperti senza meriti e spesso sottratti a qualunque controllo, di meccanismi opachi e autentici saccheggi delle casse vaticane, di silenzi e coperture di scandali gravissimi come la pedofilia.   

Papa Francesco, persona intelligente, carismatica e dotata di visione strategica non comune, però non ha ridotto il proprio pontificato nel ristretto ambito della lotta agli scandali ed è stato capace di imporsi nella Chiesa e a livello internazionale con una agenda spirituale, culturale e politica di notevole spessore, che va dall’ecologia ad una rinnovata pastorale familiare, dal ruolo dei laici nella Chiesa all’emigrazione e allo sviluppo economico equo e solidale. Al contempo ha cercato di mettere in campo una riforma seria della Curia Vaticana. Gli scandali emersi sono effetto da una parte della sua azione di contrasto e riformatrice, intessuta anche di inevitabili errori, e dall’altra della scelta della trasparenza come criterio guida del suo operare.

Un primo tentativo di riforma è stato condotto dal Cardinale George Pell, australiano, il cui obiettivo era fare pulizia nella Curia, sgomberando il campo da prelati, broker, avvocati d’affari e personaggi discussi che affollavano i dicasteri pontifici, influenzavano e condizionavano le scelte dei responsabili per lucrarne personalmente e perseguire interessi estranei alla Chiesa, soprattutto centralizzare la gestione delle risorse finanziarie e patrimoniali per evitare il ripetersi di scandali. George Pell si è fatto parecchi nemici in particolare tra i presuli italiani (tra cui proprio Becciu), per i modi spicci e perché riteneva si dovesse unicamente puntare su competenza e integrità nell’attribuzione di ruoli e responsabilità. E pazienza se gli italiani sarebbero stati pochi. Peraltro se è vero che non tutti i prelati italiani sono coinvolti negli scandali, è altrettanto vero che non c’è stato scandalo in cui non è stato coinvolto un italiano. Il tentativo di Pell non è andato in porto anche perché è dovuto tornare in Australia per rispondere in tribunale delle accuse di pedofilia, dalle quali dopo 400 giorni di carcere però è stato scagionato.

Il Cardinale Giovanni Angelo Becciu, ex sostituto della Segreteria di Stato, ovvero numero tre nella catena di comando vaticana, Prefetto delle Cause dei Santi, ha dovuto dimettersi e Papa Francesco gli ha tolto tutti i diritti connessi al cardinalato. Una misura estrema che lascia intendere la gravità delle accuse mossegli e la consistenza delle prove raccolte contro di lui. Al termine delle indagini vedremo quali reati gli verranno contestati dall’autorità giudiziaria vaticana e da quella italiana, le quali entrambe lo stanno indagando insieme ad altri per peculato e favoreggiamento, speculazioni e ruberie. Tutto lascia presagire che le sue responsabilità siano gravi.

Il dato rilevante è la severità di Papa Francesco nel perseguire i responsabili di tali condotte riprovevoli e illecite, senza fare sconti di sorta e garantire coperture ad alcuno e la risolutezza di proseguire nelle riforme.

È mia ferma convinzione però che si debba intervenire radicalmente su un aspetto che sta a monte dei vari scandali e riguarda la selezione di quanti entrano a far parte delle gerarchie ecclesiastiche con compiti pastorali e responsabilità di amministrazione della Chiesa. Occorre un vaglio attento e approfondito della sincerità della vocazione, delle ragioni ultime che spingono le persone ad una simile scelta. In tanti, in troppi, per la superficialità o per il complice favoritismo di quanti sono investiti di compiti di discernimento e vigilanza, hanno fatto della Chiesa un ridotto delle proprie ambizioni e un’occasione di realizzazione personale, dimenticando che la chiamata a vivere il Vangelo è radicale e in particolare la vocazione sacerdotale è esattamente l’opposto di comodità e sicurezze materiali. Il Vangelo va annunciato non solo con la bocca ma soprattutto con i comportamenti e le scelte quotidiane di uomini e donne credibili.

Papa Francesco possiede visione pastorale e carisma per perseguire con forza anche questa riforma fondamentale e ormai indifferibile.

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Domenica, 19 Aprile 2020 06:33

Il virus e il filo d'oro della solidarietà

 

 

 

 

 

 

Si racconta che nel Giappone del XV° secolo viveva il nobile Ashikaga Yoshimasa, VIII° shogun dello shogunato Ashikaga, generale dell’esercito imperiale e feudatario, il quale amava bere il tè dalla sua tazza preferita. Un giorno mentre sorseggiava il tè, la tazza gli scivolò dalle mani e rovinò a terra, infrangendosi in numerosi pezzi. Sconsolato per l’accaduto raccolse fino al più piccolo frammento e li inviò in Cina affinché fosse riparata, non volendo rinunciare alla tazza. Quando le venne restituita constatò però che i pezzi erano stati riattaccati con legature di metallo brutte e poco funzionali. La sua tazza sembrava fatalmente perduta. Ashikaga Yoshimasa era così legato alla sua tazza che non si arrese e l’affidò alle cure di artigiani giapponesi, che sorpresi dalla sua tenacia nel cercare di riaverla, decisero di ripagare i suoi sforzi. Trascorsi alcuni giorni restituirono la tazza allo shogun, il quale constatò che era stata riparata in maniera eccellente, arricchita e impreziosita, essendo state le fessure riempite con una resina laccata e ricoperta d’oro. La tazza era più bella e possedeva un valore più grande. Gli artigiani crearono così la tecnica dello kintsugi, del riparare con l’oro, che si diffuse in tutto il Giappone. L’oggetto rotto veniva trasformato in qualcosa di prezioso, sia per l’oro che ricopriva le fratture, sia perché acquisiva veste nuova con le linee dorate d’irripetibile casualità che lo rendevano unico. 

Lo kinsugi oltre ad essere un’arte, è simbolo e metafora del modo di affrontare avversità, rovesci e sofferenze. L’imperfezione, la crepa, la ferita raccontano la vita, sono preziosità che esaltano e rivelano il cammino di ricostruzione, sono come le cicatrici del guerriero che torna dal campo di battaglia. Occorre valorizzarle, sono un tesoro da cui attingere e imparare. La guarigione non è mai istantanea, richiede tempo e pazienza, ma ci irrobustisce e ci rende unici. Come la pelle si riforma più spessa e forte dove ci tagliamo formando la cicatrice, così quando patiamo dolori e ferite nell’animo ne usciamo fortificati e maturati.

Nel nostro mondo governato dalla logica del materiale e dell’efficiente, dello scarto e dell’inutilità non solo delle cose ma anche delle persone non rispondenti a criteri di produttività, arricchimento e bellezza estetica, la sofferenza di questi giorni ci obbliga a prendere atto della nostra fragilità, a misurarci con lo sgretolamento di sicurezze personali, affettive, sociali, economiche. La pandemia segna una rottura che investe i diversi piani del nostro vivere, ha carattere non transitorio e costituisce un passaggio, una cesura storicamente rilevante. Il virus ci accompagnerà per un tempo lungo o breve, questo al momento non lo sappiamo, dovremo conviverci fin quando non verrà sconfitto dalla scienza. Sicuramente il nostro domani sarà diverso rispetto a ciò che è stato il nostro ieri ed è il nostro presente, ma la direzione verso cui evolverà questa alterità dipenderà dalla nostra capacità di prendere in mano noi stessi, di raccogliere i frammenti sparsi delle nostre vite, di ricucirli e ritesserli pazientemente, non solo a livello personale ma anche relazionale e sociale. Dobbiamo assumere al contempo la veste dello shogun, con la sua caparbietà di non rinunciare alla tazza da tè tanto amata e degli artigiani in grado di inventarsi una nuova arte della ricucitura, con cui restituire vita, bellezza e futuro a quanto ritenuto perduto, inutilizzabile e di cui disfarsi. Le cicatrici saranno i segni della battaglia combattuta, dello scontro da cui ci siamo rialzati, della vittoria conquistata, della nuova occasione guadagnata e non dovremo nasconderle né vergognarcene. La strada da percorrere non sarà facile, ci riserverà passaggi impervi, c’imporrà di rivedere stili di vita, abitudini, convinzioni e avremo meno disponibilità per il superfluo e l’effimero. Nondimeno costituisce una opportunità per ricostruire e ricostruirci usando un collante eccezionale e prezioso: la solidarietà. Si tratta di far leva non su un sentire di reciproca vicinanza legato al contingente che viviamo, ma di riconoscere validità e dare corpo a ciò che in questi giorni abbiamo sentito ripetere: ci salveremo non da soli, ma tutti insieme.

Tutto vero, giusto e condivisibile, ma alcuni segnali che si vanno manifestando non sono rassicuranti. Personalmente non nutro antipatie lessicali, ma il termine ripartire, impiegato in dibattiti e discussioni per indicare la necessità di rimettere in moto la macchina produttiva del nostro paese e riprendere la socialità, pur con le dovute cautele per scongiurare una ripresa del contagio, indispensabile vista la oggettiva impossibilità di permanere in condizione di stasi a tempo indeterminato e perchè deleteria economicamente, mi cagiona allarme. La sensazione è che alcuni ormai da un po’ orfani di visibilità mediatica e magari in crisi di consensi, lo intendano come un riprendere esattamente da dove ci siamo fermati prima d’essere investiti da questo tsunami. E così sono ricominciate le polemiche sterili e fondate sul nulla, le giravolte, le intraprendenze fuori luogo, le smanie di onnipresenza, è ripartita la macchina del fango con bugie e insulti, si è ripreso a soffiare sul fuoco del rancore sociale, si sono tornati ad additare i soliti nemici contro cui scagliarsi, sperando di innescare e di lucrare sui conflitti tra noi e gli altri, i penultimi e gli ultimi, i poveri e i poverissimi, gli italiani e gli immigrati, scommettendo che sconforto, difficoltà economiche o superficialità inducano molti a cadere nel tranello premiando i ritrovati provocatori.

Il fallimento dei violenti manipolatori, dei professionisti dell’odio e del risentimento, dei fomentatori degli egoismi personali e di gruppo, di quanti classificano le persone per appartenenza etnica, linguistica, culturale, religiosa e per provenienza geografica è l’unica speranza. Se li lasceremo prevalere i tempi difficoltosi che ci aspettano diverranno insostenibili e ci trascineranno nel sicuro fallimento. Soltanto se sapremo ricucire le fratture personali e sociali con il filo d’oro della solidarietà tutti insieme avremo un futuro.  

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Domenica, 05 Aprile 2020 06:48

La memoria dispersa

 

 

 

 

 

Noi siamo storie che si intrecciano, sguardi che si incontrano, mani che si uniscono, sentimenti che si fondono, saggezze condivise, compagni di viaggio che camminano fianco a fianco e si inerpicano lungo i tornanti a volte aspri e gravosi della vita sorreggendosi l’un l’altro. Purtroppo sopraggiunge il tempo della separazione. Il distacco è sempre doloroso, ci segna profondamente sia se frutto di una scelta, di un abbandono per inseguire altri destini, cercare asilo in altri affetti, amicizie e relazioni, sia se conseguente al fluire del tempo, al consumarsi naturale ed inevitabile della vita o all’impensabile di una perdita inattesa e incomprensibile. È la nostra umanità, bellissima e fragile.

Nella nostra cultura la morte è divenuta un tabù, considerata talmente sconveniente da essere nascosta e taciuta, rimossa sul piano individuale e sociale, bandita dalle coscienze e dal linguaggio, anche se di contro nei media, nel cinema, nei videogiochi è ipervisibile, traboccano immagini e discorsi legati alla morte, è spettacolarizzata, scenografica, teatrale al punto di apparire qualcosa di patetico e irreale, impiegata per produrre scariche di adrenalina e commuovere il pubblico, trasformata in un antidodo e un passatempo contro la noia generale dell’esistenza.

Gli accadimenti che ci stanno investendo con la potenza di uno tsunami ci sollecitano a mettere da parte inquietudini e straniamenti, a non cedere alla tentazione di stordirci e non pensare, di sottrarci alla sgradevolezza della realtà cercando rifugio e conforto nell’illusorio e nell’inconsistente e ci obbligano a misurarci con l’esperienza dura e traumatica della sofferenza, del dolore e della morte, che hanno assunto dimensioni e caratteri collettivi e lasceranno cicatrici permanenti nelle nostre esistenze, a prescindere se il virus ci ha toccato o ci toccherà personalmente o negli affetti.              

Il ragionieristico snocciolare i dati nell’incontro della Protezione Civile e degli esperti sanitari con i giornalisti in diretta televisiva, che ritma queste nostre giornate di isolamento, necessario per spiegare la dimensione della tragedia in cui siamo immersi, inevitabilmente genera la sensazione di una riduzione a fredda contabilità numerica di malati e morti, anche se parole e accenti sono sempre misurati, attenti e mai sminuenti soprattutto la gravità della perdita di vite umane, prevalentemente riguardanti quanti si trovano ad aver compiuto un considerevole tragitto esistenziale e del concorso di patologie pregresse e gravi nel determinare l’esito funesto.

Non c’è nulla di consolatorio nel fatto che i decessi riguardino maggiormente persone anziane o comunque vulnerabili perché, al di là del fatto che tale assunto neanche è del tutto veritiero, in questo combattimento contro il virus potremo uscirne vincitori o vinti unicamente tutti insieme. Infatti se perdiamo i giovani perdiamo speranza e forza per costruire il domani, se perdiamo gli anziani perdiamo la memoria di ciò che siamo stati, l’esperienza che ci ha consentito di toccare i traguardi di cultura, sviluppo e benessere che ci appartengono, la saggezza di chi ha vissuto già tanto.

L’esistenza umana è scandita da stagioni, tappe necessarie, passaggi preziosi che costruiscono e modellano la nostra identità: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.

La nostra società, dominata dalla logica dell’efficienza e del profitto, il più delle volte non considera la vecchiaia come un dono da apprezzare e valorizzare, ma come un peso e un costo. Gli anziani sono improduttivi e sono percepiti come persone aventi scarsa rilevanza sociale, insignificanti e da loro non si è interessati ad ascoltare ed apprendere nulla. La longevità è invece una benedizione perché la sapienza del vivere di cui sono portatori i vecchi è un tesoro inestimabile. La vecchiaia non è la stagione che avvicina e conduce alla morte, ma il tempo necessario a dare compimento alla vita, consentendo di comprenderla e leggerla integralmente e di scoprire veramente se stessi. Le rughe che segnano il volto sono memoria scolpita nella carne viva della fatica e dell’impegno profuso, della gioia e del dolore vissuti nel dipanarsi dei giorni. La vecchiaia è il tempo dell’amore, inteso non più come passione erotica travolgente, ma come profondità di sentimenti capaci di svelare strade sempre nuove e inaspettate per sconfiggere il cinismo, continuare a stupirsi di fronte alla bellezza, evitare lo spegnersi di gratuità e disinteresse, consentire che a primeggiare sia la vita e l’essere sull’avere. Gli anziani sono una riserva vitale e dicono infinitamente tanto anche con i loro silenzi, possono aiutarci a guidare nella notte a fari spenti, perché conoscono le insidie nascoste, le curve pericolose dove è meglio rallentare, moderare l’andatura e i rettilinei sui quali procedere di slancio, dato che quelle strade che noi andiamo sperimentando le hanno già affrontate.

Questa maledetta pandemia, specialmente in diverse parti del nostro Paese, ci sta defraudando di legami ed affetti dei nostri genitori e nonni, dell’anima profonda e della memoria di cui sono testimoni, sta inaridendo e tagliando le radici che ci rendono saldi di fronte alle avversità e ci nutrono con la linfa della saggezza, relegandoci in una solitudine generazionale senza precedenti. Nel chiuso dei reparti asettici e sterili degli ospedali, dove il silenzio è rotto solo dal sibilo sottile dei respiratori e dalle parole di conforto di tanti medici e infermieri instancabili e valorosi, rivestiti con tute, camici, mascherine e visiere per proteggersi dal virus, se ne sta andando irrimediabilmente una parte di noi.

Quando tutto questo sarà finito e avremo sconfitto il virus ci scopriremo più poveri non solo economicamente ma soprattutto umanamente.

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Domenica, 05 Gennaio 2020 07:13

In Medio Oriente la Pace va costruita

 

 

 

Se la logica che guida le relazioni tra le nazioni è l’assoggettamento, sia pure nella forma subdola del condizionamento e della dipendenza economica, se la titolarità del potere si dispiega in un suo esercizio svincolato da limiti legali, etici e morali, se l’uso della forza prevale su ragionevolezza e dialogo e si manifesta come arrogante presunzione di perseguire qualsiasi obiettivo, se il richiamo ai diritti e la tutela degli interessi diventano la scusante per la prevaricazione, lo sbocco inevitabile è lo scontro nelle sue più varie esplicitazioni, fino al conflitto armato.

Le guerre che insanguinano molteplici aree del mondo e soprattutto il Medio Oriente non sono il risultato di casualità, di una contrapposizione legata a logiche localistiche, ma sono ciascuna manifestazione di una conflittualità unica e generale che ha come protagoniste le grandi potenze economiche e militari, che si muovono nei diversi scenari come su una grande scacchiera e ad ogni azione dell’avversario corrisponde una reazione, avente come unica finalità la conquista e il mantenimento di aree sulle quali affermare l’influenza politica e l’egemonia economica e garantirsi l’accesso, possibilmente illimitato e a basso costo, alle materie prime e alle risorse energetiche. In altri termini siamo in presenza di un conflitto generale, anche se formalmente ed esplicitamente non dichiarato ed avente dislocazione in vari punti del pianeta tra loro distanti, che Papa Francesco con una espressione particolarmente felice, calzante, efficace ed incisiva ha definito una guerra mondiale a pezzi.  

Questi anni sono stati costellati da massacri, violenze e sofferenze inaudite di cui sono stati vittime principalmente i civili, donne, bambini e anziani. Quanto accaduto e ancora sta accadendo in Siria è sotto i nostri occhi con tutta la sua sconvolgente drammaticità, ma non sembra aver mosso le coscienze dei responsabili delle nazioni ad una riconsiderazione delle strategie politiche, sui cui altari continuano a sacrificare interi popoli ed anche a rischiare un conflitto globale e generalizzato.

Il 2020 comincia esattamente da dove era crudelmente finito il 2019. L’uccisione da parte degli USA per mezzo di droni, cioè di aerei senza pilota, a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, comandante dei Guardiani della rivoluzione e soprattutto uomo di fiducia ed emissario dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran, in tutte le aree di crisi in cui la Repubblica islamica è coinvolta, dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen, apre scenari assolutamente rischiosi per la stabilità e la pace mondiale. Suleimani era un personaggio di primo piano del regime iraniano, un uomo potentissimo. Rivoluzionario della prima ora, aveva combattuto fin da giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein e possedeva esperienza e ricopriva un ruolo che lo rendeva quasi insostituibile. Indiscutibilmente era intelligente ed estremamente pericoloso, artefice ed interprete di una strategia destabilizzante e finalizzata a far acquisire una funzione egemonica al suo paese, l’Iran, all’interno di un’area tanto frammentata politicamente e culturalmente e funestata da conflitti interminabili, quanto ricca di materie prime e di conseguenza estremamente appetibile. Sicuramente si era macchiato di crimini orrendi e detestabili in nome del perseguimento di quegli interessi che guidavano ogni sua decisione.     

Il ricorso all’assassinio politico è piuttosto ricorrente nella storia e viene compiuto non solo dai gruppi rivoluzionari e sovversivi, ma frequentemente dagli stessi stati, anche dalle nostre democrazie. Viene considerato una soluzione estrema, cui ricorrere quando non ne sono praticabili altre. Nessuno tra quanti in passato vi hanno fatto ricorso, compreso Barack Obama che ordinò l’uccisione di Osama Bin Laden, ha mai rivendicato l’assassinio del nemico politico come ha fatto Donald Trump, con la spensieratezza di chi ne parla come della vittoria della propria squadra del cuore.   

“E’ la mossa più rischiosa compiuta dall’America in Medio Oriente dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003” scrive il New York Times, analizzando e giudicando la scelta di Donald Trump. La motivazione per giustificare l’uccisione addotta dal Pentagono che il generale iraniano stesse progettando attacchi contro diplomatici e militari USA in Iraq o quella portata sempre dall’amministrazione americana che rappresenta la risposta al tentativo di assalto dei miliziani sciiti di qualche giorno fa all’ambasciata americana a Baghdad, appaiono palesemente inconsistenti.  

La verità è che l’Iran da mesi stava sfidando gli USA e cercava di minarne ruolo e credibilità in Medio Oriente, come risposta al deterioramento programmato delle relazioni conseguente alla scelta di Trump di stracciare l’accordo voluto dal suo predecessore Barack Obama, che prevedeva la fine dell’embargo in cambio del congelamento del processo diretto a dotarsi di armi nucleari da parte del regime iraniano.

Numerosi commentatori sostengono che questo omicidio rappresenta a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra degli USA all’Iran, ultimo atto di un’ostilità che ormai li contrappone da decenni e che negli ultimi mesi ha raggiunto punte sempre più preoccupanti con una conflittualità non solo verbale, con provocazioni e scontri per interposta milizia, cioè tra gruppi armati aventi come referenti gli uni o gli altri.

Ritengo che il punto vero della questione sia la scarsa propensione alla ponderazione da parte di Donald Trump, il quale agisce per lo più in modo istintivo, giudizio questo che accomuna numerosi esperti di politica internazionale, spesso senza rendersi conto che il suo avventurismo potrebbe avere effetti devastanti a livello internazionale ed esporci al rischio di un conflitto mondiale, combattuto con armi micidiali e di distruzione totale, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità.

La speranza è che prevalga la ragionevolezza e si intraprendano percorsi di dialogo e reciproca comprensione. La pace, fondata sulla giustizia, sullo sviluppo equo e solidale, sul rispetto reciproco e dell’ambiente, sul contemperamento degli interessi dei popoli, è possibile partendo dal ripudio della violenza, dal disarmo non solo degli arsenali ma soprattutto dei cuori e delle menti, sulla consapevolezza che solo lavorando fianco a fianco e perseguendo obiettivi comuni avremo un futuro.

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Sabato, 30 Novembre 2019 14:57

Io sto con Ilaria Cucchi!

 

 

 

Ci sono parole necessarie.

Ci sono parole che se dette restituiscono onore e dignità.

Ci sono parole che sono verità e se scolpite in una sentenza fanno giustizia.

La verità non cancella la perdita ma allevia la sofferenza, la rende più sopportabile.

Stefano Cucchi fu ucciso da chi indossava l’uniforme e il camice bianco del medico: è la verità sancita dalla Corte d’Assise di Roma che arriva dopo dieci anni dalla morte, nell’ottobre del 2009, di un 33enne arrestato per droga e restituito cadavere alla famiglia una settimana dopo. Una vita spenta non per gli esiti imprevedibili di una caduta per le scale, per l’assunzione di stupefacenti visto che era un “drogato di merda”, per un problema cardiaco, per un attacco di epilessia, come qualcuno ha cercato di far credere mistificando i fatti, ma in seguito ad un pestaggio brutale e disumano, opera dei carabinieri che lo avevano arrestato e lo tenevano in custodia, alla cinica negligenza e indifferenza di chi avrebbe potuto e dovuto curarlo e invece lo lasciò morire di fame, di sete e di dolore. È stato trattato come materiale di scarto di una umanità dolente, indegno di considerazione.     

Lo Stato ha la sua legittimazione giuridica e morale nella volontà libera dei cittadini, nel patto democratico con il quale questi si spogliano della prerogativa di tutelare da sé la propria integrità e la conferiscono ad un ordinamento sovraordinato, cui affidano il compito regolativo del vivere sociale mediante norme comuni e condivise, alle quali tutti sono assoggettati comprese le istituzioni e quanti sono chiamati a garantirne l’applicazione. Se lo Stato disattende a tale funzione e addirittura attenta all’integrità delle persone, cessando di essere presidio e garanzia dei diritti e delle libertà, della tutela integrale di tutti e di ognuno senza distinzioni, viene meno alla sua stessa ragion d’essere, crolla lo stato di diritto.

La sentenza sulla morte di Stefano Cucchi ha aperto uno squarcio nella cortina di silenzi, menzogne, depistaggi sistematici e continuativi messi in atto da personalità di vertice dei Carabinieri, finalizzate ad occultare le responsabilità, a coprire i soprusi e impedire l’accertamento della verità in ragione della presunta necessità di tutelare il buon nome delle istituzioni, dell’Arma. Tale argomento è assurdo e falso. Invero questi personaggi hanno cercato unicamente di garantire loro stessi e le proprie carriere, di assicurarsi salvacondotti e impunità e con il proprio agire hanno infangato e devastato le istituzioni incrinandone la credibilità. La responsabilità penale è personale e dei reati ne risponde l’autore non una categoria.

Abbattere la vischiosa rete degli apparati non è stato agevole, ha richiesto la fermezza di una sorella, di una famiglia, di un avvocato e il coraggio dei magistrati che non si sono lasciati intimorire dalla prospettiva di dover sfidare poteri consolidati e inviolabili, animati dalla convinzione che solo uno Stato in grado di processare se stesso, di correggere i propri errori e condannare l’infedeltà dei propri servitori è uno Stato forte, capace di dare concreta attuazione al principio di uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge.

Le considerazioni sulla persona di Stefano Cucchi, sui suoi comportamenti, le sue scelte, le sue fragilità, i suoi trascorsi giudiziari, la sua tossicodipendenza non hanno nulla a che fare con la sentenza. Nessuno, a cominciare dalla famiglia, ha mai contestato la legittimità di quell’arresto, o ha sostenuto che spacciare è legittimo o che la droga fa bene. In questi anni tanti hanno fatto distinzioni inesistenti, si sono improvvisati fini giuristi e hanno dato voce ad un legalitarismo d’accatto, magari hanno anche ammesso che i carabinieri avevano un po’ esagerato con le botte ma lui se l’era cercata, in fondo era colpa sua visto che girava con la droga in tasca e non si sono accorti che quel corpo distrutto, di trentasette chili, era l’emblema dello stupro perpetrato ai danni delle garanzie costituzionali, le quali debbono valere per chiunque compreso chi finisce sotto tutela dello Stato. Quanti commettono reati, anche i più abominevoli, sono persone, un tossico è una persona, per giunta debole che ha bisogno di essere difeso anche da se stesso e lo Stato non può e non deve ammazzarli di botte.

Stefano Cucchi per anni è sembrato essere accusato della sua stessa morte, quando invece è stato vittima di gravissime violazioni dei diritti umani.

La speranza è che questa sentenza accenda una luce nelle coscienze nostre e di quanti, ad ogni livello, assolvono funzioni ed esercitano responsabilità a tutela della legalità, dei diritti e delle libertà delle persone. C’è bisogno di parole di verità per i tanti, troppi casi, uguali a quello di Stefano Cucchi, per le tante vittime che ancora non hanno ottenuto giustizia, per Giuseppe Uva morto nel 2008, per Michele Ferrulli morto nel 2011, per Roberto Mogherini morto nel 2014 e tanti altri ancora.

In uno Stato democratico e di diritto il perseguimento di questi obiettivi dovrebbe essere compito ordinario delle istituzioni per garantire non solo chi ha la stessa forza e determinazione dei familiari di Stefano Cucchi nel portare avanti la battaglia, ma soprattutto chi è più fragile, debole e meno attrezzato.

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Domenica, 24 Novembre 2019 16:08

Ti scongiuro, non tacere più!

 

 

La paura che leggo nei tuoi occhi la conosco, è la stessa che ho visto in altri sguardi che ho incrociato.

Quando lo hai incontrato la prima volta il tuo cuore ha sussultato.

È l’uomo della mia vita, hai pensato, con lui condividerò speranze e sogni.

Ti riempiva di attenzioni, era gentile e affettuoso.

Il vostro legame è diventato sempre più forte.

Era geloso, ma non hai mai dato peso alle sue scenate.

Poco a poco la sua gelosia si è trasformata in possessività soffocante.

Mi vuole solo per sé, lo giustificavi.

È passato alle violenze fisiche e psicologiche.

Lo aiuterò a cambiare, ti ripetevi.

Il gorgo della sua ossessione ti ha risucchiata, fino ad annullarti.

Ti urla in faccia che è colpa tua.

Se ti mette le mani addosso è per i tuoi atteggiamenti.

Sei tu che lo esasperi.

Fatichi a nascondere lividi e ferite, le cicatrici che ti segnano nel corpo e nell’anima.

L’altra sera sei arrivata al Pronto Soccorso sanguinante.

Lui era lì, ti aspettava fuori: una presenza che ti toglie il fiato.

Sei stata sul punto di raccontare tutto al medico. Ti ispirava fiducia e ti guardava con gli occhi di chi sapeva, aveva capito. Era l’occasione giusta per mettere fine a quest’inferno ma ti è mancato il coraggio.

Non succederà più, ti sei ripetuto, me lo ha promesso.

Peccato che dice così ogni volta.

Crampi di paura ti hanno stretto lo stomaco e sul referto hai fatto scrivere: caduta accidentale dentro casa. Al medico che insisteva con le domande hai ripetuto ferma: “Sono caduta per le scale”. A casa tua però di scale non ce n’è nemmeno l’ombra.

Piangevi mentre mentivi, mentre salvavi il mostro e condannavi te stessa.

La violenza sulle donne è un problema sociale.

Molti uomini non accettano l’emancipazione e il ruolo della donna nella società. Sono rimasti legati a un’idea arcaica della famiglia: l’uomo è in posizione dominante, protettore, padre padrone e la donna sottomessa. Non illudiamoci che sia un retaggio del passato: tanti giovani la pensano così.

In Italia ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza, una ogni 15 minuti. In oltre il 70% dei casi sia la vittima che il carnefice sono italiani. Nell’82% dei casi le violenze si consumano in famiglia. Nel nostro paese il 34% delle vittime di omicidio sono donne e il carnefice nel 60% dei casi è il partner o l’ex partner. Nel 2019 le vittime di femminicidio sono state 95.

La violenza sulle donne non solo non è mai scomparsa, ma ha assunto forme diverse, si è fatta più sottile e pericolosa. Conosciamo la parte visibile, ma vi è un sommerso che non sappiamo. È difficile da capire, gode sempre di complicità, facciamo fatica a identificarla e quando ci riusciamo è troppo tardi. 

Pertanto è indispensabile imparare a riconoscere le modalità con cui si manifesta.

 

È violenza fisica.

È brutalità che causa ferite sul corpo che richiedono l’intervento sanitario, ma anche ogni contatto fisico che crea un clima di terrore: stringere, afferrare e storcere le braccia, schiaffeggiare, mordere, prendere per il collo, tirare i capelli, prendere a calci, bruciare…...

È violenza psicologica.

È considerare l’altra un oggetto, non una persona. Si manifesta come possessività, isolamento perché la donna deve ruotare solo intorno all’uomo, gelosia patologica, molestia assillante, critiche avvilenti, umiliazioni, intimidazioni, indifferenza alle richieste emotive, minaccia di portare via i figli e di violenza fisica.

È violenza sessuale.

È la violenza che le donne faticano di più a raccontare. La sessualità è passione erotica, è incontro con l’altro, ma se si riduce a pura sopraffazione, disumanizza il corpo della donna riducendolo a strumento di godimento ed è vandalismo osceno.

È violenza economica.

È ridurre la donna in condizione di minorità, di dipendenza anche per soddisfare le esigenze più elementari sue e dei figli, negando, controllando o limitando l’accesso alle finanze familiari e al conto in banca, occultando l’ammontare dello stipendio del compagno, facendo firmare con la forza o l’inganno documenti, ecc...

È femminicidio.

È l’atto violento che conclude tragicamente la relazione. È rifiuto rabbioso del limite, della negazione dell’altra, è rivendicazione di un diritto assoluto di proprietà – di vita e di morte – sulla propria partner. Non è amore, ma la sua profanazione. Manifesta un narcisismo estremo: non sopporto di non essere il tutto per te, di riconoscere di essere nulla senza di te e perciò ti uccido. Uccidersi dopo aver ucciso è dire: il mondo finisce con la mia vita, ma solo perché senza te io non sono nulla.

 

Occorre investire in cultura, educazione, prevenzione e strutture di sostegno.

Le madri debbono dire alle figlie di lasciare subito il fidanzato al primo accenno di violenza fisica o psicologia, di un semplice schiaffo. Spesso non è facile perché loro stesse lo hanno subito e lo subiscono, lo considerano normale e tale atteggiamento lo tramandano alle figlie.

È indispensabile creare una rete di sostegno per aiutare le donne a riconoscere i segnali della violenza e a trovare il coraggio di denunciare, non solo per trascinare il compagno violento in Tribunale, ma soprattutto per ritrovare in se stesse la forza di uscire dalla situazione di abuso e maltrattamento, per svincolarsi dalla violenza che le tiene legate al maltrattatore e far sì che tornino a vivere pienamente.

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Domenica, 17 Novembre 2019 06:47

Se si insegnasse la bellezza...

 

 

 

 

 

Una città non è solo un agglomerato di costruzioni, case affastellate e strade. La sua dimensione materiale ha valenza simbolica, identifica una appartenenza.

Una città è un corpo vivo, possiede il cuore di chi la abita, il respiro di chi la vive, è rete di relazioni, patrimonio di storie collettive ed esperienze personali, è cultura e saggezza sedimentate e in permanente divenire e crescita.

Una città è comunità, convivialità delle diversità da comporre in un comune sentire che esalta la pluralità e non l’annulla, come i tasselli di un mosaico che hanno ognuno la propria originalità, non sono meramente giustapposti ma ordinati in delicata armonica mescolanza: solo così acquistano significato e possono costruire l’insieme.

Nel nostro tempo la parola identità è assai di moda, è uno slogan abusato e per questo fuorviante, è declinata secondo schematismi che la contraddicono nell’essenza. L’identità è coscienza di sé, della propria storia, dei propri punti di forza, delle proprie qualità e potenzialità e anche dei propri limiti e debolezze, ma è al contempo un magma incandescente, in continua trasformazione che non teme di farsi relazione, di aprirsi e accogliere. Solo includendo cresce, si irrobustisce, si rinnova e ha futuro.

Sezze, noi siamo una comunità millenaria e portiamo la responsabilità di questa nostra storia. Possediamo ricchezze architettoniche, artistiche, culturali, lingua e tradizioni il cui valore sta innanzitutto nella loro originalità. Possiamo contare su una miniera inesauribile di intelligenze, autentiche eccellenze in diversi campi, cui attingere per costruire insieme la città del futuro. È una fortuna non potenziale ma in atto, che ci fa essere ciò che siamo e che potrebbe renderci migliori, se solo fossimo curatori avveduti e appassionati di quanto abbiamo ricevuto in prestito dai nostri figli.

Se tale coscienza la tramutassimo in campanilismo sciocco, in un nostalgico sguardo rivolto all’indietro o peggio in un identitarismo settario, ne facessimo un mero strumento di contrapposizione, rifiuto dell’alterità, negazione del diverso e al contempo esaltazione della nostra autoreferenzialità, faremmo un cattivo servizio alla nostra città poiché tali atteggiamenti portano solo ed inevitabilmente disgregazione. Tuttavia parimenti deleterie sono l’indifferenza e la noncuranza verso le nostre radici, la nostra cultura comunitaria, i suoi simboli visibili, i suoi significati e contenuti in relazione al nostro vivere quotidiano, atteggiamenti questi sempre più frequenti trasversalmente a tutte le generazioni, che rischiano di condurci allo smarrimento e alla fagocitazione in un indistinto senza valori e riferimenti.

Fa male al cuore leggere di deturpazioni compiute ai danni di alcuni tratti delle mura poligonali che cingono la nostra città, testimoni e simboli della nostra antica civiltà. Si sono alzate grida indignate, si è invocato un maggior controllo del territorio e la giusta punizione per i responsabili. Prese di posizione condivisibili. Tuttavia sarebbe ipocrita limitarsi a considerare questo singolo gesto, peraltro di sicuro una bravata di ragazzi colpevoli innanzitutto di essere diseducati al bello e al rispetto dei beni comuni, e non vedere nell’insistente e reiterata vandalizzazione del nostro territorio, nell’incuria e nella progressiva dissipazione del nostro patrimonio materiale e immateriale la causa prima e scatenante di quanto accaduto. A meno di voler ritenere i responsabili di questo atto degli  alieni, avulsi totalmente dalla realtà in cui viviamo, quanto accaduto è il risultato immediato e diretto del nostro fallimento educativo. 

Indiscutibilmente le istituzioni pubbliche hanno una responsabilità primaria nel salvaguardare, conservare e rendere fruibili le nostre bellezze ed occorre che mettano in campo un’azione coordinata e continuata nel tempo a tale fine. Dissuadere mediante i controlli e sanzionare sono un aspetto non secondario, ma è impensabile e impossibile militarizzare un intero territorio. Bisogna ripartire dalle nostre scelte personali. Biasimare e condannare gli autori delle scritte su quei sassi millenari non ha senso se poi ci autoassolviamo ogni qualvolta con gesti e scelte eclatanti o piccole e irrilevanti ci uniamo alla sistematica deturpazione di Sezze: una finestra allargata, uno scarico abusivo, l’abbandono sistematico dei rifiuti, il pensare che una strada sia stata riqualificata e ripavimentata non per restituire qualità del vivere alle persone la abitano, ma per renderci più agevole il parcheggio della nostra auto fin sotto casa. E l’elenco potrebbe essere infinito, lo sappiamo bene.

Sezze ha bisogno non di bravi predicatori, ma di testimoni, capaci di tradurre l’amore per il bello e per la nostra storia, declamato con la bocca, in azioni e scelte quotidiane coerenti e conseguenti.

Ragionando e riflettendo sono riaffiorate nella mia memoria le parole di un grande italiano poco conosciuto, Peppino Impastato, giornalista, scrittore, poeta, attivista, ucciso dalla mafia a Cinisi (Palermo) in un finto incidente il 09 maggio 1978. “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Lo strumento educativo più efficace è l’esempio.

Il Guglietto (foto Walter Salvatori)

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Lunedì, 28 Ottobre 2019 08:45

Noi/altri, un’antitesi di contrapposizione

Ci riguarda.

La logica del “prima noi” e non mi importa di chi mi sta accanto è solo una tragica illusione, alimenta il cinismo e l’indifferenza, è un ottimo anestetico che ci consegna all’oblio della ragione, ci riduce ad automi nelle mani dei fomentatori di paure. L’antitesi “noi / altri” ci induce a credere che il nostro bene e la nostra realizzazione possiamo conseguirli non con gli altri ma solo in contrapposizione agli altri, i quali sono un limite e un intralcio da eliminare, soprattutto se possiedono le sembianze del povero, dello straniero, dell’omosessuale, dell’ebreo, del diverso in genere.

Sebbene la storia stia lì a rammentarci che il prevalere di tali ragionamenti è foriero sempre di tragedie per l’umanità, manchiamo di memoria e ne ricadiamo vittime.

Se un popolo senza patria e senza diritti, un paria della storia, il popolo Kurdo è vittima di un genocidio senza fine, ci riguarda e non soltanto perché sofferenze e morte sono intollerabili e perché quegli uomini e quelle donne hanno sacrificato le loro vite lottando al posto nostro contro il terrorismo islamico, ma anche perché noi, l’Italia, armiamo la mano dell’aggressore, producendo e vendendo ai turchi le armi utilizzate per la guerra e la pulizia etnica.

Se il popolo cileno scende in piazza per rivendicare diritti, uguaglianza e giustizia, contestando la logica del profitto fine a se stesso e a vantaggio esclusivo di pochi, ci riguarda e invero ci tocca anche direttamente. Le diseguaglianze vanno crescendo a dismisura anche nel nostro paese. La ricchezza è sempre più appannaggio di un numero ristretto e la grande maggioranza deve accontentarsi delle briciole. Di fronte a tutto questo non possiamo limitarci alle lamentazioni e alle recriminazioni sterili, ma dobbiamo alzare la voce e pretendere un cambio di passo sostanziale.

Se interi continenti sono sfruttati da un pugno di nazioni ricche e progredite, che utilizzano la propria forza per imporre fardelli, per continuare nella depredazione e garantirsi la perpetuazione del proprio benessere a scapito dei più deboli, ci riguarda. Se interi popoli fuggono da povertà, carestie e guerre che provochiamo e alimentiamo per assicurarci che nulla cambi, possiamo anche credere di fermarli alzando muri, respingendoli, abbandonandoli in balia del mare e lasciandoli morire nei campi di detenzione, ma la verità è un'altra. La storia presto o tardi ci presenterà il conto se non intraprendiamo la via della giustizia.

Se i profili social di una donna scampata all’orrore dell’olocausto, Liliana Segre, ogni giorno sono inondati da centinaia di messaggi violenti, razzisti e antisemiti, ci riguarda. La bestia infame dell’odio e dell’intolleranza è sempre all’opera con la sua azione predatrice ed inquinante ed oggi che certo linguaggio e certi atteggiamenti sono stati sdoganati ancor di più sta alzando la testa. Le parole di condanna non bastano, serve cultura ed educazione per vincere la battaglia ma anche disseccare le fonti dell’odio che avvelena la nostra società con norme ferme e forti.

Se il poco lavoro che c’è sta acquistando di nuovo i caratteri della schiavitù, sfruttamento dell’uomo sull’uomo in cambio di pochi spiccioli e a costo della dignità, ci riguarda. Tra gli sfruttati non c’è differenza di nazionalità, colore della pelle o cultura; è irrilevante se invocano il loro Dio chiamandolo Gesù Cristo, Allah o con qualunque altro nome, sono tutti uguali. Bisogna gridare che tutto ciò è inaccettabile, rivendicare diritti e giustizia, salari giusti e condizioni di lavoro rispettose delle persone.

Se il senso di insicurezza ci pervade e ci assale la paura perfino di camminare per le strade delle nostre città, ci riguarda. Bisogna però smetterla di indicare i soliti capri espiatori e di provocare ordalie contro i colpevoli di comodo. La legalità e il controllo del territorio contro chiunque delinque sono un diritto che non ha colore politico e sono garanzia di libertà per tutti i cittadini onesti e per bene, senza distinzioni.

Sono solo degli esempi, ma tanti altri se ne potrebbero fare per dire semplicemente che, nel piccolo come nel grande, come va il mondo ci riguarda, che far sentire la nostra voce contro ciò che non va conta e che l’indifferenza e l’inerzia equivalgono a complicità.

Sì, ci riguarda!

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