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La processione di Sezze tra fede e storia di una comunità

Mar 31, 2026 Scritto da 
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Ci sono tradizioni che non appartengono solo alla storia di un paese, ma anche alla storia intima di chi le vive. La processione di Sezze è una di queste: un evento che affonda le sue radici nel passato, ma che continua a vivere negli occhi e nei ricordi di chi, anno dopo anno, si è fermato a guardarla.
Le sue origini raccontano di fede, di comunità, di riti tramandati nel tempo. È un momento solenne, costruito con gesti ripetuti e simboli che parlano una lingua antica, fatta di devozione e appartenenza. Ma accanto a questa dimensione ufficiale, esiste un'altra processione — quella vissuta, sentita, ricordata. Ed è di questa che voglio parlarvi.
La processione per me era già un rito. Ricordo quando, partendo da Sezze Scalo, salivamo tutti insieme per raggiungere la casa di mia zia, su via Roma. Era una sorta di tradizione familiare: ci si affacciava alle finestre, stretti uno accanto all'altro, aspettando che tutto cominciasse. Da lì, dall'alto, osservavo quel fiume di persone e di luci con lo stupore di chi sente che sta assistendo a qualcosa di importante, anche senza comprenderlo fino in fondo.
Poi sono arrivati ​​gli anni delle passeggiate, dello “struscio”, di quel modo tutto nostro di vivere la processione da ragazzine.
Non sono mai stata protagonista di questo evento. Forse per timidezza, forse perché non ho mai amato stare al centro dell'attenzione. Eppure, la processione l'ho vissuta lo stesso, da un'altra prospettiva: quella di chi osserva, di chi si lascia attraversare dalle emozioni senza bisogno di esporsi.
Ricordo perfettamente le sere da ragazzina, quando l'attesa iniziava ben prima dell'arrivo dei figuranti. La cosa più bella, forse, era quel momento sospeso in cui la strada era chiusa al traffico: niente auto, niente rumore, solo persone che passavano.
Da davanti la EX Torrefazione fino a Porta Pascibella, la via si trasformava. Si riempiva lentamente di gente, di passi, di voci. Era il tempo delle passeggiate senza fretta, di quell'energia leggera e un po' elettrica che solo certe sere sanno avere.
Poi arrivava il buio.
E con lui, cambiava tutto.
Le voci si abbassavano, l'attesa si faceva più intensa, quasi rispettosa. E all'improvviso, in lontananza, si iniziava a sentire quel suono inconfondibile: lo schioccare dei passi dei soldati, cadenzato, deciso... Siste! Era un suono che attraversava la strada e arrivava dritto dentro, annunciando qualcosa di grande, di solenne. E in quel momento, anche chi stava semplicemente guardando si sentiva parte di qualcosa.
Era spettacolo, sì. Ma era anche magia.
Oggi, riguardando a quelle sere, capisco che la processione non è fatta solo da chi la interpreta, ma anche da chi la vive ai margini, da chi la osserva con occhi pieni di meraviglia. È fatta di ricordi, di emozioni, di piccoli dettagli che restano impressioni più dei grandi gesti.
E forse è proprio questo il suo segreto: riuscire, ogni anno, a essere allo stesso tempo rito e racconto, storia e memoria.
Venerdì, questo appuntamento tornerà a rinnovarsi.


La redazione augura a tutti — a chi la interpreta con impegno e dedizione, ea chi la vive con lo sguardo e con il cuore — una buona processione. Alcune tradizioni non si limitano a essere viste: si sentono, e restano con noi. 

Pubblicato in Eventi Culturali
Ultima modifica il Martedì, 31 Marzo 2026 09:44 Letto 362 volte

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