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Domenica, 11 Ottobre 2026 06:36

Ricordare il 7 ottobre e costruire la pace

 

 

Sono trascorsi tre anni dal 7 ottobre 2023.
 
In Israele si celebrava la Simchat Torah, a conclusione delle festività del Sukkot.
 
Quel giorno i cittadini israeliani si svegliarono al suono delle sirene.
 
La pioggia di razzi e poi l’incursione di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi misero Israele di fronte ad una brutale verità: la sua sicurezza poteva essere violata e la tanto ostentata protezione dei suoi cittadini era svanita in un attimo.
 
I terroristi attraversarono il confine tra Gaza e Israele e raggiunsero i kibbutz, i villaggi lungo la frontiera, entrarono nelle case e massacrarono uomini, donne, anziani, bambini e i ragazzi che partecipavano ad un festival nel deserto. Oltre 1.200 israeliani e cittadini stranieri furono trucidati, mentre 251 ostaggi furono condotti nella Striscia di Gaza.
 
Le indagini hanno documentato l’orrore, fatto di torture, omicidi, maltrattamenti e violenze sessuali.
 
Quanto consumato quel giorno non potrà mai avere alcuna giustificazione e men che meno potrà mai essere considerato un atto di legittima difesa. Nessuna causa politica può giustificare una simile violenza cieca e brutale, il massacro di civili, il rapimento di persone inermi e la trasformazione degli ostaggi in strumento di guerra.
 
Se è giusto e necessario comprendere le ragioni di un conflitto che insanguina da troppo tempo ormai quella terra bellissima, tale comprensione non potrà mai significare giustificare i crimini e cancellare la distinzione fondamentale tra le ragioni di una causa condivisibile ed i mezzi inaccettabili con cui si vorrebbe perseguirla.   
 
La colpa di Hamas e degli altri gruppi palestinesi è enorme e inaudita e la condanna non può che essere netta, chiara, forte e senza appello.
 
Tuttavia la responsabilità di quell’orrore non può divenire l’alibi per giustificare quanto è accaduto successivamente, e anzi sta ancora accadendo, cioè la trasformazione di una giusta reazione, di un atto di legittima difesa, del diritto di difendere i propri cittadini e di combattere Hamas da parte di Israele nella possibilità di ritenersi esentato dal rispetto degli obblighi imposti dal senso di umanità e dal diritto internazionale, di potersi sottrarre al giudizio in ordine alle modalità con le quali è stata condotta la guerra a Gaza e alle conseguenze che essa ha avuto ed ha tutt’ora sulla popolazione palestinese.
 
In questi tre anni, decine di migliaia di palestinesi sono stati brutalmente uccisi e nella stragrande maggioranza si è trattato di bambini, donne e anziani. L’intera popolazione civile è stata travolta dai bombardamenti a tappeto, che non hanno risparmiato ospedali, scuole, luoghi di culto, oltre che abitazioni e infrastrutture, che hanno portato al collasso i servizi essenziali e determinato una crisi umanitaria spaventosa.
 
La questione però non è solo umanitaria, ma anche e soprattutto politica.
 
Israele è una democrazia, dispone di un esercito tra i più potenti del mondo e non può essere esentato dal rispetto dei principi di legalità e proporzione dei mezzi impiegati in caso di conflitto armato e non può essere giudicato e giustificato soltanto sulla base delle intenzioni dichiarate e non delle conseguenze delle proprie azioni.
 
Lo stato ebraico ha l’indiscutibile diritto e dovere di fare tutto quanto necessario ad impedire che un altro 7 ottobre possa accadere, ma di contro questo esercizio del diritto di difendersi non può tramutarsi nell’abuso, nella giustificazione dei crimini commessi contro i civili palestinesi, come la condanna della guerra portata avanti da Israele e delle sue conseguenze non può trasformarsi nella rimozione delle responsabilità di coloro che hanno programmato e compiuto la strage dei civili israeliani.
 
Non è questione di equilibrismo o di tenere un atteggiamento di superficiale equidistanza tra le parti, ma della incontrovertibile necessità di non negare due verità che devono restare unite. Se quanto accaduto il 7 ottobre dobbiamo considerarlo un crimine incommensurabile e la responsabilità dei terroristi di Hamas inequivocabile, ugualmente le sofferenze inflitte ai civili palestinesi e la condotta della guerra israeliana devono essere valutate secondo gli stessi principi etici e giuridici. Nessun crimine può giustificare un altro crimine, non può esserci una compensazione tra le vittime e men che meno si possono mettere in competizione.
 
La presenza di Hamas a Gaza non rende complice la popolazione palestinese dei suoi crimini e non può trasformarla in un bersaglio bellico, come le decisioni del governo israeliano non rendono corresponsabili tutti i cittadini israeliani. Se cancelliamo queste indispensabili distinzioni, la colpa di alcuni diviene la colpa di un intero popolo e la lotta contro un'organizzazione terroristica rischia di trasformarsi in una guerra contro un intero popolo. La vita di un bambino palestinese non vale meno di quella di un bambino israeliano e la dignità umana non ha nazionalità e non conosce frontiere. Soltanto il ricorso ad una giustizia capace di distinguere le responsabilità individuali dalla colpa collettiva può sottrarre il futuro alla logica della vendetta, far cessare la guerra e gettare le basi per ricostruire il futuro. Non basterà far tacere le armi se non si sanano le ferite lasciate dai lutti, dai prigionieri, dalle famiglie distrutte, dalle macerie delle città e dalla convinzione radicata nelle menti e nei cuori di intere generazioni di entrambe le parti che l’altro è una minaccia permanente. La pace sarà possibile se il nemico tornerà ad avere un volto umano, se il dolore proprio non sarà più usato per negare quello dell’altro e se la sicurezza di un popolo non verrà più percepita come una minaccia alla sopravvivenza dell'altro.
 
La strada è difficile e può apparire lontana, ma l’alternativa è lasciare che prevalga l’odio, che i lutti alimentino i sentimenti di vendetta e la paura sia il terreno fertile per preparare nuove guerre. Serve il coraggio di distruggere l’odio, senza cancellare la memoria. Se dimenticare sarebbe una ingiustizia verso le vittime, trasformare il ricordo in odio sarebbe condannarci tutti ad una violenza senza fine.
 
 
 
 
Pubblicato in Riflessioni