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A Sezze riprende l’iter per la messa in sicurezza e la regolamentazione del parcheggio di via Archi, a servizio della stazione ferroviaria. Le Commissioni consiliari Lavori Pubblici e Viabilità e Gestione delle Risorse e Programmazione hanno rilanciato il progetto, già esaminato nel febbraio 2024, con l’obiettivo di realizzare un’area di sosta custodita e videosorvegliata, pensata soprattutto per le esigenze dei pendolari.

La proposta prevede la presenza di personale addetto alla sorveglianza dalle 6 alle 22 e un sistema di videosorveglianza notturna dalle 22 alle 6. Tra le ipotesi al vaglio c’è l’affidamento della gestione alla società comunale SPL, previa verifica della fattibilità tecnica, amministrativa ed economica.

Da definire anche il piano tariffario, che potrebbe comprendere pagamenti orari e abbonamenti mensili e annuali, con agevolazioni per residenti e studenti. Saranno inoltre mantenuti posti gratuiti e stalli riservati alle categorie aventi diritto.

I presidenti delle Commissioni, Pasquale Casalini e Federica Pecorilli, sottolineano la necessità di coniugare sicurezza, sostenibilità economica ed equità, evitando costi eccessivi per chi utilizza quotidianamente il treno. Il percorso proseguirà con le verifiche degli uffici comunali, chiamati a valutare i costi, le modalità di gestione e le tariffe prima di procedere con gli eventuali provvedimenti.

 

 

La partita per il governo di Sezze entra nel vivo e si sposta sul terreno del confronto politico. Venerdì 23 ottobre, alle ore 18, presso l’auditorium San Michele Arcangelo, la coalizione civica Unione per Sezze presenterà ufficialmente il candidato sindaco Andrea Campoli, dando forma a un progetto che punta a contendere a Lidano Lucidi la guida della città.

Sono sei le liste che sosterranno l’ex sindaco: Sezze Progetto Comune, Campoli Sindaco, Sezze Moderata, Setiam, Tutti per Sezze e Progetto Sezze 2000. Un’alleanza che rivendica una natura civica e trasversale, costruita oltre gli steccati tradizionali dei partiti e aperta a professionisti, cittadini e persone intenzionate a impegnarsi direttamente nella vita amministrativa. La sfida, tuttavia, non si giocherà soltanto sulla composizione delle liste, ma soprattutto sulla capacità di proporre una diversa idea di governo della città.

Campoli, sindaco di Sezze dal 2007 al 2017, ha già indicato il terreno sul quale intende impostare la propria iniziativa politica: il bilancio degli ultimi anni, le scelte amministrative e le opportunità che, a suo giudizio, non sarebbero state colte. In un post, l’ex primo cittadino ha affidato a una riflessione sul valore del confronto democratico il senso della sua candidatura: «La Politica, quella vera, è scontro tra idee. È la capacità di costruire soluzioni sempre più avanzate attraverso il confronto anche aspro e duro, pur rispettando tutti. La Dialettica (senza scomodare Socrate) è l'unico modo per avvicinarsi alla Verità. A Sezze, in questi anni, questo è mancato ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti».

Parole che delineano una strategia precisa: trasformare la prossima competizione elettorale in un confronto sul metodo e sui risultati dell’amministrazione Lucidi. Campoli chiama in causa la capacità della classe dirigente di programmare, decidere e utilizzare le risorse disponibili, a partire da quelle legate al PNRR, che hanno rappresentato un’occasione straordinaria per gli enti locali. Secondo la sua lettura, Sezze non avrebbe sfruttato pienamente questa fase, perdendo opportunità importanti per lo sviluppo e la riqualificazione del territorio.

Il giudizio dell’ex sindaco è netto. «È arrivato il momento di dire le cose come stanno», scrive, puntando il dito contro quella che definisce l’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente. Nel suo elenco compaiono le occasioni mancate, la gestione delle ultime scelte urbanistiche, le procedure di gara che, a suo avviso, sarebbero state troppo spesso prive di adeguata evidenza pubblica, l’impoverimento dei servizi alla persona, una politica culturale che giudica eccessivamente legata all’alcol e una città che, sempre secondo Campoli, avrebbe perso pulizia, decoro e peso nel panorama provinciale.

Accuse politicamente rilevanti, che chiamano in causa direttamente l’operato dell’amministrazione uscente e sulle quali si misurerà una parte significativa della campagna elettorale. Il nodo sarà capire quanto queste contestazioni riusciranno a tradursi in una proposta amministrativa alternativa, capace di indicare priorità, interventi e soluzioni concrete. Per Campoli, il ritorno sulla scena politica passa dunque dal tentativo di riaprire il dibattito sul futuro della città, riportando al centro temi come urbanistica, servizi, cultura, decoro urbano e ruolo istituzionale di Sezze.

Sul fronte opposto, Lidano Lucidi è impegnato nella costruzione della propria squadra elettorale. L’obiettivo sembra essere quello di dare continuità all’alleanza che lo ha sostenuto nel 2021, confermando le liste e, secondo le ipotesi circolate, gran parte dei candidati della precedente tornata. A questo schieramento potrebbero aggiungersi Sezze Futura e altre formazioni civiche che non hanno ancora ufficializzato il proprio posizionamento.

La strategia del sindaco uscente dovrà fare i conti con una competizione che si annuncia sempre più centrata sul bilancio politico e amministrativo del mandato. Se Campoli punta a fare delle occasioni mancate e delle criticità denunciate il fulcro della propria iniziativa, Lucidi dovrà definire il profilo della sua proposta per il futuro e confrontarsi con le contestazioni rivolte alla sua amministrazione.

Resta da chiarire anche il ruolo delle forze politiche tradizionali. Fratelli d’Italia, almeno per il momento, non ha ancora definito pubblicamente la propria collocazione, mentre negli ambienti politici locali si parla di un possibile riavvicinamento a Lucidi. Un eventuale sostegno del partito potrebbe incidere sulla configurazione della coalizione del sindaco uscente e sugli equilibri del centrodestra cittadino.

Più complicata appare, invece, la situazione del Partito Democratico e del cosiddetto campo largo. Dopo l’entusiasmo iniziale legato alla possibile candidatura del professor Gianluca Scarchillo, il fronte progressista sembra ancora alla ricerca di una sintesi politica e di una strategia condivisa. Restano da definire il perimetro dell’alleanza, il nome su cui puntare e, soprattutto, la proposta con cui presentarsi agli elettori.

In questo scenario, la presentazione di Campoli rappresenta un passaggio importante per la definizione degli schieramenti. La competizione non riguarda soltanto i nomi e le liste, ma anche il rapporto tra amministrazione e cittadini, la gestione delle risorse pubbliche e la capacità di costruire una visione per Sezze. Con la campagna elettorale che si avvicina, le coalizioni sono chiamate a uscire dall’attesa e a chiarire programmi, alleanze e priorità. Perché, al di là degli accordi e delle candidature, sarà sul governo concreto della città che si misurerà il confronto politico.

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del movimento Sezze Bene Comune.

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C’è qualcosa di profondamente significativo nel modo in cui, a Sezze, si sta delineando il confronto politico. In una fase in cui il paese avrebbe bisogno di una proposta chiara, riconoscibile e capace di definire un perimetro politico coerente, si continua a cercare riparo dietro il civismo, come se una lista civica potesse, da sola, risolvere le contraddizioni di una coalizione o nascondere l’assenza di una visione condivisa. Il civismo, quando nasce dalla partecipazione autentica, è una risorsa preziosa per una comunità. Diventa però un limite quando viene utilizzato come un involucro neutro, un contenitore buono per tutti e per nessuno, nel quale si tenta di ricomporre ciò che politicamente non riesce a trovare una sintesi. Perché una proposta amministrativa non può essere soltanto la somma di convenienze, né può prescindere dalle identità, dalle responsabilità e dai valori di chi intende governare.
Il problema di Sezze, prima ancora che elettorale, appare culturale e politico: la difficoltà di anteporre un progetto collettivo alle ambizioni individuali, ai conti rimasti aperti e ai tentativi di riscatto personale.
Da una parte c’è Lucidi, con una maggioranza nella quale, secondo questa lettura, convivono sensibilità e riferimenti riconducibili alla destra, talvolta senza una loro esplicita rappresentazione politica. Una condizione che pone una domanda legittima: quale identità si vuole dare alla proposta di governo e quale rapporto si intende costruire tra le forze che la sostengono e i cittadini che dovrebbero riconoscervisi?
Dall’altra parte si profila un déjà-vu politico che coinvolge Campoli: l’impressione è che si possa risolvere il problema della proposta politica autentica tornando a riavvolgere il nastro della storia, riproponendo equilibri, protagonisti e schemi che appartengono a una stagione di vent’anni fa. Ma la politica non può vivere di sola memoria. Il passato può offrire esperienze e insegnamenti, non diventare l’unico orizzonte possibile. Una comunità che guarda soltanto indietro rischia di non trovare le parole, le idee e le energie necessarie per affrontare il presente. Nel frattempo, Fratelli d’Italia sembra ancora dover chiarire quale strada intenderebbe percorrere: partecipare con il proprio simbolo oppure concorrere attraverso una formazione civica? Non è una questione puramente formale. I simboli rappresentano identità, appartenenze e responsabilità politiche. La trasparenza su questi aspetti è parte integrante del rapporto di fiducia con gli elettori, che hanno diritto di sapere quali forze sostengono una candidatura e quale progetto intendono portare avanti. In questo quadro, il dibattito rischia di restringersi attorno a figure e candidature, anziché svilupparsi sui contenuti. Da una parte, la figura del medico della mutua, evocata come metafora di un paese che sembra cercare continuamente una cura senza riuscire a individuare le cause profonde del proprio malessere politico. Dall’altra, quella del commercialista, associata a una prospettiva che appare concentrata soprattutto sulle dinamiche locali, senza che emerga ancora con sufficiente chiarezza una visione più ampia del futuro della comunità. Le persone, naturalmente, non esauriscono il valore di una proposta politica nelle loro professioni o nelle loro biografie. Il punto è un altro: nessun candidato, da solo, può sostituire un progetto; nessuna storia personale può prendere il posto di una visione collettiva. È proprio qui che si manifesta il rischio più grande: quello di un paese incapace di liberarsi dalla logica personalistica, nel quale ogni passaggio politico viene interpretato attraverso le traiettorie dei singoli, i rapporti di forza, le rivincite e le vecchie appartenenze. Una politica che finisce per parlare soprattutto di sé stessa, mentre i problemi della comunità rimangono sullo sfondo. Eppure, una parte dell’elettorato sembra attendere qualcosa di diverso. Non necessariamente un nome nuovo soltanto per ragioni anagrafiche o anagrafiche-politiche, ma una guida capace di rappresentare una discontinuità reale. Una proposta di sintesi, costruita attorno a obiettivi riconoscibili, accompagnata da una squadra di persone competenti e da un metodo di governo fondato sulla responsabilità, sulla trasparenza e sulla capacità di dare risposte. Il rinnovamento, infatti, non consiste semplicemente nel cambiare candidato o nel ricomporre diversamente le stesse alleanze. Significa cambiare il modo in cui si costruisce una proposta, il rapporto tra politica e cittadini, la selezione delle priorità e la capacità di rendere verificabili gli impegni assunti. Significa, soprattutto, avere il coraggio di dire con chiarezza da dove si parte, dove si vuole arrivare e con quali strumenti. Sezze non ha bisogno di un altro giro dentro il labirinto dei personalismi. Ha bisogno di uscire dal pantano attraverso una prospettiva che sappia tenere insieme identità politica, apertura civica e competenze amministrative. Ha bisogno di una classe dirigente che consideri le differenze un elemento da comporre attraverso il confronto, non qualcosa da nascondere dietro simboli rassicuranti o formule di convenienza. Anteporre l’interesse comune ai riscatti personali dovrebbe essere il faro di ogni percorso politico. Non uno slogan da pronunciare nelle occasioni pubbliche, ma il criterio con cui valutare le scelte, le alleanze e le candidature. Perché il bene di una comunità viene prima delle ambizioni di chi aspira a rappresentarla. La vera domanda, allora, non è soltanto chi guiderà Sezze nella prossima stagione amministrativa. La domanda è quale idea di paese si intenda costruire, quale cultura politica si voglia affermare e se esista finalmente la volontà di superare gli schemi che hanno alimentato divisioni e ripetizioni. Un paese non è malato perché attraversa una fase difficile. Rischia di diventarlo politicamente quando smette di interrogarsi sulle ragioni delle proprie difficoltà e continua a cercare risposte dentro gli stessi meccanismi che le hanno generate. Per uscire da questa condizione serve una scelta di maturità: meno contabilità delle ambizioni personali, meno operazioni costruite sul passato, meno ambiguità sulle identità politiche. E più idee, più responsabilità, più competenze, più futuro.
Perché Sezze merita una proposta politica che non si limiti a occupare uno spazio elettorale, ma sappia finalmente indicare una direzione.

 

 

Domenica 11 ottobre, al Museo Archeologico di Sezze, nell’ambito dell’inaugurazione della mostra itinerante «Simulacrum, i Lepini tra Sacro e Profano», promossa dalla Compagnia dei Lepini, ho presentato la mia guida «La Cappella Sistina del popolo. Guida all’Eremo di Santa Lucia e ai suoi affreschi». L’incontro ha visto l’introduzione del presidente Quirino Briganti, i saluti del sindaco Lidano Lucidi e gli interventi miei e della direttrice del Museo, Elisabeth Bruckner, che ha contribuito al volume curandone l’appendice.

Presentare l’eremo nel luogo che custodisce le radici di Sezze significa ritrovare un legame tra storia, territorio e comunità. La guida invita a conoscere un piccolo tesoro che, sulla collina di Villa Petrara, conserva ancora un’atmosfera raccolta, capace di suggerire silenzio e attenzione.

Le sue origini conducono al Medioevo. Una pergamena intorno al 1300 ricorda un’operazione relativa a un terreno del monastero di Santa Lucia; nel 1341 un lascito destina una somma al sostentamento delle monache. Sono testimonianze brevi ma preziose, che restituiscono la presenza di una comunità religiosa e i suoi rapporti con il territorio. Finestre murate, aperture modificate e diverse disposizioni delle pietre raccontano invece le trasformazioni dell’edificio.

Anche gli affreschi si sono formati e arricchiti nel tempo. Per comprenderli, la guida affianca alle immagini attuali le fotografie storiche in bianco e nero conservate nel Catalogo Generale dei Beni Culturali del Ministero della Cultura. Il confronto permette di riconoscere particolari oggi scomparsi, lacune e cambiamenti, distinguendo ciò che i documenti attestano da ciò che l’osservazione suggerisce.

Il percorso di lettura segue tre domande: «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?».

La parete centrale, dietro l’altare rivolto ai fedeli, affronta la prima. La Crocifissione è il fulcro di una comunità raccolta intorno a Cristo, alle sante martiri e ai santi eremiti. Santa Lucia, posta tra l’altare e il Crocifisso, richiama una fedeltà vissuta fino al dono della vita; gli eremiti testimoniano la preghiera e la resistenza alle tentazioni. L’identità si rivela così nelle scelte, nella fedeltà e nell’amore che sappiamo donare.

Sulla parete destra, la Genesi interroga le origini. I riquadri restaurati narrano la creazione del mondo e degli animali, fino ad Adamo ed Eva. Nei due inferiori, oggi coperti dall’intonaco, il racconto proseguiva con il comandamento divino, la tentazione e le conseguenze della disobbedienza. Le fotografie storiche ne conservano tracce: dal dono della vita emerge la responsabilità del nostro modo di abitare il mondo.

L’arco centrale collega la Creazione al destino attraverso l’Annunciazione e il mistero dell’Incarnazione. Il «sì» di Maria apre il cammino della Redenzione; il Bambino, raffigurato già con la croce, richiama il sacrificio di Cristo. Ai lati, Isaia e Luca collegano la promessa dell’Antico Testamento al suo compimento nel Nuovo.

Sulla parete sinistra, il grande Giudizio finale presenta circa cinquanta personaggi in quattro registri sovrapposti. Apostoli, santi, Padri e Dottori della Chiesa, fondatori di ordini e monasteri accompagnano lo sguardo verso la domanda sul destino. San Francesco, riconoscibile dalle stimmate, assume particolare rilievo nell’anno degli ottocento anni dalla sua morte. San Lidano e sant’Ignazio richiamano la storia religiosa di Sezze.

In basso, il racconto arriva all’altezza degli occhi: un angelo accoglie e solleva un’anima salvata, mentre un demonio afferra un dannato e lo trascina verso gli abissi. Due scene che rendono visibile il peso della scelta e conducono alla domanda conclusiva: «E tu, dove vuoi stare?».

Il titolo «La Cappella Sistina del popolo» evoca l’ampiezza del racconto, dalla Genesi al Giudizio finale, e la funzione educativa delle immagini, che trasmettevano la fede anche a chi non sapeva leggere. La guida vuole continuare quel dialogo. Conoscere questo patrimonio significa anche riconoscere ciò che una comunità ha ricevuto e assumersi la responsabilità di custodirlo e trasmetterlo.

 

Più trasparenza nella gestione dei servizi sociali, maggiore attenzione alle esigenze delle famiglie e un ruolo centrale per Sezze nella programmazione del Distretto sociosanitario LT3. Sono questi i punti principali del comunicato diffuso da SeTiam, per bocca di Rinaldo Ceccano, che interviene sul Piano Sociale di Zona 2024-2026 dopo la recente nota del Comune di Priverno.

Per l’associazione, il confronto non può limitarsi agli aspetti formali e amministrativi del Piano, ma deve concentrarsi soprattutto sulla capacità di tradurre le risorse programmate in interventi concreti e accessibili ai cittadini.

«Il tema centrale non è soltanto l’approvazione del Piano, ma la capacità di trasformare le risorse programmate in servizi concreti, accessibili e realmente rispondenti ai bisogni dei cittadini», sottolinea Ceccano di SeTiam.

Uno dei temi sollevati riguarda il ruolo della città di Sezze all’interno del Distretto LT3. Secondo quanto evidenziato dall’associazione, Sezze rappresenta oltre il 42% della popolazione distrettuale e, proprio per questo, dovrebbe avere un ruolo centrale nella definizione delle priorità, nella programmazione degli interventi e nella verifica dei risultati raggiunti.

SeTiam richiama inoltre l’attenzione sulle segnalazioni provenienti dalle famiglie, che riguarderebbero le difficoltà nel reperire informazioni sui servizi e i ritardi nei pagamenti dei contributi destinati alle persone con disabilità gravissima e degli interventi collegati alla DGR 223.

Su questi aspetti, l’associazione chiede risposte precise e strumenti di comunicazione più efficaci. Tra le proposte figurano un portale informativo aggiornato, una maggiore trasparenza sulle procedure e una rendicontazione periodica dei servizi attivati e delle risorse effettivamente utilizzate.

Accanto alle criticità segnalate, SeTiam propone di avviare una riflessione sulle nuove forme di assistenza e inclusione sociale già sperimentate in altri contesti.

Tra le ipotesi indicate figurano alloggi assistiti per anziani, centri specializzati per le persone con Alzheimer, budget di salute, progetti di cohousing e percorsi legati al Dopo di Noi. L’elenco comprende anche le Case del Welfare di Comunità, la teleassistenza, la domotica sociale e programmi personalizzati per favorire l’inserimento lavorativo delle persone in condizioni di fragilità.

L’obiettivo, spiega l’associazione, è verificare quali servizi siano già presenti nel Distretto LT3, quali necessitino di un potenziamento e quali possano essere introdotti attraverso nuove progettualità e opportunità di finanziamento.

Centro storico di Sezze, la proposta del welfare diffuso

La visione di SeTiam si collega anche alla proposta di valorizzare il centro storico di Sezze attraverso un modello di welfare diffuso e di borgo protetto.

L’idea è recuperare immobili pubblici e destinarli allo sviluppo di servizi di prossimità, con particolare attenzione agli anziani, alle persone con disabilità e alle famiglie. Un progetto che, nelle intenzioni dell’associazione, potrebbe contribuire a integrare le politiche sociali con la riqualificazione del patrimonio esistente e con una maggiore presenza dei servizi sul territorio.

SeTiam precisa che la proposta non nasce con l’intento di contrapporre Sezze agli altri Comuni del Distretto, ma di favorire una programmazione condivisa e capace di rispondere alle esigenze della popolazione.

Per questo viene chiesto un confronto permanente con famiglie, associazioni, cooperative e operatori del settore, affinché le scelte in materia sociale siano accompagnate da un monitoraggio costante dei risultati e da un dialogo diretto con chi utilizza i servizi.

«Le politiche sociali non si misurano dal numero delle delibere approvate, ma dalla qualità dei servizi che arrivano concretamente alle persone», conclude l’associazione, ribadendo la necessità che Sezze sia protagonista della prossima fase di programmazione e innovazione sociale del Distretto LT3.

 

 

Ci sono storie che meritano di essere raccontate perché parlano di un territorio molto più di tante fotografie. Sono le storie delle persone che hanno lavorato, investito e costruito attività diventate, nel tempo, parte della memoria collettiva di una comunità. A Sezze, dove l'agricoltura ha rappresentato per generazioni una risorsa economica e culturale, l'olivo occupa un posto importante nel paesaggio e nella tradizione. Le sue chiome accompagnano le colline, segnano i confini dei terreni e raccontano il legame profondo tra la comunità e la propria terra. Ma dietro le olive e l'olio non ci sono soltanto coltivazioni e tecniche di lavorazione. Ci sono famiglie, lavoratori, intuizioni e luoghi in cui il lavoro diventava anche occasione di incontro. È da qui che parte il nostro viaggio nella storia olivicola setina, tra le varietà che caratterizzano il territorio pontino e il ricordo di un frantoio che, a Sezze Scalo, ha lasciato una traccia nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Quanto è importante l'olivicoltura per Sezze? Un documento tecnico di ARSIAL, l'Agenzia regionale per lo sviluppo e l'innovazione dell'agricoltura del Lazio, riporta per il Comune una superficie olivetata stimata in circa 606 ettari, con riferimento al 2018. È un dato che aiuta a comprendere la dimensione di questa presenza agricola, pur non rappresentando una rilevazione aggiornata al 2026. Non indica il numero degli alberi né la quantità di olive raccolte annualmente, ma restituisce un'immagine significativa del legame tra il territorio setino e la coltivazione dell'olivo.
Itrana e Leccino: le varietà da cui nasce l'olio
Quando si parla di olio pontino, una delle prime varietà da ricordare è l'Itrana, conosciuta anche come Oliva di Gaeta. È una cultivar profondamente legata alla storia olivicola del territorio e può essere utilizzata sia per produrre olio extravergine sia per ottenere olive da tavola. L'Itrana è protagonista dell'olio Colline Pontine DOP. Il suo profilo aromatico può presentare sentori di pomodoro verde, con un equilibrio tra amaro e piccante che contribuisce a renderlo riconoscibile. Accanto all'Itrana c’è il Leccino. Ogni varietà porta con sé caratteristiche diverse, ma il risultato finale dipende anche dal momento della raccolta, dalle condizioni delle olive, dai tempi di lavorazione e dalle scelte del frantoio.
Sezze Scalo e il ricordo del frantoio dei fratelli Perugini
Nella storia olivicola di Sezze Scalo c'è un ricordo che merita di essere recuperato e tramandato: quello del frantoio dei fratelli Lindo ed Enrico Perugini aperto nel 1958 e chiuso nel 2005. Era un luogo in cui la lavorazione delle olive non rappresentava soltanto un'attività produttiva. Il frantoio era anche uno spazio di socialità, dove i dipendenti condividevano momenti di convivialità dopo o durante le giornate di lavoro. Una bruschetta, un bicchiere di vino, qualche parola scambiata tra colleghi: gesti semplici che raccontano un modo di vivere il lavoro in cui la dimensione umana aveva un ruolo importante. Oggi, nella memoria di chi ha conosciuto quella realtà, questi dettagli restituiscono il ritratto di un ambiente in cui la fatica del lavoro agricolo si accompagnava alla condivisione e ai rapporti personali. Sono ricordi che non riguardano soltanto un'attività economica, ma anche il tessuto sociale di Sezze Scalo. Perché alcuni luoghi, oltre a produrre, contribuiscono a costruire relazioni e diventano parte della storia quotidiana di una comunità. Tra gli aspetti più curiosi della storia del frantoio c'è l'inventiva di Enrico Perugini, che aveva realizzato un dispositivo per sollevare i cesti contenenti la sansa, il residuo solido della lavorazione delle olive. Un'idea nata dalle esigenze concrete del lavoro, dall'osservazione dei problemi quotidiani e dalla capacità di trovare una soluzione pratica. Prima che l'innovazione diventasse una parola utilizzata ovunque, nei luoghi di lavoro c'erano già persone capaci di migliorare strumenti e procedure attraverso l'esperienza diretta. Chi trascorreva le giornate tra macchinari, olive e operazioni di molitura conosceva bene le difficoltà da affrontare e cercava modi per rendere il lavoro più agevole. L'invenzione di Enrico rappresenta proprio questo spirito: creatività, manualità e conoscenza del mestiere messe al servizio di un'attività concreta.È un particolare che merita di essere ricordato perché aggiunge alla storia del frantoio un elemento umano e imprenditoriale. Non soltanto produzione, dunque, ma anche capacità di osservare, inventare e migliorare.
I frantoi di oggi e la continuità di una tradizione
A Sezze Scalo, nella zona industriale di via Campania, opera Frantoi Pontini S.r.l., una realtà che unisce la commercializzazione dell'olio extravergine d'oliva ai servizi di lavorazione e confezionamento. Sulla pagina ufficiale l'azienda racconta una storia familiare olivicola che, secondo quanto riportato sul proprio sito, affonda le radici nei primi anni del Novecento a Priverno, nel cuore delle Colline Pontine. Oggi la proposta comprende oli extravergini, oli aromatizzati e diversi formati destinati sia ai consumatori sia alle attività commerciali. Tra i servizi offerti figurano la molitura conto terzi, l'imbottigliamento e il confezionamento personalizzato, attività che possono rappresentare un'opportunità per gli olivicoltori e per le imprese interessate a valorizzare le proprie produzioni.
Le attività cambiano, le tecnologie si evolvono e nuove generazioni affrontano le sfide del mercato. Ma il valore di un frantoio continua a essere legato alla sua capacità di trasformare il raccolto in un prodotto di qualità, offrendo un servizio agli olivicoltori e contribuendo alla vitalità dell'economia agricola locale. Oggi la qualità richiede attenzione alla tracciabilità, alla gestione delle olive dopo la raccolta e alle tecniche di estrazione. La tradizione, da sola, non basta: occorrono competenza, investimenti e capacità di adattarsi a un mercato sempre più competitivo. E allora, a tutti gli olivicoltori, ai frantoiani e a chi, con passione e fatica, porta avanti questa bella tradizione del nostro territorio, auguriamo una buona raccolta e una buona spremitura! Che sia una stagione generosa, capace di ripagare il lavoro e l'impegno di chi coltiva la terra e custodisce le nostre tradizioni. E poi, naturalmente, che arrivi il momento più atteso: una fetta di pane casereccio, una bella bruschetta, un filo d'olio extravergine appena franto, ancora profumato e dal sapore intenso, da condividere con familiari e amici, magari accompagnato da un buon bicchiere di vino. Perché l'olio nuovo non è soltanto un prodotto della terra: è festa, convivialità e orgoglio per le nostre radici. Buona raccolta, buona spremitura e buona magnata di bruschette con l'olio appena fatto a tutti! Con l'augurio che il profumo dell'olio nuovo continui a raccontare la bellezza delle Colline Pontine e la passione di chi ogni giorno le rende vive.

Domenica, 11 Ottobre 2026 06:36

Ricordare il 7 ottobre e costruire la pace

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Sono trascorsi tre anni dal 7 ottobre 2023.
 
In Israele si celebrava la Simchat Torah, a conclusione delle festività del Sukkot.
 
Quel giorno i cittadini israeliani si svegliarono al suono delle sirene.
 
La pioggia di razzi e poi l’incursione di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi misero Israele di fronte ad una brutale verità: la sua sicurezza poteva essere violata e la tanto ostentata protezione dei suoi cittadini era svanita in un attimo.
 
I terroristi attraversarono il confine tra Gaza e Israele e raggiunsero i kibbutz, i villaggi lungo la frontiera, entrarono nelle case e massacrarono uomini, donne, anziani, bambini e i ragazzi che partecipavano ad un festival nel deserto. Oltre 1.200 israeliani e cittadini stranieri furono trucidati, mentre 251 ostaggi furono condotti nella Striscia di Gaza.
 
Le indagini hanno documentato l’orrore, fatto di torture, omicidi, maltrattamenti e violenze sessuali.
 
Quanto consumato quel giorno non potrà mai avere alcuna giustificazione e men che meno potrà mai essere considerato un atto di legittima difesa. Nessuna causa politica può giustificare una simile violenza cieca e brutale, il massacro di civili, il rapimento di persone inermi e la trasformazione degli ostaggi in strumento di guerra.
 
Se è giusto e necessario comprendere le ragioni di un conflitto che insanguina da troppo tempo ormai quella terra bellissima, tale comprensione non potrà mai significare giustificare i crimini e cancellare la distinzione fondamentale tra le ragioni di una causa condivisibile ed i mezzi inaccettabili con cui si vorrebbe perseguirla.   
 
La colpa di Hamas e degli altri gruppi palestinesi è enorme e inaudita e la condanna non può che essere netta, chiara, forte e senza appello.
 
Tuttavia la responsabilità di quell’orrore non può divenire l’alibi per giustificare quanto è accaduto successivamente, e anzi sta ancora accadendo, cioè la trasformazione di una giusta reazione, di un atto di legittima difesa, del diritto di difendere i propri cittadini e di combattere Hamas da parte di Israele nella possibilità di ritenersi esentato dal rispetto degli obblighi imposti dal senso di umanità e dal diritto internazionale, di potersi sottrarre al giudizio in ordine alle modalità con le quali è stata condotta la guerra a Gaza e alle conseguenze che essa ha avuto ed ha tutt’ora sulla popolazione palestinese.
 
In questi tre anni, decine di migliaia di palestinesi sono stati brutalmente uccisi e nella stragrande maggioranza si è trattato di bambini, donne e anziani. L’intera popolazione civile è stata travolta dai bombardamenti a tappeto, che non hanno risparmiato ospedali, scuole, luoghi di culto, oltre che abitazioni e infrastrutture, che hanno portato al collasso i servizi essenziali e determinato una crisi umanitaria spaventosa.
 
La questione però non è solo umanitaria, ma anche e soprattutto politica.
 
Israele è una democrazia, dispone di un esercito tra i più potenti del mondo e non può essere esentato dal rispetto dei principi di legalità e proporzione dei mezzi impiegati in caso di conflitto armato e non può essere giudicato e giustificato soltanto sulla base delle intenzioni dichiarate e non delle conseguenze delle proprie azioni.
 
Lo stato ebraico ha l’indiscutibile diritto e dovere di fare tutto quanto necessario ad impedire che un altro 7 ottobre possa accadere, ma di contro questo esercizio del diritto di difendersi non può tramutarsi nell’abuso, nella giustificazione dei crimini commessi contro i civili palestinesi, come la condanna della guerra portata avanti da Israele e delle sue conseguenze non può trasformarsi nella rimozione delle responsabilità di coloro che hanno programmato e compiuto la strage dei civili israeliani.
 
Non è questione di equilibrismo o di tenere un atteggiamento di superficiale equidistanza tra le parti, ma della incontrovertibile necessità di non negare due verità che devono restare unite. Se quanto accaduto il 7 ottobre dobbiamo considerarlo un crimine incommensurabile e la responsabilità dei terroristi di Hamas inequivocabile, ugualmente le sofferenze inflitte ai civili palestinesi e la condotta della guerra israeliana devono essere valutate secondo gli stessi principi etici e giuridici. Nessun crimine può giustificare un altro crimine, non può esserci una compensazione tra le vittime e men che meno si possono mettere in competizione.
 
La presenza di Hamas a Gaza non rende complice la popolazione palestinese dei suoi crimini e non può trasformarla in un bersaglio bellico, come le decisioni del governo israeliano non rendono corresponsabili tutti i cittadini israeliani. Se cancelliamo queste indispensabili distinzioni, la colpa di alcuni diviene la colpa di un intero popolo e la lotta contro un'organizzazione terroristica rischia di trasformarsi in una guerra contro un intero popolo. La vita di un bambino palestinese non vale meno di quella di un bambino israeliano e la dignità umana non ha nazionalità e non conosce frontiere. Soltanto il ricorso ad una giustizia capace di distinguere le responsabilità individuali dalla colpa collettiva può sottrarre il futuro alla logica della vendetta, far cessare la guerra e gettare le basi per ricostruire il futuro. Non basterà far tacere le armi se non si sanano le ferite lasciate dai lutti, dai prigionieri, dalle famiglie distrutte, dalle macerie delle città e dalla convinzione radicata nelle menti e nei cuori di intere generazioni di entrambe le parti che l’altro è una minaccia permanente. La pace sarà possibile se il nemico tornerà ad avere un volto umano, se il dolore proprio non sarà più usato per negare quello dell’altro e se la sicurezza di un popolo non verrà più percepita come una minaccia alla sopravvivenza dell'altro.
 
La strada è difficile e può apparire lontana, ma l’alternativa è lasciare che prevalga l’odio, che i lutti alimentino i sentimenti di vendetta e la paura sia il terreno fertile per preparare nuove guerre. Serve il coraggio di distruggere l’odio, senza cancellare la memoria. Se dimenticare sarebbe una ingiustizia verso le vittime, trasformare il ricordo in odio sarebbe condannarci tutti ad una violenza senza fine.
 
 
 
 

 

 

Il PIL può anche fare +0,2%, ma quando apri i conti dell'Istat sulle famiglie, i numeri del secondo trimestre 2026 sono tutti col segno meno per chi deve fare la spesa.

I dati reali per le famiglie, non la percezione:

  • Potere d'acquisto -0,9% in un solo trimestre. Il reddito disponibile è salito dello 0,4%, i consumi del 1,7%. Vuol dire che hai speso di più guadagnando quasi uguale. Lo stesso Istat certifica il calo dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

  • Risparmio crollato. La propensione al risparmio è scesa al 6,7% (-1,2 punti in tre mesi). Le famiglie stanno intaccando quello che avevano messo da parte per mantenere il livello dei consumi.

  • Pressione fiscale al 43,5% del PIL (+0,5 punti rispetto all'anno scorso).

  • Energia fuori scala. Tra febbraio e agosto 2026 elettricità, gas e altri combustibili hanno registrato un +11,4%, oltre quattro volte l'inflazione generale di quel periodo. Ad agosto l'energia da sola segna un +17,1% su base annua, e i prodotti acquistati più frequentemente un +4,3%.

Quanto costa in euro:

Il Codacons calcola, con l'inflazione al 3,3%, un aggravio di 1.091 euro l'anno per una famiglia tipo e di 1.507 euro per una con due figli. CNA e CGIA parlano di cifre fino a 1.300 euro in più tra bollette, benzina e spesa.

Se si guardano gli ultimi 5 anni, il conto è ancora più pesante: potere d'acquisto calato di oltre 5.500 euro per famiglia media e inflazione cumulata al +18% contro uno stipendio cresciuto solo del +9%.

Non è pessimismo: il PIL misura quanto produce il Paese, mentre il potere d'acquisto misura quanto ti rimane in tasca. Oggi vanno in direzioni opposte, con consumi che crescono molto più dei redditi e la Banca d'Italia che prevede per quest'anno consumi delle famiglie a soli +0,4% e PIL a +0,5%.

È per questo che a Sezze, come a Latina, la gente non si riconosce nei titoli sul "record di occupati". L'occupazione, anche quando c'è, è lavoro povero e precario che non copre più bollette, mutuo e carrello della spesa.

 

La definizione agevolata dei tributi locali approvata dal Consiglio comunale di Sezze permette a cittadini e imprese di regolarizzare le proprie posizioni, alleggerendo sanzioni e interessi. Su La Notizia Condivisa, il sindaco Lidano Lucidi ha distinto tra chi potrebbe pagare e sceglie di non farlo e chi attraversa una reale difficoltà economica.

È una distinzione giusta. Accogliamo con favore questa possibilità, purché sia davvero, come affermato dal sindaco, l’ultima occasione per mettersi in regola.

Occorre evitare che si consolidi l’idea che non pagare convenga, perché arriverà un’altra agevolazione o perché nessuno chiederà conto dei tributi non versati. Chi paga regolarmente, spesso facendo sacrifici, merita la certezza che tutti siano chiamati a contribuire. La solidarietà deve accompagnarsi a controlli efficaci e a una riscossione tempestiva.

Le norme comunali, se non lo prevedono già, dovrebbero favorire sempre chi segnala spontaneamente la propria impossibilità di pagare, documentando le difficoltà prima di essere individuato come moroso. Premiare questa collaborazione con agevolazioni e pagamenti sostenibili incoraggerebbe la fiducia tra cittadini e Comune, evitando che i debiti si accumulino.

Dagli accertamenti agli incassi

Il sindaco ha riferito di accertamenti emessi alla fine del 2025 nei confronti di evasori totali per un importo vicino al milione di euro. È un dato significativo: ora occorre conoscere quanto sia stato riscosso e come si stia recuperando il resto. Un accertamento individua una somma dovuta; l’incasso la rende disponibile per i servizi.

Serve un prospetto dei crediti comunali, distinto per entrata e annualità, con le somme al 1° gennaio 2026, gli incassi, gli importi da riscuotere, le procedure avviate, le rateizzazioni, le proroghe e le eventuali reimputazioni. A fine anno, il quadro andrà completato con i valori al 31 dicembre.

È auspicabile che siano evidenziati anche i crediti cancellati e le motivazioni: prescrizione, inesigibilità o altre cause. Un credito incassato e uno cancellato riducono entrambi i residui attivi, ma soltanto il primo porta risorse nelle casse comunali.

Documenti accessibili, risultati verificabili

Un primo passo sarebbe pubblicare sul sito istituzionale le relazioni semestrali sul Piano di riequilibrio previste dal monitoraggio della Corte dei conti, insieme ai verbali dei revisori e alla documentazione di trasmissione. Una sintesi comprensibile permetterebbe alla comunità di seguirne l’attuazione.

L’appello è rivolto all’intera amministrazione: al sindaco, alla Giunta e a tutto il Consiglio comunale, maggioranza e opposizione, ciascuno secondo le proprie responsabilità.

Alla promessa dell’ultima occasione si affianchi un impegno concreto: rendere conto di quanto viene recuperato, quanto resta da recuperare e quanto viene cancellato, spiegandone le ragioni. Anche gli esiti della definizione agevolata dovrebbero essere pubblicati: adesioni, incassi e somme ancora attese.

«Paghiamo tutti per pagare meno e per aiutare chi ha più bisogno».

 

 

 

Il Consiglio comunale di Sezze ha approvato, con il voto favorevole di tutte le forze politiche ad eccezione del Partito Democratico, il regolamento per la definizione agevolata dei tributi locali. Un provvedimento attraverso il quale l’amministrazione comunale intende offrire a cittadini e imprese la possibilità di regolarizzare la propria posizione tributaria, evitando il peso di sanzioni e interessi, e allo stesso tempo consentire all’Ente di recuperare risorse da destinare ai servizi per la comunità. «In questi anni abbiamo portato avanti un’azione molto incisiva nel contrasto all’evasione fiscale e continueremo a farlo con ancora maggiore determinazione. Soltanto alla fine del 2025 abbiamo emesso avvisi di accertamento nei confronti di evasori totali, soggetti fino a quel momento completamente sconosciuti al fisco comunale, per un importo complessivo vicino al milione di euro. È una strada dalla quale non intendiamo arretrare, perché pagare i tributi significa contribuire ai servizi della propria città e perché non è accettabile che il peso ricada esclusivamente su chi ha sempre rispettato i propri obblighi».

Il sindaco Lidano Lucidi sottolinea, tuttavia, la necessità di distinguere tra chi sceglie deliberatamente di non pagare e chi, invece, si trova nell’impossibilità o in una grave difficoltà nell’adempiere ai propri obblighi tributari. «Sappiamo perfettamente che esistono persone che potrebbero pagare e scelgono di non farlo. Nei loro confronti l’azione di recupero deve essere rigorosa. Ma esistono anche famiglie che vivono di stipendio: pensionati, lavoratori e piccoli imprenditori che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con un aumento vertiginoso del costo della vita. C’è una morosità incolpevole che non possiamo e non vogliamo ignorare. La politica deve essere capace di vedere anche queste situazioni e di fornire una risposta concreta».

Da questa consapevolezza nasce il regolamento approvato dal Consiglio comunale, votato anche dagli esponenti di Sezze Futura e Fratelli d’Italia, che permette a chi ha pendenze relative ai tributi locali di mettersi in regola beneficiando della definizione agevolata prevista dal provvedimento. «Abbiamo voluto cogliere una possibilità importante in un momento nel quale molte famiglie e molte attività economiche attraversano ancora una fase di difficoltà. Chi vuole regolarizzare la propria posizione deve poterlo fare senza essere schiacciato da sanzioni e interessi che, con il passare degli anni, possono rendere il debito sempre più difficile da sostenere. Allo stesso tempo il Comune può recuperare somme che gli spettano e trasformarle in risorse per garantire servizi migliori e, dove possibile, crearne di nuovi».

Per l’amministrazione comunale il provvedimento rappresenta quindi un punto di equilibrio tra equità fiscale e attenzione alle condizioni economiche e sociali della comunità. «Il principio deve essere molto chiaro: chi può pagare, deve pagare, e chi ha cercato di sottrarsi completamente ai propri doveri deve sapere che i controlli proseguiranno e saranno sempre più incisivi. Ma a chi vuole mettersi in regola stiamo offrendo uno strumento concreto per farlo a condizioni più sostenibili. È un’opportunità che abbiamo fortemente voluto e che riteniamo giusto mettere a disposizione della città».

Nei prossimi giorni l’amministrazione comunale avvierà una campagna informativa dedicata, attraverso la quale saranno illustrate nel dettaglio le modalità, i requisiti e i termini per accedere alla definizione agevolata. «Vogliamo che tutti siano messi nelle condizioni di conoscere questa possibilità e di valutarla. Per questo daremo la massima diffusione alle informazioni e spiegheremo con chiarezza come aderire. Ma voglio essere altrettanto chiaro su un altro punto: questa deve essere considerata l’ultima occasione per mettersi in regola. Dopo aver offerto uno strumento per sanare la propria posizione, l’azione di contrasto all’evasione e di recupero delle somme dovute proseguirà con ancora maggiore determinazione. È una questione di equità nei confronti di tutti quei cittadini che, anche facendo sacrifici, hanno sempre pagato quanto dovuto».

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