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Il PIL può anche fare +0,2%, ma quando apri i conti dell'Istat sulle famiglie, i numeri del secondo trimestre 2026 sono tutti col segno meno per chi deve fare la spesa.

I dati reali per le famiglie, non la percezione:

  • Potere d'acquisto -0,9% in un solo trimestre. Il reddito disponibile è salito dello 0,4%, i consumi del 1,7%. Vuol dire che hai speso di più guadagnando quasi uguale. Lo stesso Istat certifica il calo dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

  • Risparmio crollato. La propensione al risparmio è scesa al 6,7% (-1,2 punti in tre mesi). Le famiglie stanno intaccando quello che avevano messo da parte per mantenere il livello dei consumi.

  • Pressione fiscale al 43,5% del PIL (+0,5 punti rispetto all'anno scorso).

  • Energia fuori scala. Tra febbraio e agosto 2026 elettricità, gas e altri combustibili hanno registrato un +11,4%, oltre quattro volte l'inflazione generale di quel periodo. Ad agosto l'energia da sola segna un +17,1% su base annua, e i prodotti acquistati più frequentemente un +4,3%.

Quanto costa in euro:

Il Codacons calcola, con l'inflazione al 3,3%, un aggravio di 1.091 euro l'anno per una famiglia tipo e di 1.507 euro per una con due figli. CNA e CGIA parlano di cifre fino a 1.300 euro in più tra bollette, benzina e spesa.

Se si guardano gli ultimi 5 anni, il conto è ancora più pesante: potere d'acquisto calato di oltre 5.500 euro per famiglia media e inflazione cumulata al +18% contro uno stipendio cresciuto solo del +9%.

Non è pessimismo: il PIL misura quanto produce il Paese, mentre il potere d'acquisto misura quanto ti rimane in tasca. Oggi vanno in direzioni opposte, con consumi che crescono molto più dei redditi e la Banca d'Italia che prevede per quest'anno consumi delle famiglie a soli +0,4% e PIL a +0,5%.

È per questo che a Sezze, come a Latina, la gente non si riconosce nei titoli sul "record di occupati". L'occupazione, anche quando c'è, è lavoro povero e precario che non copre più bollette, mutuo e carrello della spesa.

 

La definizione agevolata dei tributi locali approvata dal Consiglio comunale di Sezze permette a cittadini e imprese di regolarizzare le proprie posizioni, alleggerendo sanzioni e interessi. Su La Notizia Condivisa, il sindaco Lidano Lucidi ha distinto tra chi potrebbe pagare e sceglie di non farlo e chi attraversa una reale difficoltà economica.

È una distinzione giusta. Accogliamo con favore questa possibilità, purché sia davvero, come affermato dal sindaco, l’ultima occasione per mettersi in regola.

Occorre evitare che si consolidi l’idea che non pagare convenga, perché arriverà un’altra agevolazione o perché nessuno chiederà conto dei tributi non versati. Chi paga regolarmente, spesso facendo sacrifici, merita la certezza che tutti siano chiamati a contribuire. La solidarietà deve accompagnarsi a controlli efficaci e a una riscossione tempestiva.

Le norme comunali, se non lo prevedono già, dovrebbero favorire sempre chi segnala spontaneamente la propria impossibilità di pagare, documentando le difficoltà prima di essere individuato come moroso. Premiare questa collaborazione con agevolazioni e pagamenti sostenibili incoraggerebbe la fiducia tra cittadini e Comune, evitando che i debiti si accumulino.

Dagli accertamenti agli incassi

Il sindaco ha riferito di accertamenti emessi alla fine del 2025 nei confronti di evasori totali per un importo vicino al milione di euro. È un dato significativo: ora occorre conoscere quanto sia stato riscosso e come si stia recuperando il resto. Un accertamento individua una somma dovuta; l’incasso la rende disponibile per i servizi.

Serve un prospetto dei crediti comunali, distinto per entrata e annualità, con le somme al 1° gennaio 2026, gli incassi, gli importi da riscuotere, le procedure avviate, le rateizzazioni, le proroghe e le eventuali reimputazioni. A fine anno, il quadro andrà completato con i valori al 31 dicembre.

È auspicabile che siano evidenziati anche i crediti cancellati e le motivazioni: prescrizione, inesigibilità o altre cause. Un credito incassato e uno cancellato riducono entrambi i residui attivi, ma soltanto il primo porta risorse nelle casse comunali.

Documenti accessibili, risultati verificabili

Un primo passo sarebbe pubblicare sul sito istituzionale le relazioni semestrali sul Piano di riequilibrio previste dal monitoraggio della Corte dei conti, insieme ai verbali dei revisori e alla documentazione di trasmissione. Una sintesi comprensibile permetterebbe alla comunità di seguirne l’attuazione.

L’appello è rivolto all’intera amministrazione: al sindaco, alla Giunta e a tutto il Consiglio comunale, maggioranza e opposizione, ciascuno secondo le proprie responsabilità.

Alla promessa dell’ultima occasione si affianchi un impegno concreto: rendere conto di quanto viene recuperato, quanto resta da recuperare e quanto viene cancellato, spiegandone le ragioni. Anche gli esiti della definizione agevolata dovrebbero essere pubblicati: adesioni, incassi e somme ancora attese.

«Paghiamo tutti per pagare meno e per aiutare chi ha più bisogno».

 

 

 

Il Consiglio comunale di Sezze ha approvato, con il voto favorevole di tutte le forze politiche ad eccezione del Partito Democratico, il regolamento per la definizione agevolata dei tributi locali. Un provvedimento attraverso il quale l’amministrazione comunale intende offrire a cittadini e imprese la possibilità di regolarizzare la propria posizione tributaria, evitando il peso di sanzioni e interessi, e allo stesso tempo consentire all’Ente di recuperare risorse da destinare ai servizi per la comunità. «In questi anni abbiamo portato avanti un’azione molto incisiva nel contrasto all’evasione fiscale e continueremo a farlo con ancora maggiore determinazione. Soltanto alla fine del 2025 abbiamo emesso avvisi di accertamento nei confronti di evasori totali, soggetti fino a quel momento completamente sconosciuti al fisco comunale, per un importo complessivo vicino al milione di euro. È una strada dalla quale non intendiamo arretrare, perché pagare i tributi significa contribuire ai servizi della propria città e perché non è accettabile che il peso ricada esclusivamente su chi ha sempre rispettato i propri obblighi».

Il sindaco Lidano Lucidi sottolinea, tuttavia, la necessità di distinguere tra chi sceglie deliberatamente di non pagare e chi, invece, si trova nell’impossibilità o in una grave difficoltà nell’adempiere ai propri obblighi tributari. «Sappiamo perfettamente che esistono persone che potrebbero pagare e scelgono di non farlo. Nei loro confronti l’azione di recupero deve essere rigorosa. Ma esistono anche famiglie che vivono di stipendio: pensionati, lavoratori e piccoli imprenditori che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con un aumento vertiginoso del costo della vita. C’è una morosità incolpevole che non possiamo e non vogliamo ignorare. La politica deve essere capace di vedere anche queste situazioni e di fornire una risposta concreta».

Da questa consapevolezza nasce il regolamento approvato dal Consiglio comunale, votato anche dagli esponenti di Sezze Futura e Fratelli d’Italia, che permette a chi ha pendenze relative ai tributi locali di mettersi in regola beneficiando della definizione agevolata prevista dal provvedimento. «Abbiamo voluto cogliere una possibilità importante in un momento nel quale molte famiglie e molte attività economiche attraversano ancora una fase di difficoltà. Chi vuole regolarizzare la propria posizione deve poterlo fare senza essere schiacciato da sanzioni e interessi che, con il passare degli anni, possono rendere il debito sempre più difficile da sostenere. Allo stesso tempo il Comune può recuperare somme che gli spettano e trasformarle in risorse per garantire servizi migliori e, dove possibile, crearne di nuovi».

Per l’amministrazione comunale il provvedimento rappresenta quindi un punto di equilibrio tra equità fiscale e attenzione alle condizioni economiche e sociali della comunità. «Il principio deve essere molto chiaro: chi può pagare, deve pagare, e chi ha cercato di sottrarsi completamente ai propri doveri deve sapere che i controlli proseguiranno e saranno sempre più incisivi. Ma a chi vuole mettersi in regola stiamo offrendo uno strumento concreto per farlo a condizioni più sostenibili. È un’opportunità che abbiamo fortemente voluto e che riteniamo giusto mettere a disposizione della città».

Nei prossimi giorni l’amministrazione comunale avvierà una campagna informativa dedicata, attraverso la quale saranno illustrate nel dettaglio le modalità, i requisiti e i termini per accedere alla definizione agevolata. «Vogliamo che tutti siano messi nelle condizioni di conoscere questa possibilità e di valutarla. Per questo daremo la massima diffusione alle informazioni e spiegheremo con chiarezza come aderire. Ma voglio essere altrettanto chiaro su un altro punto: questa deve essere considerata l’ultima occasione per mettersi in regola. Dopo aver offerto uno strumento per sanare la propria posizione, l’azione di contrasto all’evasione e di recupero delle somme dovute proseguirà con ancora maggiore determinazione. È una questione di equità nei confronti di tutti quei cittadini che, anche facendo sacrifici, hanno sempre pagato quanto dovuto».

 

 

La Via Appia si può percorrere, ascoltare e, soprattutto, assaggiare. È questo il filo conduttore di “Il Gusto del Viaggio Lento sulla Via Appia”, l’iniziativa promossa da Slow Food Monti Lepini e Ausoni APS, con Slow Food Travel Monti Lepini, in programma a Sermoneta venerdì 9 e sabato 10 ottobre 2026.

Il progetto è stato approvato e finanziato dalla Provincia di Latina nell’ambito di “Via Appia. Regina Viarum” e propone un modo originale per conoscere il territorio: partire dal cammino e arrivare alla tavola, mettendo in relazione patrimonio storico, paesaggio, agricoltura e tradizioni gastronomiche.

Sermoneta, affacciata sulla pianura pontina e legata ai percorsi che dalla pianura conducono verso i Monti Lepini, sarà il punto di partenza di un racconto dedicato ai viaggiatori di ieri e di oggi. La Via Appia non attraversa direttamente il centro storico del borgo, ma la sua storia si intreccia con quella delle vie di collegamento, degli scambi commerciali, dell'ospitalità e dei luoghi di sosta.

Venerdì il viaggio comincia nel borgo

La prima giornata, venerdì 9 ottobre, avrà come tema “La strada che sale. Dall’Appia al Castello, una bisaccia per Sermoneta”.

L'appuntamento è alle 16.30, al Giardino della Polveriera – Bastione di San Sebastiano, dove sarà accolto il pubblico. Alle 17 prenderà il via una visita teatralizzata condotta attraverso il dialogo tra una guida e un attore, chiamato a dare voce a diversi personaggi e a raccontare il rapporto tra viaggio, ospitalità e alimentazione.

Il percorso toccherà alcuni dei luoghi più significativi del borgo, tra cui la Cattedrale di Santa Maria, la Loggia dei Mercanti, l’area sottostante il Castello Caetani e il Belvedere, prima del rientro al Bastione.

A scandire il cammino saranno anche gli assaggi. Lungo il percorso, in particolare, è prevista una sosta presso un forno per conoscere e degustare le serpette, i tradizionali biscotti di Sermoneta.

Alle 18.30 il racconto proseguirà con un aperitivo narrato con l’Archeochef e l’agricoltore. I prodotti, le tecniche di conservazione e le esigenze alimentari dei viaggiatori diventeranno così il punto di partenza per mettere in dialogo la storia del viaggio con la gastronomia contemporanea.

La conclusione dell'appuntamento è prevista intorno alle 19.30.

Sabato la Via Appia arriva a tavola

La seconda giornata, sabato 10 ottobre, sarà dedicata a “Saperi in Viaggio; la nostra Appia a tavola”, con una mattinata di incontri, racconti e degustazioni.

L'apertura è prevista alle 9.30, seguita alle 9.45 dai saluti istituzionali. Alle 10 prenderà il via il talk “La Via Appia, strada del cibo e del turismo lento”, durante il quale sarà presentata anche la Mappa “Luoghi del Gusto dell’Appia”.

A seguire, i prodotti del territorio saranno protagonisti del Mercato Narrativo: non un tradizionale mercato con espositori e vendita diretta, ma una vera e propria esperienza culturale e sensoriale. Gli alimenti saranno raccontati dagli esperti di storia e gastronomia attraverso la loro provenienza, il lavoro dei produttori e il rapporto con il paesaggio.

Il programma proseguirà con il workshop “La cucina del viaggio”, dedicato al rapporto tra alimentazione e mobilità. Si parlerà di come veniva preparata una bisaccia, quali alimenti potevano essere trasportati e conservati e in che modo gli spostamenti favorivano l'incontro tra culture, abitudini e sapori differenti. Anche in questo caso, il racconto sarà accompagnato da assaggi.

Intorno a mezzogiorno sarà invece la volta della degustazione narrata “L’Appia, via dell’incontro tra popoli”, un percorso gastronomico attraverso le relazioni tra la pianura, la fascia pedemontana e i Monti Lepini.

Ogni assaggio sarà accompagnato da una storia per leggere nei prodotti il paesaggio, i saperi e le comunità che li hanno generati. Le preparazioni contemporanee dialogheranno con i temi storici del viaggio, della conservazione degli alimenti e dell'ospitalità.

Le conclusioni sono previste a partire dalle 13.

Il cibo come chiave per conoscere il territorio

L'iniziativa di Slow Food Monti Lepini e Ausoni nasce dall'idea che il cibo possa essere una chiave per leggere un territorio e le sue trasformazioni. Camminare, fermarsi, ascoltare e assaggiare diventano così momenti di un unico percorso, capace di mettere in relazione la storia della Via Appia con l'agricoltura, le produzioni locali e le comunità.

Un viaggio lento, dunque, nel quale la tavola non rappresenta soltanto il punto di arrivo, ma diventa parte integrante del racconto del territorio.

Informazioni

Sermoneta, 9 e 10 ottobre 2026
Giardino della Polveriera – Bastione di San Sebastiano
Via della Carbonara snc

L'evento è gratuito, con posti limitati e prenotazione obbligatoria.

Per informazioni e prenotazioni: WhatsApp +39 351 672 9094

Iniziativa promossa da Slow Food Monti Lepini e Ausoni APS, con Slow Food Travel Monti Lepini, nell’ambito del progetto “Via Appia. Regina Viarum”, approvato e finanziato dalla Provincia di Latina.

Priverno, 6 ottobre 2026 – Roberto Perticaroli, presidente Slow Food Monti Lepini Aps.

 

Una passione nata in famiglia, un forte legame con i cani e un percorso costruito nel tempo hanno portato Julia Tasciotti, giovane concittadina di Sezze, a diventare l’unica donna della propria squadra di caccia, composta da 36 iscritti. La sua storia è stata raccontata dalla rivista nazionale specializzata Caccia & Tiro, nel numero 09/2026.

Insegnante di matematica e scienze, Julia si è avvicinata fin da bambina al mondo dei cani e della natura, anche grazie al padre Antonio. La passione familiare si è trasformata negli anni in un impegno nella cinofilia e successivamente nel mondo venatorio, dove ha saputo ritagliarsi il proprio spazio con competenza e determinazione.

Un percorso che assume particolare significato anche per la presenza femminile in un ambiente tradizionalmente a prevalenza maschile. Julia, inoltre, mette la propria esperienza a disposizione dei più giovani attraverso le attività di Federcaccia.

Importante anche il riconoscimento ottenuto nell’ambito del concorso fotografico “A Caccia di Scatti 2025”: la sua fotografia Cuore a cuore è stata selezionata a livello nazionale e inserita nel calendario Federcaccia 2026.

A complimentarsi pubblicamente con Julia è stata la consigliera comunale Federica Lama, che ha sottolineato il valore della sua esperienza: «La storia di Julia racconta una donna che ha seguito la propria passione senza lasciarsi condizionare dagli stereotipi. È entrata in un ambiente prevalentemente maschile e ha saputo costruire il proprio spazio con naturalezza, competenza e determinazione».

Lama ha evidenziato anche il particolare rapporto di Julia con i suoi cani, fatto di «fiducia, cura e responsabilità», diventato nel tempo parte integrante della sua vita.

La consigliera ha infine annunciato che il prossimo 18 ottobre, in occasione della Fiera storica di San Luca, il parco del Monumento ai Caduti di Sezze ospiterà una mattinata dedicata al mondo della cinofilia, un’occasione per valorizzare il rapporto tra persone e animali e le tante realtà che, con passione, operano in questo settore.

 

Unire i territori dei Lepini per affrontare la crisi idrica e chiedere un confronto stabile con il gestore e le istituzioni. È questo l’obiettivo del Comitato Acqua, Beni e Servizi Pubblici, che raccoglie l’iniziativa di un gruppo di cittadini deciso a trasformare i disagi vissuti quotidianamente dalle comunità in un’azione territoriale comune.

Al centro della proposta c’è la richiesta di istituire un tavolo permanente di confronto su scala distrettuale, con il coinvolgimento dei Comuni e delle comunità interessate, per arrivare alla predisposizione di un documento capace di mettere nero su bianco criticità, ritardi e problemi nella gestione del servizio idrico.

Nel suo documento, il Comitato contesta quella che definisce una gestione «catastrofica» delle crisi idriche sui Lepini e punta il dito contro le modalità con cui, a suo giudizio, Acqualatina continua a gestire la distribuzione dell’acqua. Secondo il Comitato, le continue interruzioni e le difficoltà nell’approvvigionamento stanno riportando le comunità a condizioni di forte disagio, paragonate dai promotori a quelle conosciute prima degli interventi infrastrutturali realizzati nel territorio nel secondo dopoguerra.

Il Comitato chiede quindi di passare dalle singole segnalazioni a un percorso di verifica e documentazione condiviso, coinvolgendo direttamente i territori.

L'allargamento del Comitato ai Comuni dei Lepini

Uno dei primi obiettivi indicati è l’allargamento del Comitato Acqua, Beni e Servizi Pubblici alle rappresentanze dei Comuni di Bassiano, Cori, Norma, Sezze, Roccagorga e Maenza.

L’intento è costruire una rappresentanza interterritoriale capace di affrontare la questione idrica non più come una somma di emergenze locali, ma come una problematica che riguarda l’intero sistema dei Lepini e il rapporto tra i territori montani, la pianura pontina e le aree costiere.

Tra le proposte figura un censimento operativo delle perdite idriche nelle aree interessate dal costituendo Comitato interdistrettuale delle Fonti, insieme a un censimento delle fonti di approvvigionamento e a verifiche sul posto delle condizioni in cui versano.

La tutela delle fonti storiche

Particolare attenzione viene riservata alle fonti più antiche e alle prime testimonianze industriali legate alla diffusione del servizio idrico.

Il Comitato chiede l’adozione di provvedimenti emergenziali per la loro tutela, accompagnati da specifici progetti di intervento, nella convinzione che il patrimonio delle fonti rappresenti una parte importante della storia e dell’identità dei territori lepini.

La proposta comprende anche la verifica delle condizioni di approvvigionamento dei circuiti idrici preesistenti, oggi eliminati o modificati, secondo il Comitato, con conseguenze sulle performance complessive del servizio.

Più capacità di accumulo contro le interruzioni

Un altro punto centrale riguarda le infrastrutture.

Il Comitato propone l’ampliamento e la realizzazione di nuove vasche di accumulo nelle aree dei Lepini, ritenendo necessario aumentare la capacità di riserva del sistema in considerazione delle interruzioni del servizio che vengono segnalate con sempre maggiore frequenza.

L’obiettivo è disporre di una maggiore capacità di risposta nei momenti di emergenza, riducendo l’impatto delle interruzioni sulle utenze e sulle comunità.

«Riaprire le fontanelle nei Comuni delle Fonti»

Tra le richieste avanzate dal Comitato c’è anche la riapertura delle fontanelle nei Comuni dei Lepini dai quali sgorgano le acque che vengono diramate verso una parte significativa delle utenze della pianura pontina e dei territori costieri.

Per il Comitato, il tema delle fontanelle assume un valore che va oltre la semplice disponibilità di un punto di approvvigionamento: significa anche ristabilire un rapporto diretto tra le comunità e le risorse idriche presenti nei propri territori.

Tutela delle vasche rurali e percorsi didattici

L’iniziativa guarda anche alla tutela ambientale.

Il Comitato chiede interventi immediati per la tutela delle vasche rurali utilizzate dalla fauna selvatica, considerate importanti punti di approvvigionamento per gli animali presenti nelle aree montane.

A questa proposta si affianca l’idea di realizzare percorsi didattici dedicati alle fonti antiche, coinvolgendo le scuole primarie dei Comuni del distretto dei Lepini.

Un progetto che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe consentire alle nuove generazioni di conoscere la storia delle fonti, il valore dell’acqua e il patrimonio ambientale e infrastrutturale del proprio territorio.

«Trasformare le criticità in un'azione comune»

Il punto centrale dell’iniziativa del Comitato Acqua, Beni e Servizi Pubblici è quindi la necessità di superare una gestione frammentata delle emergenze.

L’obiettivo è conoscere lo stato delle reti idriche e delle fonti, censire le criticità, tutelare il patrimonio idrico dei Lepini e costruire una posizione comune da portare al tavolo con Acqualatina e con le istituzioni competenti.

Il Comitato punta così a trasformare i problemi segnalati dai singoli cittadini e dai singoli Comuni in una piattaforma territoriale condivisa, sostenuta da dati, verifiche e proposte operative.

La richiesta è quella di aprire un confronto permanente che coinvolga i territori e consenta di affrontare la crisi idrica non soltanto quando si verifica l’emergenza, ma attraverso una programmazione degli interventi e una maggiore attenzione alla tutela delle fonti e delle infrastrutture.

Per i promotori, la questione dell’acqua sui Lepini non riguarda soltanto la continuità del servizio: riguarda la tutela di una risorsa fondamentale, il patrimonio storico delle fonti e il diritto delle comunità a conoscere e partecipare alle scelte che riguardano il proprio sistema idrico.

Sabato, 03 Ottobre 2026 16:48

A scuola ci sono solo bambini

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A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “Decreto Scuola”, con il quale vengono introdotte una serie di norme, che tuttavia entreranno in vigore dal prossimo anno, che prevedono un tetto del 30% di studenti stranieri iscritti alle prime classi delle primarie, mentre nella scuola secondaria, il limite vale per alunni e alunne “con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni”, sanzioni fino a 1000 euro per chi non impara l’italiano, l’obbligo di seguire corsi gratuiti per i genitori e il divieto di indossare niqab e burqa in aula, violazione questa punibile con sanzioni pecuniarie.
 
Il tema degli alunni stranieri è così entrato prepotentemente nel dibattito politico, anche se non sfugge a nessuno che assume una valenza esclusivamente elettorale, in quanto è stato sollevato manifestamente per racimolare consensi a un anno dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento.
 
Gli studenti stranieri in Italia sono circa 930 mila, poco più di un alunno su dieci, due terzi dei quali peraltro sono bambini e ragazzi nati nel nostro Paese e hanno frequentato fin dall’infanzia le nostre scuole. Francamente parlare di alunni stranieri è un modo piuttosto superficiale di raccontare la realtà e di affrontare una questione assai più complessa, nella quale ha un ruolo dirimente il rispetto dei principi fondamentali della nostra democrazia, sanciti nella nostra Carta Costituzionale.  
 
“L’idea di istruzione-educazione alla base delle norme della Costituzione sull’istruzione, orientata al perseguimento degli obiettivi posti nelle due fondamentali stelle polari rappresentate dall’art. 2 e dall’art. 3, pare caratterizzata come attività che aiuta la costruzione della cittadinanza, oltre a rappresentare la sede nella quale si realizza il diritto fondamentale e irrinunciabile della persona di cui agli artt. 33 e 34.”. Queste parole della Prof.ssa Roberta Calvano, giurista dell’Università La Sapienza di Roma, delineano in maniera precisa, chiara ed incontrovertibile le caratteristiche sostanziali dell’istituzione scolastica sotto il profilo costituzionale. 
 
La scuola ha il compito di fornire agli alunni le competenze culturali per l’esercizio pieno della cittadinanza e, essendo finalizzata alla costruzione di un futuro migliore, è chiamata a leggere e comprendere i fenomeni sociali, culturali ed economici ed a rendere disponibili a tutti ed a ciascuno i linguaggi, e più in generale gli strumenti per interagire con la realtà presente, per apprendere in maniera continuativa e per esprimere se stessi, sia nella dimensione collettiva, garantendo lo sviluppo, la coesione sociale e la libertà, sia nella dimensione della realizzazione strettamente personale. Da questa funzione della scuola non sono escluse le persone con storia migratoria, ma essa è estesa a tutti coloro che stanno dentro il sistema dell’istruzione, a qualunque livello e in qualunque condizione. È per questo che lo slogan “A scuola nessuno è straniero” non è altro che la traduzione e l’inveramento del principio costituzionale: “La scuola è aperta a tutti”.
 
Ogni persona, soprattutto minore, che entra nel sistema scolastico del nostro Paese si mette in relazione con un universo di significati completamente altri rispetto a quelli in cui si è fin lì strutturato, dalla percezione di sé al pensiero, dal cibo al gioco, fino alla relazione con le persone adulte. E questo prescinde dall’essere nato in Italia o all’estero, dall’avere o dal non avere una storia migratoria. La scuola deve prendere atto di questo mondo interiore e predisporsi all’ascolto di esso. Se è vero che numerose sono le norme internazionali e nazionali che disciplinano i diritti da garantire, parimenti la scuola ha il compito insostituibile di trasformare la norma astratta in pensiero e prassi didattico-pedagogica e far si che ogni persona, comprese quelle con storia migratoria, trovi uno spazio sicuro di crescita e di potenziale sviluppo integrale, valorizzando le specificità personali nelle sue infinite variabili.
 
Integrazione e interculturalità devono rappresentare le direttrici imprescindibili dell’istituzione scolastica, che necessita una profonda e ampia rivisitazione del metodo formativo, in cui inserire la dimensione didattico-pedagogica con l’obiettivo di rendere migrante il sapere scolastico, cioè progettato sulle necessità della classe, privato delle rigidità quantitative e aperto ad arricchirsi e a riformularsi grazie alla conoscenza delle realtà culturali di quanti sono seduti in classe. La scuola deve potersi dotare di spazi e approcci per costruire un “noi” culturale diverso dalla somma degli “io” giustapposti l’uno all’altro e trasformare una classe con italiani e stranieri in una classe di persone che apprendono insieme.
 
Ovviamente sarebbe sbagliato nascondere le difficoltà di perseguire un simile obiettivo sotto il tappeto rassicurante ma insidioso di un’irenica e superficiale accoglienza, ma occorre essere capaci di strutturare un percorso di crescita comune, che abbia come protagoniste tutte le persone che compongono la “classe”.
 
All’interno di un simile approccio i saperi disciplinari diventano i mezzi attraverso si concretizza quella crescita, lo spazio di dialogo, magari anche di scontro, una scoperta collettiva continua, in cui ciascuno trova la propria dimensione culturale all’interno di una realtà più complessa, imprevedibile e al contempo generativa di un avanzamento generale condiviso.
 
“Non è solo ciò che condividiamo senza fatica che può unirci, ma ciò che arriviamo ad avere in comune perché ci siamo impegnati a creare una comunità, a trovare l’unità nelle differenze” (Bell Hooks - Insegnare comunità - Meltemi 2022).
 

 

 

Una fontanella pubblica può andare in “convalescenza”? A quanto pare, sì. O almeno così racconta, con la consueta vena ironica, Paolo Di Capua nella sua nota dedicata alla storica fontanella di S. Andrea.

Dopo una lunga pausa durata, secondo la ricostruzione proposta nella nota, ben 19 mesi, la fontanella è tornata finalmente a svolgere il suo antico e semplice compito: erogare acqua ai cittadini.

Una ripresa del servizio che Di Capua saluta con un ironico ma sincero “GRAZIE all’Amministrazione”, sottolineando il valore di una struttura che, nel corso degli anni, è diventata parte della storia e della memoria del quartiere.

Ottant’anni e non sentirli

La protagonista della vicenda non è una fontanella qualsiasi. Quella di S. Andrea celebra infatti 80 anni di storia.

Ottant’anni durante i quali ha dissetato generazioni di cittadini e ha rappresentato una presenza quotidiana, quasi familiare, nel paesaggio della comunità.

Ed è proprio questo il punto sul quale insiste Di Capua: una fontanella pubblica non è soltanto un rubinetto dal quale sgorga acqua, ma può diventare un piccolo simbolo della vita di un luogo.

Davanti alla fontanella, scrive ironicamente, siamo “TUTTI UGUALI”: tutti accomunati dalla semplice necessità di bere.

La nuova “convalescenza”

L’ironia della nota prende però di mira soprattutto le nuove vicissitudini della fontanella.

Nel mese di agosto 2026, infatti, sarebbe arrivata una nuova fase di “convalescenza”.

Dopo i 19 mesi precedenti, la speranza espressa da Di Capua è che questa volta si tratti di una pausa decisamente più breve.

La battuta è inevitabile: una fontanella può avere ottant’anni, ma non per questo deve trascorrere gran parte della propria vita in convalescenza.

Da qui l’auspicio che il servizio possa essere mantenuto con continuità, evitando nuove e prolungate interruzioni.

Il sogno del vino al posto dell’acqua

Il momento più apertamente satirico della nota arriva con il racconto di un sogno.

Di Capua immagina uno scenario paradossale: tutte le fontanelle pubbliche chiuse e, al posto dell’acqua, il vino.

Una provocazione evidentemente scherzosa, utilizzata per estremizzare la situazione e trasformare una questione apparentemente ordinaria in una scena da commedia.

Nella fantasia dell’autore, i cittadini non sarebbero più semplicemente assetati, ma potrebbero iniziare a “camminare oscillando” e a parlare senza freni.

Il finale del sogno, però, riporta tutto alla realtà:

“Speriamo che il sogno non si avveri”.

Perché la fontanella, secondo Di Capua, deve continuare a fare una cosa molto più importante e molto più semplice:

DARE ACQUA. DARE VITA.

Una fontanella da difendere

Dietro la satira resta dunque un messaggio preciso: preservare la fontanella di S. Andrea e garantirne il funzionamento significa anche tutelare un elemento della storia locale.

Di Capua invita quindi cittadini e Amministrazione a continuare a prestare attenzione a quella che definisce una fontanella “storica e monumentale”.

Una richiesta accompagnata, come nello stile della sua nota, da una buona dose di ironia.

Perché dopo 80 anni di servizio, qualche pausa può anche essere concessa.

Ma 19 mesi di convalescenza sono davvero tanti.

E soprattutto, conclude idealmente la provocazione di Di Capua, se proprio dobbiamo scegliere cosa far uscire da una fontanella pubblica, la risposta è una sola:

L’ACQUA.

Il vino può aspettare.

Paolo Di Capua
Nota satirica sulla fontanella pubblica di S. Andrea – Sezze

 

 

La sanità pubblica non è una voce di bilancio, è infrastruttura di coesione sociale. Il Servizio sanitario non è una macchina per produrre prestazioni. È una grande “opera pubblica” costruita per garantire un diritto fondamentale: il diritto alla salute. Come la scuola, come i trasporti. Quando salta il pronto soccorso, quando una lista d’attesa diventa di 18 mesi, non salta solo un servizio, salta il patto tra cittadino e Stato. E in provincia di Latina questo si sente doppio, perché il territorio è lungo, disperso, e togliere un presidio significa isolare e far saltare la coesione sociale.

I presidi che esistono ma non si possono usare sono la contraddizione più grande che vediamo tutti.

2. La logica dei tagli per “razionalizzazione”.

Negli ultimi 15 anni si è ragionato per bacini da 150-300 mila abitanti per giustificare un DEA di I livello. Così si sono declassati presidi come Priverno, Sezze, Terracina. Risparmi sulla carta, ma intasamento dei due hub centrali e ambulanze che fanno 40 km in più. Alla fine spendi di più.

3. Le liste d’attesa sono figlie dello stesso problema.

Se chiudi la chirurgia di prossimità, chiudi l’ambulatorio dove facevi le visite e gli interventi a bassa complessità. Tutto si riversa sull’ospedale centrale, che deve fare sia l’urgenza sia l’elettivo. Risultato: 8 mesi per una colonscopia, 14 mesi per un’ortopedica.

Ripristinare non vuol dire riaprire tutto come negli anni ’80, vuol dire ragionare in modo diverso:

• Pronto soccorso differenziato: non tutti i PS devono fare tutto. Ma un presidio che già funziona può essere riattivato come PS di prossimità per codici minori + punto di stabilizzazione per i codici maggiori, con telemedicina e rianimatore in collegamento. È il modello che in Veneto e in Emilia chiamano “Ospedali di comunità con punto di primo intervento avanzato”. Funziona.

Almeno Sezze e Cori, appunto. E guarda caso sono i due casi che vi dimostro: i muri ci sono, funzionano, ma la politica li tiene a mezzo servizio.

Cori – In questo momento è in piena ristrutturazione PNRR, per circa 3 milioni di euro. Partita a marzo 2026, dovrebbe diventare Ospedale di Comunità da 12 a 20 posti letto, con servizio H24, 7 giorni su 7, 7 infermieri nuovi, OSS, medico 4 ore e mezza al giorno, telemedicina e radiologia collegata al Goretti.

Obiettivo dichiarato: pazienti cronici, fragili, post-acuti, massimo 30 giorni, per togliere pressione ai pronto soccorso. Cosa positiva, ma non è un pronto soccorso. E per fare i lavori hanno dovuto fare “un ponte”, spostando i degenti proprio a Sezze.

Sezze – È l’altra faccia. Il PAT chiude alle 20:00. La petizione che gira da mesi lo dice chiaro: i Monti Lepini, Sezze, Priverno, Bassiano, Roccagorga, Sonnino, Maenza, circa 50.000 persone, sono rimasti l’unica zona della provincia senza un presidio H24.

La cosa assurda è che la soluzione esiste già, l’ha fatta la ASL a Cisterna: PAT + guardia medica notturna con infermiere H24. Non serve inventarsi nulla, basta replicare il modello. Invece, a Sezze e Priverno, di notte devi prendere la macchina e andare a Latina.

E qui torniamo al discorso iniziale sulla coesione sociale. La chiusura degli ospedali di Cori, Sezze e Priverno è indicata da anni come una delle cause principali dell’imbuto al Goretti di Latina. Chiudi tre PS sui Lepini e poi ti stupisci se il Goretti scoppia.

 

Prosegue il percorso avviato dal Comune di Sezze per rendere il servizio di refezione scolastica sempre più sostenibile, riducendo progressivamente l’utilizzo della plastica e dei materiali monouso. A partire da lunedì 5 ottobre 2026, in concomitanza con l’avvio del servizio mensa, in cinque plessi scolastici del territorio sarà introdotta la somministrazione di acqua di rete microfiltrata.

L’acqua sarà servita agli alunni attraverso apposite caraffe, riempite direttamente all’interno delle strutture scolastiche grazie ai dispositivi di microfiltrazione installati nell’ambito del servizio affidato a BioRistoro Italia.

L’iniziativa interesserà, in questa prima fase, cinque plessi:

  • la scuola dell’infanzia e primaria di Ceriana;

  • la scuola dell’infanzia di Crocemoschitto;

  • la scuola dell’infanzia di Foresta;

  • la scuola primaria Piagge Marine 1;

  • la scuola dell’infanzia dei Colli.

L’intervento si inserisce in un progetto più ampio già avviato dall’Amministrazione comunale, che nei mesi scorsi aveva dotato tutte le scuole interessate dal servizio di sistemi per il lavaggio delle stoviglie direttamente nelle strutture scolastiche.

Capuccilli: «Vogliamo estendere il modello a tutte le scuole»

A illustrare il nuovo passaggio è la vicesindaca e assessora alle Politiche scolastiche Michela Capuccilli, che sottolinea l’obiettivo di estendere progressivamente il modello all’intero territorio.

«Insieme a BioRistoro e agli istituti scolastici ci eravamo posti l’obiettivo di estendere questo modello, nel più breve tempo possibile, a tutte le strutture scolastiche del territorio – spiega Capuccilli –. Dopo il progetto pilota avviato lo scorso anno continuiamo quindi a promuovere e portare avanti una cultura della sostenibilità ambientale attraverso interventi concreti, resi possibili anche grazie alla collaborazione e alla disponibilità delle dirigenze dei diversi istituti».

L’introduzione dell’acqua microfiltrata si aggiunge dunque all’utilizzo delle stoviglie riutilizzabili, con l’obiettivo di ridurre il ricorso a bottiglie di plastica, imballaggi e materiali usa e getta.

«Stiamo costruendo un modello di mensa scolastica sempre più attento all’ambiente, nel quale l’utilizzo di stoviglie riutilizzabili e dell’acqua microfiltrata consente di ridurre sensibilmente bottiglie, imballaggi e rifiuti prodotti ogni giorno – aggiunge l’assessora -. Ma c’è anche un altro aspetto che riteniamo fondamentale: attraverso questi interventi vogliamo trasmettere ai bambini un messaggio educativo concreto, facendo entrare la sostenibilità nelle loro abitudini quotidiane. La scuola è uno dei luoghi migliori dai quali partire per sviluppare questa consapevolezza».

L’Amministrazione comunale punta quindi a proseguire sulla strada intrapresa, estendendo gradualmente il modello alle altre scuole di Sezze. L’obiettivo è coniugare qualità e organizzazione del servizio di refezione con una progressiva riduzione dei rifiuti e con un’azione di educazione ambientale rivolta direttamente agli alunni.

 

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