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Pierino Ricci

Pierino Ricci

 

 

È vero, almeno nella concezione che abbiamo in Europa dal dopoguerra in poi.

La frase “si tengono per mano” descrive bene l’idea di democrazia costituzionale.

Funziona così:

1. La democrazia senza diritti rischia di svuotarsi.

Se per democrazia intendiamo solo “decide la maggioranza”, la maggioranza potrebbe votare per togliere il voto a una minoranza, per chiudere i giornali, per incarcerare gli oppositori. Resta la forma del voto, ma non la sostanza. Per questo le democrazie liberali hanno messo dei paletti che nemmeno la maggioranza può superare facilmente.

2. I diritti senza democrazia rischiano di non durare.

Se i diritti sono concessi dall’alto — da un re, da un giudice, da un leader — senza un meccanismo in cui i cittadini possono partecipare, controllare e cambiare le decisioni, dipendono dalla buona volontà di chi comanda. La democrazia è lo strumento che rende i diritti difendibili e revocabili dal basso.

Per questo le costituzioni moderne fanno due cose insieme:

  • dicono come si decide (elezioni, Parlamento, maggioranza);

  • dicono cosa non si può decidere nemmeno a maggioranza (libertà di parola, di associazione, uguaglianza davanti alla legge, giusto processo, libertà personale).

Ci sono però due visioni diverse di questo abbraccio, ed è lì che nasce il dibattito.

La visione liberale dice che sono inseparabili. Non c’è vera democrazia senza diritti individuali, e non ci sono diritti stabili senza democrazia. Uno garantisce l’altro.

La visione più maggioritaria o populista dice che a volte entrano in tensione. Se troppi diritti sono intoccabili e decisi dai giudici, la volontà popolare viene limitata. Se la volontà popolare è assoluta, i diritti delle minoranze vengono limitati.

In pratica, quando una delle due mani molla l’altra, lo si vede subito. Senza diritti, la democrazia diventa plebiscito. Senza democrazia, i diritti diventano concessione.

Giovedì, 10 Settembre 2026 09:07

IL SENTIMENTO DI QUESTI GIORNI

 

 

Settembre non è mai un mese leggero, ma quest'anno la ripartenza pesa il doppio: tutto quello che era rimasto in sospeso a giugno — inflazione, affitti, liste d'attesa — è ancora lì, e sopra si aggiunge la mazzata dell'autunno.

Ecco cosa sta uscendo in questi giorni dalle associazioni dei consumatori:

1. Il caro-scuola

È la voce che si sente di più in questa settimana. Secondo Codacons e Federconsumatori, per ogni ragazzo quest'anno si spenderanno mediamente 673,60 euro per il corredo scolastico — zaino, astucci, quaderni — con un rincaro del 2,3% rispetto al 2025, e 545,66 euro per i libri, in aumento dell'1,6%.

La spesa complessiva può arrivare fino a 1.300 euro a studente e, se in famiglia ci sono due figli che cambiano ciclo, si può arrivare a 1.514 euro solo per il rientro.

I rincari più forti sono al Sud e sui prodotti di uso quotidiano — zaini di marca, diari, penne e quaderni — tra il 2% e il 4%.

2. La stangata d'autunno sulle bollette

Federconsumatori parla di una stangata complessiva di quasi 3.000 euro a famiglia tra scuola, Tari e utenze. Le previsioni per questo autunno sono di +16,4% per l'energia elettrica e +18,8% per il gas.

3. Le spese obbligate che non si possono rimandare

Alimentari +2,4% e rincari anche sul carrello della spesa. Come dice il Codacons, sono proprio le spese obbligate, quelle che una famiglia non può tagliare, a salire più in fretta e a incidere di più sulla capacità di spesa.

È una sensazione diffusa: lo stipendio è lo stesso di luglio, ma a settembre deve coprire iscrizione a scuola, mensa, abbonamenti ai trasporti, assicurazione auto, Tari e, quest'anno, anche le prime bollette pesanti.

 

 

È proprio la logica che era alla base della legge 833 del 1978, quando è nato il Servizio Sanitario Nazionale.

Ed è l'argomento più forte per chi chiede di riportare la competenza esclusiva allo Stato.

Ti spiego come sta in piedi, giuridicamente e praticamente:

1. L'art. 32 della Costituzione dice che la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività. Non dice "le Regioni tutelano", dice "la Repubblica". È un diritto che, per definizione, deve essere uguale a Lampedusa come a Bolzano.

Se lo leghi all'art. 3, secondo comma, quello sull'uguaglianza sostanziale, lo Stato ha il dovere di rimuovere gli ostacoli che impediscono ai cittadini di essere uguali. E oggi una visita in 20 giorni in una Regione e in 240 giorni in un'altra è esattamente quell'ostacolo.

2. La solidarietà funziona solo se la cassa è unica.

Con 21 sanità diverse, ogni Regione fa il suo bilancio. Una Regione ricca, con molti contribuenti, può permettersi più prestazioni, più tecnologia, più convenzioni. Una Regione con meno gettito, più anziani e più patologie croniche va in disavanzo ed entra nei piani di rientro, quindi taglia.

Se riporti tutto allo Stato:

• un unico Fondo Sanitario Nazionale, redistribuito in base ai bisogni reali, non al PIL regionale;

• un unico contratto nazionale per medici e infermieri, così smetti di farti concorrenza tra pubblico e pubblico di Regioni diverse e tra pubblico e privato accreditato;

• una centrale unica di acquisto per farmaci e macchinari, invece di 21 gare diverse che fanno lievitare i prezzi;

• il privato torna a essere davvero integrativo: interviene solo dove il pubblico ha deciso, a livello nazionale, che serve, non dove conviene a una singola ASL per far quadrare il bilancio.

In quella logica, il cittadino non è più "utente della sanità lombarda o calabrese", torna a essere cittadino della Repubblica, che ha diritto alle stesse cure perché paga le stesse tasse.

È per questo che molte proposte di modifica dell'art. 117 chiedono di lasciare allo Stato non solo i LEA, ma le "disposizioni generali e comuni per la tutela della salute". Le Regioni continuerebbero a gestire ospedali e territori, ma non potrebbero più legiferare in modo diverso sul cuore del diritto.

Per te, che vivi la sanità del Lazio tutti i giorni, cosa cambierebbe per primo se tornasse tutto statale? Le liste d'attesa, il trovare il medico di base, o proprio il fatto di non dover più andare a pagamento nel privato per una prestazione che dovrebbe essere garantita?

 

 

È assurdo, davvero, e non è una sensazione. Oggi stesso, 31 agosto 2026, i Lepini stanno bruciando di nuovo. Dalle 13 di oggi, foto da Maenza verso Roccagorga, con una colonna di fumo grigio sui crinali, spinta dal vento di libeccio, e poco fa, da Sezze, altra segnalazione: «Riprendono i roghi sui Monti Lepini: ancora fiamme a Sezze».

È una sequenza continua da inizio mese: nella notte del 7 agosto, incendio a Stoccacoglio / via Sorana, a Sezze; il 9 agosto, fuoco sui crinali di Sermoneta, che non si spegneva da 24 ore, con i Canadair in spola; il 12 agosto, Sermoneta «sotto attacco del fuoco: l’incubo si ripete»; il 16 agosto, fronte tra Sermoneta e Sezze, in località Antignana, con Canadair sul litorale di Latina per rifornirsi; il 26 agosto, intervento all’alba a Quarto La Macchia e Sonnino, al quarto giorno di fuoco; il 29 agosto, altro rogo notturno, definito «appiccato», sulle colline di Sezze.

Nei commenti la gente è esasperata e torna sempre la stessa parola: doloso. «E sarà doloso come al solito» è il sentimento dominante.

Perché non si riesce a fare prevenzione? Perché il sistema c’è sulla carta, ma non a terra:

1. Il Piano esiste, ma è vecchio.
Il Lazio lavora ancora con il Piano AIB 2020-2022, approvato con DGR 270, e il modello RISICOLazio per i bollettini, aggiornato solo con proroghe. La legge quadro è la 353/00, che obbliga Regioni e Comuni a fare previsione, prevenzione e lotta attiva, ma poi manca l’attuazione locale sui Lepini.

2. Bosco abbandonato.
Senza pascolo, senza sentieri puliti, senza viali tagliafuoco, il sottobosco diventa una polveriera. Il vento fa il resto.

3. Sorveglianza zero.
Proprio sui Lepini è stato denunciato che le telecamere di videosorveglianza sono ferme da 3 anni. Se non vedi chi sale di notte, non previeni.

Cosa servirebbe davvero per i Lepini: un piano in 7 punti

Questo è lo scheletro che funziona altrove e che qui manca:

1. Catasto incendi comunale obbligatorio e pubblico.
La 353/00 dice che le aree bruciate non sono edificabili né pascolabili per anni. Se Sezze, Sermoneta, Roccagorga e Maenza non pubblicano e aggiornano il catasto, togli l’incentivo al dolo.

2. Manutenzione ordinaria pagata, non volontariato eroico.
Fasce tagliafuoco di 20-30 metri intorno ai borghi, pulizia dei sentieri CAI, decespugliamento delle strade montane come via Sorana. Appalti a cooperative agricole locali e pastori, non solo alla Protezione Civile quando brucia già.

3. Presidi fissi estivi.
Da giugno a metà settembre: vedette, droni termici e squadre AIB dei Lupi dei Lepini / Volontari Vigilanza Ambientale già citati nei report di queste settimane. Devono stare sui crinali, non aspettare la chiamata.

4. Videosorveglianza e fototrappole funzionanti.
Ripristinare la rete e collegarla a Prefettura e Carabinieri Forestali. È deterrenza vera contro il dolo.

5. Patto con agricoltori e allevatori.
Incentivi per chi tiene puliti oliveti e prati, reintroduzione del pascolo controllato. Un oliveto curato è il miglior tagliafuoco.

6. Comunicazione e divieti chiari.
Periodo ad alto rischio prorogato fino al 13 settembre, come stanno facendo altre Regioni; divieto assoluto di abbruciamenti, multe vere.

7. Fondo Lepini.
La Compagnia dei Lepini e i Comuni montani dovrebbero avere un budget triennale vincolato, non contributi a pioggia dopo l’incendio. Con quel budget paghi la manutenzione invernale.

Il 2025 è stato uno degli anni peggiori in Italia, con 965 km² bruciati, quasi il doppio del 2024. Non è più un’emergenza estiva: è un problema strutturale. Sui Lepini si vede prima che altrove, perché la montagna è vicina alle case.

 

 

 

 

La Marina di Latina non ha bisogno di un mega-porto da 1.000 barche. Ha bisogno di quello che non ha mai avuto: un approdo funzionante, attrezzato 12 mesi all’anno, che non distrugga le dune.

Oggi è l’unico capoluogo di provincia sul mare senza porto. Quello che c’è è l’approdo di Rio Martino, a metà tra incompiuto e insabbiato, ma è proprio lì che la Regione Lazio ha inserito Latina nel nuovo Piano dei Porti: 7 nuovi porti, tra cui Latina-Rio Martino, da 300-500 posti barca.

E il Comune ha appena approvato il PUA della Marina, che parla esplicitamente del recupero di Rio Martino come nodo storico.

Partiamo da lì.

Per Latina 2032 io la attrezzerei così, su 2 poli + 1 sistema diffuso.

1. Rio Martino: il porto-canale vero, non turistico finto

È già un canale. Va reso navigabile stabilmente — livellamento e dragaggio leggero già annunciati dall’amministrazione — e gestito come porto-canale misto pesca/diporto.

Come attrezzarlo:

  • 400 posti al massimo, di cui il 70% fino a 12 m e il 30% da 12 a 18 m. Niente mega-yacht: non hai fondali né senso.

  • Banchine in legno e acciaio, non cemento, con finger galleggianti e colonnine per acqua, luce e antincendio.

  • Darsena pescherecci separata a nord, con mercato ittico coperto e celle frigorifere per la filiera di Borgo Grappa.

  • A terra, dietro, rimessaggio a secco cintato e ben servito dalla viabilità — come già studiato nei progetti Oltremare — così chi tiene la barca lì non intasa la spiaggia, ma parte per il Circeo e Ponza.

  • Capitaneria, distributore di carburante con vasca a doppia camera, impianto di aspirazione per acque nere e acque di sentina.

2. Foce Verde / Latina Mare: approdo urbano leggero

Qui non fai un altro porto. Fai una piazza sul mare con 60-80 posti per gommoni e piccole barche, su un pontile stagionale rimovibile.

Attrezzatura leggera:

  • Pontile galleggiante a basso impatto, smontabile a ottobre.

  • Club velico e scuola di vela/kite/canoa, con deposito tavole e spogliatoi.

  • Torretta di avvistamento e servizio di salvamento, più infermeria estiva che diventa ambulatorio invernale.

  • Chiosco-biblioteca del mare: no altro cemento.

Questo ti fa vivere Latina Mare d’inverno, che è il vero problema.

3. Collegamenti: la Marina non è un parcheggio per barche

Se non la colleghi, muore.

  • Via d’acqua: linea Rio Martino-Fogliano-Capoportiere-Circeo con battello elettrico costiero, come già ipotizzato per la costa da Nettuno a San Felice.

  • Via terra: navetta elettrica Latina centro-Latina Mare-Rio Martino ogni 20 minuti; ciclovia sul Canale Mussolini fino al porto; parcheggi di attestamento a monte, MAI sulla duna.

  • Via laghi: recupero della navigabilità leggera verso i laghi di Fogliano e Monaci per kayak e piccole imbarcazioni elettriche.

4. A terra: cosa deve esserci per legge se vuoi chiamarla Marina

  • Servizi tecnici: travel lift (gru per spostare 50 t), area cantieristica leggera, officina, veleria.

  • Servizi ambientali: raccolta differenziata spinta, depurazione delle acque di sentina, illuminazione a bassa dispersione per la tutela delle tartarughe.

  • Servizi per chi vive: foresteria per equipaggi, co-working (lavoro in condivisione) per skipper e pescatori, mercato coperto giornaliero, non solo ristoranti stagionali.

  • Sicurezza idraulica: hai tutto il litorale che va sott’acqua a ogni bomba d’acqua. Il PUA deve legare il porto al rifacimento delle fognature e alla realizzazione di vasche di laminazione.

5. Gestione

L’errore è dare tutto a un privato per 40 anni.

Il modello che funziona:

  • Comune proprietario delle banchine + Autorità di bacino.

  • Concessione unica di gestione a 15 anni con ATI mista: cooperativa dei pescatori + circoli nautici locali + gestore tecnico, con obbligo del 40% dei posti ai residenti e tariffe calmierate per 6 mesi.

  • Il 50% degli introiti dei parcheggi a pagamento della Marina vincolato alla manutenzione delle dune e ai dragaggi.

In sintesi

A Latina non serve la Marina di Ostia. Serve una darsena diffusa alla olandese: un canale che torna a lavorare a Rio Martino, un pontile urbano a Foce Verde e, in mezzo, 10 km di dune attrezzate con passerelle, non con palazzine.

Bisogna rendere Via del Lido ciclopedonale e aprire Via Massaro.

E un ragionamento a parte è necessario per trovare un sistema di coinvolgimento dei Comuni Lepini, con la loro ricchezza gastronomica, artistica e culturale, che può dare un valore aggiunto alla loro economia e alla Marina di Latina.

La Marina potrebbe così destagionalizzare le proprie attività e valorizzare le proprie ricchezze, attraverso un cronoprogramma da qui al 2032.

 

 

 

 

Le “mancate scelte”, oltre alla guerra di Trump contro l’Iran, ci costano su tre livelli diversi, e i numeri del 2024-2025 sono tutti nero su bianco.

1. In bolletta, ogni giorno

Siamo il Paese più caro dei Big europei per l’elettricità all’ingrosso.

Prezzo 2025: 116 €/MWh in Italia contro gli 85 €/MWh della media UE, secondo la Commissione Europea. È la denuncia che ha fatto più rumore sui social nelle ultime settimane.
Per una famiglia media significa quasi 1.600 euro l’anno tra luce e gas, il 15% in più di quanto pagherebbe con le tariffe medie europee.

Perché? Perché il gas fa ancora il prezzo nel 70% delle ore.

E in Italia il gas vale ancora il 47,3% della produzione elettrica, contro il 21,5% della Spagna.

2. Come Sistema Paese

Legambiente ed ENEA l’hanno chiamato “il prezzo della dipendenza”:

Dipendenza dall’estero al 74% per i combustibili fossili, tra le più alte in UE.
Solo nel 2025, quella dipendenza ci è costata 53 miliardi di euro di fattura energetica versata all’estero.

E il freno alle rinnovabili ha un prezzo calcolato: il rallentamento della diffusione delle rinnovabili in Italia ci costa almeno 8 miliardi di euro l’anno, portando la bolletta complessiva domestica a 32 miliardi, il 22% in più rispetto alla media europea.

3. Il ritardo industriale

Negli ultimi cinque anni, tra il 2020 e il 2025:

Italia: produzione da rinnovabili +10%
Spagna: +41,9%

Mentre in Spagna le rinnovabili sono arrivate al 56% della produzione elettrica, noi siamo rimasti incastrati.

Risultato: quando il gas sale, non abbiamo uno scudo.

Come diceva Enel: se avessimo mantenuto il mix del 2009, oggi pagheremmo 111 €/MWh invece di 98. Se avessimo accelerato sulle rinnovabili, pagheremmo molto meno.

Sui social il dibattito è polarizzato su due mancate scelte percepite:

a) Rinnovabili bloccate dalla burocrazia: “Il fotovoltaico in Italia è una missione impossible” è uno dei motivi più ricorrenti. Molti imprenditori raccontano di dover aspettare 4-6 anni per un’autorizzazione.

b) Nucleare annunciato ma mai fatto: quattro anni di annunci senza un cantiere aperto, mentre continuiamo a importare tecnologia e combustibile. Dall’altra parte, chi critica il nucleare ricorda che Banca d’Italia stima “quasi nessun calo in bolletta”, perché il prezzo lo farà ancora il gas.

Cosa pagano le imprese?

Nel dibattito che vedi ovunque su Instagram e Facebook, le PMI dicono di pagare 35-45 centesimi a kWh, contro i 25 dei privati, e si sentono una “mucca da mungere” per oneri di sistema, accise e IVA sulle accise.

Quindi, quanto ci costa in pratica?
Famiglia: ∼240 euro l’anno in più solo per il differenziale con l’Europa.
Impresa energivora: dal 30% al 40% in più rispetto a Francia e Germania.
Stato: 53 miliardi usciti nel 2025, più 8 miliardi di sovracosto annuo evitabile se le rinnovabili fossero state sbloccate.

Non è una tassa ideologica. È una tassa di posizione: ogni mese che aspettiamo a decidere se puntare davvero su rinnovabili + accumuli + reti, e su come gestire il nucleare di nuova generazione, restiamo accettatori del gas.

Sabato, 15 Agosto 2026 06:04

Argomenti e proposte per le elezioni

 

 

1. Salari e lavoro: l’emergenza dimenticata

Il governo parla di occupazione record, ma si tratta di posti di lavoro poveri e precari. L’Italia è ultima in Europa per crescita dei salari.

Proposte:

  • Salario minimo legale a 9 euro l’ora subito.
  • Legge sulla rappresentanza e stop ai contratti pirata.
  • Cuneo fiscale tagliato solo sul lavoro dipendente fino a 35.000 euro, non a pioggia.
  • Un piano industriale vero per salari da 2.000 euro per i giovani, non tirocini gratuiti.

2. Sanità privata contro sanità pubblica

Liste d’attesa di due anni sono la privatizzazione di fatto. Chi ha i soldi si cura, chi non li ha aspetta.

Proposte:

  • Abolizione del tetto di spesa per assumere medici e infermieri.
  • 5 miliardi di euro l’anno in più per la sanità pubblica per azzerare le liste d’attesa.
  • Medico di base h24, con Case di comunità funzionanti, non scatole vuote.
  • Stop ai gettonisti pagati 2.000 euro al giorno: stabilizziamo il personale oggi precario o impiegato nelle cooperative.

3. Fisco: chi ha di più paghi il giusto

Non serve un’altra pace fiscale per gli evasori. Serve equità.

Proposte:

  • Niente flat tax che avvantaggia i redditi alti, ma IRPEF più leggera fino a 50.000 euro.
  • Extra-profitti di banche, aziende energetiche e multinazionali del web tassati al 100%.
  • Rottamazione vera solo per chi è in difficoltà, non per chi ha evaso per scelta.
  • Lotta all’evasione con fattura elettronica e incrocio delle banche dati, non condoni.

4. Pensioni e vita

Quota 103 è un fallimento, la Fornero è ancora lì.

Proposte:

  • Flessibilità in uscita a 62 anni o con 41 anni di contributi, senza penalizzazioni.
  • Pensione minima a 1.000 euro e pensione di garanzia per i giovani precari.
  • Opzione Donna strutturale e valorizzazione del lavoro di cura.

5. Casa, caro-vita e giovani

Senza casa non c’è famiglia, senza famiglia non c’è natalità.

Proposte:

  • Piano nazionale per 100.000 alloggi popolari, stop alla vendita del patrimonio pubblico e recupero dei centri storici.
  • Tetto agli affitti brevi nelle città universitarie e cedolare al 26% per chi possiede più di tre case.
  • Affitto calmierato e mutuo garantito al 100% per gli under 36.
  • Trasporto pubblico gratuito per gli under 25 e asili nido gratuiti dal primo figlio.

6. Energia, clima e imprese

Bollette alle stelle e nessun piano industriale. Il nucleare è una favola per rimandare le scelte.

Proposte:

  • Prezzo dell’energia sganciato dal gas e comunità energetiche in ogni Comune.
  • 20 GW di rinnovabili all’anno, con semplificazioni vere, non con sette anni di permessi.
  • Stop a rigassificatori e trivelle inutili: investiamo in accumulo e reti.
  • Piano per l’automotive elettrico e per la siderurgia verde, non per smantellarla.

7. Diritti, giustizia e autonomia

Premierato e autonomia differenziata spaccheranno l’Italia in 20 Italie diverse.

Proposte:

  • No al premierato, sì a una legge elettorale che ridia voce ai cittadini, con preferenze vere e non liste bloccate.
  • Ritiro dell’autonomia differenziata: stessi diritti a Latina e a Bolzano. LEP finanziati prima di dare un euro in più alle Regioni ricche e revisione del Titolo V della Costituzione.
  • No alla separazione delle carriere che subordina i PM; sì a processi più veloci, con più magistrati e maggiore digitalizzazione.
  • Cittadinanza per chi nasce e studia in Italia (ius scholae) e una legge contro i femminicidi e per la parità salariale.

“Non è vero che non ci sono soldi. Ci sono, ma li state dando ai soliti. Non li spostiamo dalle rendite al lavoro, dal privato al pubblico, dal Nord che non ha bisogno al Paese che tiene insieme tutti.”

Mercoledì, 12 Agosto 2026 06:17

Sicurezza a Sezze: tre cose da fare

 

A livello nazionale i reati sono in calo nel 2025, -6% i furti. Ma a Latina la Questura stessa ha dovuto lanciare l'operazione Alto Impatto anche a Sezze. Segno che serve di più. Servono presidi fissi, non solo operazioni spot.

Per Sezze propongo 3 cose concrete:

 
1.  Orario esteso della presenza fino alle 2 di notte nel weekend, soprattutto a Sezze Scalo.
 
2.  Videosorveglianza vera, collegata tra stazione, Appia e centro storico e recupero delle aree degradate o abbandonate.
 
3.  Patto anti-sfruttamento per proteggere chi lavora onestamente, dopo quello che è successo agli ispettori.
 
Sicurezza non è destra o sinistra. È poter uscire e tornare a casa tranquillo. La sicurezza a Sezze non si misura solo con le percentuali. Si misura se una ragazza può scendere dal treno alle 23 e tornare a casa tranquilla. Ho raccolto le segnalazioni di questi giorni. Ecco le mie 3 proposte immediate per il patto #SezzeSicura. Ditemi la vostra, nei commenti.
Venerdì, 07 Agosto 2026 18:42

SALARI REALI SEMPRE PIÙ INFLAZIONATI

 

 

In Italia i salari sono bassi per motivi diversi che si sommano, e quel -6,6% che vediamo è la parte più recente della storia.

Quel numero viene dai rapporti OCSE sugli ultimi anni. A seconda dell'anno di confronto cambia leggermente:

  • -6,1% dal 2021: è il peggior dato tra le grandi economie OCSE, secondo l'OCSE nel 2026.

  • -7,5% rispetto all'inizio del 2021, a inizio 2025.

  • -7,1% dal 2021, secondo le Prospettive occupazionali OCSE 2025.

  • L'ISTAT diceva, a settembre 2025, che eravamo ancora a -8,8% rispetto a gennaio 2021.

In pratica, la fotografia è sempre la stessa: dopo il Covid siamo l'unico grande Paese che non ha recuperato.

Perché è successo proprio ora? Per lo shock inflazione + contratti lenti.

Dal 1993 in Italia non c'è più la scala mobile. I contratti nazionali si rinnovano ogni tre anni sulla base dell'inflazione programmata, non di quella reale.

Quando l'inflazione è bassa, il sistema funziona. Quando è esplosa nel periodo 2021-2023 (+17,4% dei prezzi dal 2019 al 2024), il meccanismo è saltato.

I contratti sono arrivati con anni di ritardo: nel commercio con 4 anni di ritardo, nei metalmeccanici con 10 mesi.

Nei servizi, dove lavora il 70% degli italiani, la perdita è stata del 10%; nel turismo e nel commercio ha superato il 10%.

Intanto si pagano più tasse: è il fiscal drag. Gli scaglioni IRPEF non sono indicizzati, quindi si riceve un aumento nominale per rincorrere i prezzi, ma una parte viene assorbita dallo Stato.

Risultato: Francia e Germania hanno già recuperato i livelli pre-Covid, la Spagna li ha superati. L'Italia no.

Perché eravamo già indietro da 30 anni? Per la produttività ferma. Questo è il problema strutturale.

Le cause sono diverse:

  • imprese troppo piccole e poco capitalizzate;

  • pochi investimenti in tecnologie e formazione;

  • burocrazia e lentezza della Pubblica Amministrazione, che disincentivano gli investimenti;

  • tante ore lavorate in più (spesso per la conversione di part-time involontari in full-time), ma con una produttività bassa.

L'Osservatorio CPI dell'Università Cattolica lo riassume così: non è un fallimento dei sindacati, che oggi sanno che aumenti non legati alla produttività sono difficilmente sostenibili; è un problema di sistema Paese, ma anche di scelte politiche, sia imprenditoriali sia governative.

In più, c'è il cuneo fiscale al 44%: la busta paga netta è circa la metà del costo sostenuto dall'azienda, ma gli stipendi restano molto bassi.

Rendite contro lavoro: negli ultimi vent'anni sono cresciute le rendite immobiliari, tassate meno del lavoro, che sopra i 35.000 euro annui subisce una delle pressioni fiscali più alte d'Europa.

La famiglia media ha retto solo perché è entrato un secondo lavoratore in casa. Così il potere d'acquisto familiare è rimasto quasi invariato, ma lavorando di più, non guadagnando di più.

Ecco perché quel -6,6% è il conto che l'inflazione del 2022-2023 ci ha presentato. Ma è arrivato così salato perché da trent'anni non cresce la produttività e non si riesce a invertire questo sistema.

Se lo desideri, posso anche renderlo più incisivo e scorrevole, con uno stile adatto a un editoriale o a un post divulgativo.

 

Sezze ha bisogno di un patto con i Lepini.

La verità da dire

Sezze non è un paese in declino. È un capoluogo mancato. È il centro più grande e popolato dei Lepini, con storia, acqua, terra e posizione. Ma da trent'anni è trattato come periferia di Latina, quando dovrebbe essere il centro di un sistema.

Non decolla per un motivo semplice: ha tutto, ma tutto è scollegato. L'acqua scorre sotto i piedi, ma non arriva nelle case. Il centro storico è tra i più belli del Lazio, ma si svuota. L'olio e il vino sono eccellenze, ma il valore aggiunto se ne va fuori. Mentre la costa fa il pienone, Sezze vede il turismo con il binocolo.

Va fatto un patto con gli otto sindaci dei Lepini per ribaltare il ragionamento: Sezze ei Lepini non sono un problema di Latina, ma la soluzione per far decollare tutta la parte interna della provincia.

Sezze non è né montagna né pianura. E quindi né carne né pesce. Sezze non ha scelto. È un paese di montagna che non è diventato un polo del turismo montano come i borghi del Centro Italia, ed è un paese di pianura che non ha agganciato la Piana Pontina industriale: sta in mezzo. Risultato: l'area industriale di Sezze Scalo è sottoutilizzata e il centro storico, in alto, è bellissimo ma scollegato.

Un centro storico da dieci e lode lasciato da solo, una storia setina enorme, la posizione sui Lepini. Ma è stato gestito come un museo da guardare, non come un quartiere da abitare. Case vuote, giovani che scendono a valle o vanno a Roma o Latina, botteghe che chiudono, mancanza di acqua, strade che si rovinano ogni sei mesi: è la stessa denuncia che emerge dai commenti dei cittadini in questi giorni.

Senza residenza, senza servizi di prossimità e senza un piano di rigenerazione vero, il centro si spopola.

Va fatto immediatamente un censimento delle case sfitte.

Economia forte ma filiera corta: agricoltura, olio, vino, allevamento, artigianato sono eccellenze vere, ma non fanno sistema. Produci bene, trasforma poco a Sezze, vendi fuori. Manca una filiera lepina che tenga il valore aggiunto qui, manca un marchio collettivo, manca la logistica.

Il turismo dei Lepini non esiste ancora come prodotto. Sezze dovrebbe essere la porta dei Lepini, la capitale naturale. Oggi, invece, è quello che dice il report di Fatto a Sezze : «L'oro blu scorre ai piedi, ma l'acqua non è uguale per tutti». E il turismo costiero corre, mentre l'entroterra resta a guardare. Non c'è un sistema di sentieri, rifugi, foresterie, eventi destagionalizzati, collegamenti con Ninfa, Sermoneta e Bassiano. Ognuno fa la propria sagra o il proprio festival.

Tanto campanilismo e politica della manutenzione.

Sezze Scalo contro Sezze alta, Sezze contro i comuni vicini.

Si amministra l'emergenza — la perdita dell'acqua, la buca, il bando — ma non si progetta una visione a dieci anni. E quando un territorio interno litiga da solo, perde sempre contro la costa.

Allora, cosa vuol dire far decollare Sezze attraverso un patto con gli otto sindaci dei Lepini?

Bisogna scegliere una vocazione.

1. Presentazione del Distretto Turistico dei Lepini in Provincia. Acqua e infrastrutture come questione non negoziabile.

Patto dei Lepini con Acqualatina e Regione. Non puoi parlare di turismo o industria se non garantisci acqua e strade. È la battaglia madre, da fare insieme ai sindaci dei Lepini, non da soli.

2. Sezze Capitale dei Lepini.

Basta pensare Sezze come una frazione di Latina. Va pensata come il capoluogo di un sistema: Centro Storico + Sezze Scalo + Lepini. Recupero del centro con residenze per giovani coppie e artigiani, attraverso meccanismi di agevolazione, foresteria diffusa e, a valle, un'area artigianale e agroalimentare vera per olio e vino. Tutto questo significa lavoro e occupazione.

3. Premere Sezze due volte.

A valle con Latina e la Pontina, a monte con la rete dei borghi lepini. Trasporto a chiamata, navette e sentieristica unica.

Sezze da sola non ce la fa. I Lepini uniti possono essere più forti di Latina mare.

Sezze va ricollegata.

 

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