Giovani in protesta: un’Europa che non sa più ascoltare
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del docente Dante Luca Campoli.
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La protesta dei giovani che attraversa l’Italia e coinvolge diverse realtà europee non può essere liquidata come un semplice problema di ordine pubblico. È il segnale di un disagio profondo, di una generazione che chiede di essere ascoltata e che non è più disposta ad accettare in silenzio le contraddizioni di una società che sembra aver smarrito la capacità di offrire prospettive concrete per il futuro. Dietro ogni manifestazione, dietro ogni tenda piantata nelle piazze e davanti alle università, ci sono domande, preoccupazioni e aspettative che meritano attenzione. Ci sono ragazze e ragazzi che chiedono un futuro meno precario, un sistema educativo capace di offrire opportunità, un lavoro dignitoso, una società più giusta e istituzioni che non si limitino a parlare di giovani, ma siano finalmente disposte ad ascoltarli. Eppure, di fronte a queste richieste, la politica sembra spesso distante, chiusa nelle proprie dinamiche e incapace di riconoscere il significato profondo di ciò che sta accadendo.
Raccontare le proteste senza dimenticarne le cause
Anche una parte del giornalismo rischia di contribuire a questa distanza. Quando il racconto delle manifestazioni si concentra prevalentemente sui disagi, sui blocchi, sui momenti di tensione e sui danni provocati, il rischio è quello di relegare in secondo piano le ragioni che hanno spinto tante persone a scendere in strada. Naturalmente, i fatti e le eventuali conseguenze delle proteste devono essere raccontati. Ma un'informazione completa non può fermarsi alla cronaca di ciò che accade: deve interrogarsi anche sul perché accade.A questo proposito, è significativo ricordare una celebre formulazione di Jean-Luc Godard, legata alla sua riflessione sul cinema e sulla rappresentazione della realtà: «Non è una giusta immagine, è giusto un'immagine». Una frase che invita a interrogarsi sul rapporto tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane fuori dall'inquadratura. Il parallelo con il giornalismo è evidente: raccontare una piazza in tumulto non significa necessariamente comprendere una protesta. Mostrare gli scontri, i disagi o i momenti di tensione non basta se si dimenticano le ragioni che hanno portato migliaia di persone a manifestare. Dietro ogni immagine c'è una realtà più complessa, fatta di aspettative deluse, disuguaglianze, paure e domande che meritano di essere ascoltate. Perché tanti giovani sentono il bisogno di occupare le piazze? Perché non si riconoscono nelle risposte offerte dalle istituzioni? Quali paure e quali aspettative si nascondono dietro la loro rabbia? Sono queste le domande che dovrebbero trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché raccontare una protesta senza approfondirne le cause significa rischiare di descrivere soltanto la superficie di un problema, lasciando nell'ombra ciò che lo ha generato.
La responsabilità di una politica distante
La responsabilità di questa situazione non può essere attribuita a un solo schieramento. Riguarda la politica nel suo complesso, le scelte compiute, quelle rinviate e quelle che per troppo tempo non hanno affrontato i problemi reali delle nuove generazioni. Le decisioni prese negli ultimi quattro anni, insieme alle criticità accumulate nei decenni precedenti, hanno contribuito a creare un contesto nel quale molti giovani faticano a immaginare il proprio futuro. Non si tratta di sostenere che ogni responsabilità sia identica, ma di riconoscere che nessuna forza politica può sottrarsi alla necessità di rendere conto delle proprie scelte. La politica dovrebbe essere capace di incontrare i giovani nei luoghi in cui si esprimono, ascoltare le loro richieste e trasformarle in proposte concrete. Dovrebbe riconoscere nelle loro mobilitazioni non una minaccia da contenere, ma un'occasione per comprendere ciò che non funziona nella società. Troppo spesso, invece, il dibattito pubblico sembra concentrarsi sulle strategie, sugli equilibri istituzionali e sulle prospettive elettorali, mentre questioni fondamentali come il lavoro, la casa, l'istruzione, la precarietà e le disuguaglianze continuano a pesare sulla vita quotidiana delle persone. Ma una democrazia non può limitarsi a chiedere ai cittadini di partecipare attraverso il voto. Deve dimostrare di saper ascoltare anche tra un'elezione e l'altra, soprattutto quando a parlare sono le nuove generazioni.
Non è una generazione disinteressata alla politica
C'è un errore che dovremmo evitare: considerare i giovani distanti dalla politica soltanto perché non si riconoscono nelle sue forme tradizionali. Molti di loro, al contrario, dimostrano di avere una consapevolezza profonda delle contraddizioni del nostro tempo. Interrogano le istituzioni, contestano le disuguaglianze, chiedono maggiore coerenza tra i principi dichiarati e le decisioni effettivamente adottate. La loro protesta può assumere forme diverse e non tutte le richieste sono necessariamente condivise da tutti. Ma proprio questa pluralità dovrebbe spingere la società ad ascoltare, discutere e confrontarsi, anziché liquidare un'intera generazione come inesperta, ingenua o incapace di comprendere la complessità della realtà. Questi giovani non sono necessariamente lontani dalla politica. Sono lontani, piuttosto, da una politica che spesso non riesce a parlare il loro linguaggio, a comprendere le loro difficoltà e a offrire risposte credibili. Non chiedono soltanto promesse. Chiedono di poter partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita. Chiedono di non essere considerati una generazione da attendere, da educare al silenzio o da invitare alla pazienza, ma cittadini a pieno titolo, con diritti, idee e responsabilità.
Un disagio che attraversa l'Europa
Ciò che accade in Italia deve essere letto anche dentro un contesto europeo più ampio. In molti Paesi, i giovani devono confrontarsi con difficoltà economiche, precarietà lavorativa, problemi di accesso alla casa e disuguaglianze che condizionano le possibilità di costruire una vita autonoma. I dati europei confermano che il problema non è soltanto una percezione individuale: secondo Eurostat, nel 2025 il 24,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni nell'Unione europea era a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota superiore a quella registrata per la popolazione complessiva. Un dato che invita a interrogarsi sull'efficacia delle politiche adottate per garantire alle nuove generazioni condizioni di vita dignitose. Fonte: Eurostat, dati relativi al 2025. Dietro le difficoltà individuali si trova una questione politica più ampia. Per decenni, le politiche sociali ed economiche europee non sono sempre riuscite a contrastare efficacemente le disuguaglianze e a garantire opportunità adeguate a tutti. La precarietà, i salari insufficienti, il costo degli affitti e le difficoltà di accesso ai servizi essenziali rischiano di trasformare l'autonomia personale in un traguardo sempre più difficile da raggiungere. A questo si aggiunge il tema delle priorità nella destinazione delle risorse pubbliche. L'Unione europea ha mobilitato ingenti finanziamenti per sostenere l'Ucraina, anche sul piano militare, economico e finanziario. Questa scelta si inserisce nel contesto della guerra e del diritto dell'Ucraina a difendersi dall'aggressione russa. Ma resta legittimo interrogarsi su come l'Europa possa conciliare le proprie esigenze di sicurezza con gli investimenti necessari per rafforzare il welfare, la scuola, la sanità e le politiche rivolte ai giovani. Non si tratta di contrapporre automaticamente il sostegno a un Paese in guerra ai diritti sociali dei cittadini europei. Si tratta di chiedere che la sicurezza venga intesa anche come sicurezza sociale, economica e personale, senza la quale la libertà rischia di rimanere soltanto formale. La questione diventa ancora più delicata quando si guarda alla Palestina. Di fronte alla devastazione e alle sofferenze della popolazione palestinese, molti cittadini chiedono all'Europa maggiore coerenza nell'applicazione dei principi del diritto internazionale e nella tutela dei diritti umani. Le posizioni e le misure adottate dagli Stati membri e dalle istituzioni europee nei confronti di Israele sono state oggetto di dibattito e di divisioni politiche. Proprio per questo è necessario continuare a chiedere trasparenza, responsabilità e coerenza, affinché la tutela della dignità umana non dipenda dagli interessi geopolitici in gioco. Sono interrogativi che appartengono pienamente alla coscienza democratica europea e che molti giovani portano nelle piazze, nelle scuole e nelle università.
La scuola come luogo di ascolto e di speranza
In questo scenario, c'è una realtà che merita di essere riconosciuta: quella degli insegnanti che ogni giorno condividono con i ragazzi una parte importante della loro vita. Nelle aule scolastiche non si trasmettono soltanto conoscenze. Si incontrano paure, aspettative, dubbi e domande sul futuro. Gli insegnanti vedono da vicino le difficoltà dei giovani, ascoltano le loro preoccupazioni e assistono alla formazione di una coscienza critica che non sempre trova spazio nel dibattito pubblico. Molti docenti comprendono che dietro la rabbia può esserci la paura di non trovare un lavoro, di non potersi permettere una casa, di vivere in una società che chiede sempre di più senza garantire sufficienti opportunità. Comprendono anche che il desiderio di cambiamento non deve essere soffocato, ma accompagnato attraverso il confronto, la conoscenza e il rispetto reciproco. La scuola, quando riesce a essere una comunità autentica, diventa uno dei luoghi fondamentali in cui la democrazia prende forma. È lì che si impara a discutere, a riconoscere le differenze, a comprendere i diritti e a esercitare il pensiero critico. Per questo la voce degli insegnanti, insieme a quella degli studenti, dovrebbe trovare maggiore spazio nella discussione sul futuro del Paese.
Forza giovani: il vostro futuro è un diritto
E allora, forza giovani: andate avanti. Non siete soli. Accanto a voi ci sono insegnanti, educatori e cittadini che condividono le vostre preoccupazioni, che credono nel valore della partecipazione e che non hanno smesso di immaginare una società più giusta e solidale. Non lasciatevi convincere che le vostre voci siano inutili. Continuate a porre domande, a denunciare le ingiustizie, a chiedere diritti, pace, dignità e opportunità. Continuate a pretendere che le istituzioni vi ascoltino e che le scelte politiche siano all'altezza delle sfide che la vostra generazione deve affrontare. La protesta, da sola, non risolve i problemi. Ma può aprire uno spazio di confronto, rendere visibili questioni ignorate e costringere la società a misurarsi con domande che non possono più essere rinviate. La sfida è trasformare questa energia in partecipazione, consapevolezza e cambiamento concreto. Forse oggi una parte della politica fatica a riconoscere il valore delle vostre richieste. Ma questo non significa che dobbiate rinunciare a far sentire la vostra voce. Ci sono persone che credono in voi, nel vostro impegno e nella vostra capacità di contribuire a costruire un futuro diverso. Persone che sanno che una società non cresce mettendo a tacere i propri giovani, ma offrendo loro gli strumenti per diventare protagonisti del cambiamento. Il vostro futuro non è una concessione della politica. È un diritto. E ascoltarvi non è una gentilezza: è un dovere.Perché una società che smette di ascoltare i propri giovani rinuncia, in fondo, ad ascoltare il proprio futuro.
