Israele, il cambiamento passa anche dal voto arabo
La prima considerazione che mi viene davanti ai risultati ancora provvisori del voto israeliano è che qualcosa si sia mosso davvero. Non sappiamo ancora se nascerà una maggioranza capace di sostituire Netanyahu, ma la partecipazione dei cittadini arabi palestinesi indica una volontà di contare che merita attenzione.
L’affluenza e il consenso raccolto dai loro partiti hanno un significato che supera il calcolo dei seggi. Esprimono la richiesta di avere voce nelle scelte del Paese di cui sono cittadini, di vivere in condizioni di uguaglianza e di contribuire al suo futuro. È un segnale politico che sarebbe miope ridurre a una semplice risorsa per completare una maggioranza.
Netanyahu conserva una forza elettorale rilevante, mentre l’opposizione deve ancora dimostrare di saper trasformare il desiderio di cambiamento in un progetto di governo. La contrarietà a un leader può unire durante una campagna elettorale; governare richiede accordi, responsabilità e obiettivi condivisi.
È qui che vedo il passaggio più difficile e più importante: riconoscere ai rappresentanti dei cittadini arabi piena legittimità come interlocutori politici. Un’intesa avrebbe valore se fondata su impegni concreti: diritti, sicurezza per tutti, servizi, contrasto alle discriminazioni e una prospettiva credibile di pace.
Sarebbe prematuro parlare di svolta compiuta. Lo scrutinio deve concludersi e il rischio di nuove elezioni resta aperto. Comprendo però la speranza di chi si è recato alle urne con il desiderio di uscire da anni di dolore, paura e guerra.
Per me, il dato più significativo è proprio questo: una parte della società ha scelto di affidare alla partecipazione democratica la propria domanda di futuro. Ora spetta alla politica dimostrare di essere all’altezza di quella fiducia.
