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Sabato, 03 Ottobre 2026 16:48

A scuola ci sono solo bambini

 

 

A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “Decreto Scuola”, con il quale vengono introdotte una serie di norme, che tuttavia entreranno in vigore dal prossimo anno, che prevedono un tetto del 30% di studenti stranieri iscritti alle prime classi delle primarie, mentre nella scuola secondaria, il limite vale per alunni e alunne “con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni”, sanzioni fino a 1000 euro per chi non impara l’italiano, l’obbligo di seguire corsi gratuiti per i genitori e il divieto di indossare niqab e burqa in aula, violazione questa punibile con sanzioni pecuniarie.
 
Il tema degli alunni stranieri è così entrato prepotentemente nel dibattito politico, anche se non sfugge a nessuno che assume una valenza esclusivamente elettorale, in quanto è stato sollevato manifestamente per racimolare consensi a un anno dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento.
 
Gli studenti stranieri in Italia sono circa 930 mila, poco più di un alunno su dieci, due terzi dei quali peraltro sono bambini e ragazzi nati nel nostro Paese e hanno frequentato fin dall’infanzia le nostre scuole. Francamente parlare di alunni stranieri è un modo piuttosto superficiale di raccontare la realtà e di affrontare una questione assai più complessa, nella quale ha un ruolo dirimente il rispetto dei principi fondamentali della nostra democrazia, sanciti nella nostra Carta Costituzionale.  
 
“L’idea di istruzione-educazione alla base delle norme della Costituzione sull’istruzione, orientata al perseguimento degli obiettivi posti nelle due fondamentali stelle polari rappresentate dall’art. 2 e dall’art. 3, pare caratterizzata come attività che aiuta la costruzione della cittadinanza, oltre a rappresentare la sede nella quale si realizza il diritto fondamentale e irrinunciabile della persona di cui agli artt. 33 e 34.”. Queste parole della Prof.ssa Roberta Calvano, giurista dell’Università La Sapienza di Roma, delineano in maniera precisa, chiara ed incontrovertibile le caratteristiche sostanziali dell’istituzione scolastica sotto il profilo costituzionale. 
 
La scuola ha il compito di fornire agli alunni le competenze culturali per l’esercizio pieno della cittadinanza e, essendo finalizzata alla costruzione di un futuro migliore, è chiamata a leggere e comprendere i fenomeni sociali, culturali ed economici ed a rendere disponibili a tutti ed a ciascuno i linguaggi, e più in generale gli strumenti per interagire con la realtà presente, per apprendere in maniera continuativa e per esprimere se stessi, sia nella dimensione collettiva, garantendo lo sviluppo, la coesione sociale e la libertà, sia nella dimensione della realizzazione strettamente personale. Da questa funzione della scuola non sono escluse le persone con storia migratoria, ma essa è estesa a tutti coloro che stanno dentro il sistema dell’istruzione, a qualunque livello e in qualunque condizione. È per questo che lo slogan “A scuola nessuno è straniero” non è altro che la traduzione e l’inveramento del principio costituzionale: “La scuola è aperta a tutti”.
 
Ogni persona, soprattutto minore, che entra nel sistema scolastico del nostro Paese si mette in relazione con un universo di significati completamente altri rispetto a quelli in cui si è fin lì strutturato, dalla percezione di sé al pensiero, dal cibo al gioco, fino alla relazione con le persone adulte. E questo prescinde dall’essere nato in Italia o all’estero, dall’avere o dal non avere una storia migratoria. La scuola deve prendere atto di questo mondo interiore e predisporsi all’ascolto di esso. Se è vero che numerose sono le norme internazionali e nazionali che disciplinano i diritti da garantire, parimenti la scuola ha il compito insostituibile di trasformare la norma astratta in pensiero e prassi didattico-pedagogica e far si che ogni persona, comprese quelle con storia migratoria, trovi uno spazio sicuro di crescita e di potenziale sviluppo integrale, valorizzando le specificità personali nelle sue infinite variabili.
 
Integrazione e interculturalità devono rappresentare le direttrici imprescindibili dell’istituzione scolastica, che necessita una profonda e ampia rivisitazione del metodo formativo, in cui inserire la dimensione didattico-pedagogica con l’obiettivo di rendere migrante il sapere scolastico, cioè progettato sulle necessità della classe, privato delle rigidità quantitative e aperto ad arricchirsi e a riformularsi grazie alla conoscenza delle realtà culturali di quanti sono seduti in classe. La scuola deve potersi dotare di spazi e approcci per costruire un “noi” culturale diverso dalla somma degli “io” giustapposti l’uno all’altro e trasformare una classe con italiani e stranieri in una classe di persone che apprendono insieme.
 
Ovviamente sarebbe sbagliato nascondere le difficoltà di perseguire un simile obiettivo sotto il tappeto rassicurante ma insidioso di un’irenica e superficiale accoglienza, ma occorre essere capaci di strutturare un percorso di crescita comune, che abbia come protagoniste tutte le persone che compongono la “classe”.
 
All’interno di un simile approccio i saperi disciplinari diventano i mezzi attraverso si concretizza quella crescita, lo spazio di dialogo, magari anche di scontro, una scoperta collettiva continua, in cui ciascuno trova la propria dimensione culturale all’interno di una realtà più complessa, imprevedibile e al contempo generativa di un avanzamento generale condiviso.
 
“Non è solo ciò che condividiamo senza fatica che può unirci, ma ciò che arriviamo ad avere in comune perché ci siamo impegnati a creare una comunità, a trovare l’unità nelle differenze” (Bell Hooks - Insegnare comunità - Meltemi 2022).
 
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Una fontanella pubblica può andare in “convalescenza”? A quanto pare, sì. O almeno così racconta, con la consueta vena ironica, Paolo Di Capua nella sua nota dedicata alla storica fontanella di S. Andrea.

Dopo una lunga pausa durata, secondo la ricostruzione proposta nella nota, ben 19 mesi, la fontanella è tornata finalmente a svolgere il suo antico e semplice compito: erogare acqua ai cittadini.

Una ripresa del servizio che Di Capua saluta con un ironico ma sincero “GRAZIE all’Amministrazione”, sottolineando il valore di una struttura che, nel corso degli anni, è diventata parte della storia e della memoria del quartiere.

Ottant’anni e non sentirli

La protagonista della vicenda non è una fontanella qualsiasi. Quella di S. Andrea celebra infatti 80 anni di storia.

Ottant’anni durante i quali ha dissetato generazioni di cittadini e ha rappresentato una presenza quotidiana, quasi familiare, nel paesaggio della comunità.

Ed è proprio questo il punto sul quale insiste Di Capua: una fontanella pubblica non è soltanto un rubinetto dal quale sgorga acqua, ma può diventare un piccolo simbolo della vita di un luogo.

Davanti alla fontanella, scrive ironicamente, siamo “TUTTI UGUALI”: tutti accomunati dalla semplice necessità di bere.

La nuova “convalescenza”

L’ironia della nota prende però di mira soprattutto le nuove vicissitudini della fontanella.

Nel mese di agosto 2026, infatti, sarebbe arrivata una nuova fase di “convalescenza”.

Dopo i 19 mesi precedenti, la speranza espressa da Di Capua è che questa volta si tratti di una pausa decisamente più breve.

La battuta è inevitabile: una fontanella può avere ottant’anni, ma non per questo deve trascorrere gran parte della propria vita in convalescenza.

Da qui l’auspicio che il servizio possa essere mantenuto con continuità, evitando nuove e prolungate interruzioni.

Il sogno del vino al posto dell’acqua

Il momento più apertamente satirico della nota arriva con il racconto di un sogno.

Di Capua immagina uno scenario paradossale: tutte le fontanelle pubbliche chiuse e, al posto dell’acqua, il vino.

Una provocazione evidentemente scherzosa, utilizzata per estremizzare la situazione e trasformare una questione apparentemente ordinaria in una scena da commedia.

Nella fantasia dell’autore, i cittadini non sarebbero più semplicemente assetati, ma potrebbero iniziare a “camminare oscillando” e a parlare senza freni.

Il finale del sogno, però, riporta tutto alla realtà:

“Speriamo che il sogno non si avveri”.

Perché la fontanella, secondo Di Capua, deve continuare a fare una cosa molto più importante e molto più semplice:

DARE ACQUA. DARE VITA.

Una fontanella da difendere

Dietro la satira resta dunque un messaggio preciso: preservare la fontanella di S. Andrea e garantirne il funzionamento significa anche tutelare un elemento della storia locale.

Di Capua invita quindi cittadini e Amministrazione a continuare a prestare attenzione a quella che definisce una fontanella “storica e monumentale”.

Una richiesta accompagnata, come nello stile della sua nota, da una buona dose di ironia.

Perché dopo 80 anni di servizio, qualche pausa può anche essere concessa.

Ma 19 mesi di convalescenza sono davvero tanti.

E soprattutto, conclude idealmente la provocazione di Di Capua, se proprio dobbiamo scegliere cosa far uscire da una fontanella pubblica, la risposta è una sola:

L’ACQUA.

Il vino può aspettare.

Paolo Di Capua
Nota satirica sulla fontanella pubblica di S. Andrea – Sezze

Pubblicato in Attualità