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Momenti di paura questo pomeriggio a Sezze Scalo, dove due ragazzine sono state investite da un’auto mentre attraversavano Via Calabria, una delle strade principali del quartiere.
Fortunatamente, secondo le prime informazioni, le due giovani non avrebbero riportato gravi conseguenze, ma sul posto è comunque intervenuta un’ambulanza per prestare i primi soccorsi.

L’episodio riaccende però l’attenzione su un problema che i residenti segnalano da tempo: la quasi totale assenza della segnaletica orizzontale.
Proprio su Via Calabria, infatti, molte strisce pedonali risultano ormai sbiadite o quasi invisibili, rendendo difficile per gli automobilisti individuare i punti di attraversamento e aumentando i rischi per chi si muove a piedi. Le ore notturne diventano ancora più pericolose a causa di diversi lampioni spenti, che riducono ulteriormente la visibilità lungo la strada.
Ma Via Calabria presenta anche un altro problema molto evidente: le auto parcheggiate sui marciapiedi. Una situazione ormai quotidiana che costringe spesso i pedoni, e in particolare i più giovani o le persone con passeggini, a scendere in strada per poter passare.
Secondo molti residenti, però, il problema nasce da una criticità più ampia che da anni interessa Sezze Scalo: la quasi totale assenza di parcheggi. Senza spazi adeguati dove sostare, molti automobilisti finiscono per fermarsi lungo la carreggiata o sui marciapiedi, creando disagi e pericoli per chi si muove a piedi e per chi frequenta i negozi della zona.
I cittadini chiedono quindi interventi concreti per migliorare la sicurezza stradale:

-rifacimento immediato delle strisce pedonali
-maggiore illuminazione degli attraversamenti
-realizzazione di attraversamenti pedonali rialzati, che obblighino i veicoli a rallentare.
-trovare soluzioni ai parcheggi

Situazioni di questo tipo non sono nuove nella zona di Sezze Scalo, dove in diversi punti la segnaletica orizzontale risulta ormai quasi del tutto assente.
L’episodio di oggi riporta però al centro una questione importante, ossia la sicurezza dei pedoni, in particolare dei più giovani, lungo strade molto frequentate come Via Calabria e Corso della Repubblica.

Pubblicato in Cronaca
Lunedì, 09 Marzo 2026 07:31

La cultura come cura, non come prestigio

 

 

C’è un equivoco ricorrente quando si parla di cultura: l’idea che serva soprattutto a distinguere.
Distinguere chi “sa” da chi non sa, chi appartiene da chi resta fuori, chi possiede i codici giusti da chi ne è privo. In questo senso, la cultura diventa un segno di prestigio, uno strumento di legittimazione sociale più che una pratica condivisa.
Eppure, se torniamo alla radice del termine, la prospettiva cambia radicalmente.
Cultura non nasce per separare, ma per curare. Curare ciò che cresce, ciò che va seguito nel tempo, ciò che senza attenzione si impoverisce o si perde.
Quando la cultura si riduce a prestigio, smette di svolgere la sua funzione principale.
Diventa qualcosa da esibire, non da vivere. Una competenza da spendere, non una responsabilità da assumere. E in questo passaggio perde il contatto con la vita concreta, con le relazioni, con i conflitti reali che attraversano una società.
La cultura come cura, invece, non ha bisogno di palcoscenici continui.
Agisce nel modo in cui scegliamo le parole, nel modo in cui ascoltiamo senza interrompere, nel modo in cui accettiamo che non tutto debba essere immediatamente semplificato o schierato. È una pratica lenta, spesso invisibile, ma essenziale.
Curare significa anche prendersi carico della complessità.
Non evitare le domande difficili, non rifugiarsi nei cliché, non usare il sapere come arma. Una cultura che cura non umilia, non ridicolizza, non si compiace della propria superiorità. Al contrario, crea condizioni perché l’altro possa entrare nello spazio del discorso senza sentirsi giudicato.
In un tempo in cui il riconoscimento passa spesso attraverso l’esposizione — like, follower, visibilità — la cultura rischia di essere risucchiata nella stessa logica. Ma una cultura che cerca solo riconoscimento smette di essere trasformativa. Si adatta, si rende innocua, perde attrito.
La cura, invece, implica una responsabilità silenziosa.
Non chiede applausi, ma continuità. Non produce effetti immediati, ma lascia tracce durature. È ciò che tiene insieme una comunità quando il conflitto rischia di degenerare, quando il linguaggio si impoverisce, quando il confronto si trasforma in scontro.
Forse oggi il vero gesto culturale non è dimostrare di sapere, ma scegliere di custodire. Custodire il senso delle parole, la qualità delle relazioni, la possibilità di un dialogo che non sia una gara.
In questo senso, la cultura non è un ornamento della vita sociale, ma una sua infrastruttura invisibile.
E come tutte le infrastrutture, ci accorgiamo della sua importanza soprattutto quando manca.

Pubblicato in Attualità