L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è il più longevo della storia dell’Italia repubblicana. È un record di durata che premia la tenuta della maggioranza e l’abilità, unita alla determinazione, della Presidente del Consiglio nel tenere compatta la squadra di governo in un momento storico complesso come quello attuale. La stabilità non rappresenta però un valore assoluto e non è da sola sufficiente, se non si traduce nella capacità di mettere in campo un’azione di governo efficace, in grado di migliorare il Paese, di portare risultati positivi per lavoratori, pensionati, famiglie ed imprese.
In politica dovrebbero contare i fatti, ma oggi prevalgono gli slogan, l’ipocrisia rivestita di parole altisonanti, i cattivi pensieri che soppiantano la verità. È il tempo dei pifferai magici e degli incantatori e per questo non meraviglia il dilagare del fenomeno Vannacci, la sua presa sui cittadini con una narrazione contraddistinta da parole d’ordine che riecheggiano il fascismo e da proposte in gran parte irrealizzabili. A ben vedere il suo è un copione che si ripete, niente di nuovo rispetto a quanto avvenuto con Giorgia Meloni quattro anni fa, che l’assunzione della responsabilità del governo ha costretto ad un bagno di realismo, ad assumere una postura diversa, senza però mai abbandonare gli eccessi propagandistici e l’approccio ideologico alle questioni.
Se fino a qualche anno fa la stabilità politica era da tutti indicata come una prospettiva necessaria, anche se al limite dell’utopia, e un valore aggiunto per il buon governo, imputandosi all’instabilità, alla debolezza delle leadership, alle maggioranze esigue e alle continue crisi e cambi di governo l’impossibilità di portare a termine le riforme, con una conseguente sostanziale stasi, una sorta di fermo tecnico, inteso come una misura di autotutela dei politici di turno per tirare a campare più a lungo possibile, l’esperienza del governo Meloni ha cancellato, una dietro l’altra, tutte queste ragioni giustificative. La Presidente del Consiglio ha dimostrato di essere una leader forte, ha beneficiato di una maggioranza ampia e di un’opposizione divisa, ma ciò nonostante le decisioni del governo sono rimaste avvolte in una nebbia parolaia.
Pur apprezzando il miracolo compiuto, il fatto che l’Italia sia l’unico Paese in Europa a poter vantare un simile primato (basti pensare che negli ultimi cinque anni la Gran Bretagna ha avuto otto governi e in Francia sono cambiati sei primi ministri giusto per fare due esempi) la longevità di Giorgia Meloni è stata una specie di malanno di stagione e il suo salvacondotto è stato fare poco o niente.
Tirando le somme dell’azione del governo il filo rosso (o nero) che ha guidato l’azione del governo è stata l’attenzione spasmodica ai sondaggi, ai fatti di cronaca utilizzati per supportare una narrazione ideologicamente orientata, al bacino elettorale di riferimento, mentre sono mancate la visione prospettica del Paese e la concretizzazione delle roboanti promesse elettorali, ribadite nel discorso di insediamento.
L’esecutivo ha prodotto in quattro anni sette decreti sulla sicurezza. Il tentativo è stato di consolidare l’immagine di “legge e ordine” del governo, ma a fronte di questa proliferazione di norme volte a limitare e reprimere, le tre destre hanno continuato a dipingere un’Italia a rischio per criminalità, violenza, illegalità e al contempo hanno prodotto una ventina tra condoni, sanatorie, rottamazioni e affini, strizzando l’occhio al popolo degli evasori, a chi nell’illegalità insomma ci sguazza.
Sulle politiche per rilanciare la natalità, che dovevano essere tra i pilastri del governo, il bilancio segna profondo rosso. La maggioranza si è opposta al congedo paritario di paternità ed ha tagliato i fondi per gli asili nido. Il fallimento in questo campo è stato certificato da un’analisi Istat che prevede che nel 2050 il numero delle famiglie senza figli sarà superiore a quello con bambini.
Il primo governo guidato da una donna non ha migliorato in nulla la condizione femminile. L’Italia è agli ultimi posti per tasso di occupazione delle donne e va ancora peggio per la parità di genere, visto che siamo al 35° posto su 40 paesi in Europa. Sul dramma della violenza contro le donne ci sono stati interventi per lo più pasticciati, tutti sul fronte repressivo, ma molto poco è stato fatto per la prevenzione, a cominciare dal vietare e/o restringere i programmi di educazione sessuo-affettiva.
Sul piano economico sono stati tenuti in ordine i conti pubblici, ma è mancata una qualunque traccia di politica industriale e le situazioni di crisi aziendali sono rimaste tutte irrisolte.
Il costo della vita e la pressione fiscale sono in costante aumento, insieme ad una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari.
I giovani continuano a scappare dal nostro Paese per mancanza di lavoro o perché quello che si trova o è precario, o mal pagato, o tutte e due le cose insieme.
La politica estera è stata per mesi presentata come uno dei grandi successi del governo. Il servilismo nei confronti di Trump, il silenzio complice sul genocidio a Gaza, il fallimento del “Piano Mattei” e da ultimo la lite grottesca con la Spagna per l’inesistente pericolo Ceuta raccontano che la tanto decantata riconquistata centralità dell’Italia nel mondo è stata solo una grande bufala propagandistica.
Persino la questione migrazione, utilizzata per anni per solleticare gli istinti peggiori del Paese, è stata portata avanti in maniera diametralmente opposta a quella promessa. Se a questo aggiungiamo poi il flop costoso e clamoroso dei centri in Albania la misura del fallimento del governo è completa, salvo giustificarsi prendendosela ovviamente con i giudici, come se le leggi pasticciate, incostituzionali e contrarie al diritto europeo non le avesse approvate in Parlamento l’attuale maggioranza.
Da ultimo ma non per ultimo c’è stato e c’è il tentativo di smantellare gli equilibri costituzionali. Governo e maggioranza sono stati bocciati in modo netto ed eclatante dai cittadini in occasione del referendum sulla giustizia, ma la lezione sembra non averli indotti a desistere dal tentativo di manomettere la rappresentanza dei cittadini, mediante l’adozione di una nuova legge elettorale per il Parlamento, incostituzionale e avente come unica finalità il cercare di assicurarsi una nuova vittoria.
Un quadro sconfortante, prodotto di una classe politica intenta unicamente a contemplare il proprio ombelico e a ricercare il modo per perpetuare se stessa.
