Mentre soffiano venti di guerra, mentre assistiamo a stragi di popoli e il mondo sembra precipitare nel caos, parlare dei disagi economici delle famiglie può sembrare quasi fuori luogo. A tratti, ci si sente persino in colpa. Eppure la vita continua a scorrere, nella sua complessità e varietà. E con il dovuto rispetto per ciò che accade nel mondo, è giusto e necessario affrontare anche gli altri aspetti della quotidianità.
In una famiglia tipo di 4 persone, in Italia lavorano mediamente 1,5 persone: un lavoratore a tempo pieno e un part-time (spesso la madre). Secondo l’ISTAT, le spese medie annue per una famiglia di questo tipo – tra casa, cibo, trasporti, scuola, salute e tasse – oscillano tra i 30.000 e i 45.000 euro, ovvero da 2.500 a 3.750 euro netti al mese. Per sostenere questi costi, servono redditi lordi annui tra i 50.000 e gli 80.000 euro. Se poi c’è qualche figlio all’università o qualche altra esigenza si arriva a un lordo di 100/105.000€ lordi. Ma quante famiglie possono contare su simili redditi. La stragrande maggioranza vive al limite, o peggio: è indebitata. E questo accade anche per colpa di un sistema fiscale profondamente ingiusto. Se lo stesso ISTAT certifica che una famiglia ha bisogno di almeno 30.000–45.000 euro netti l’anno solo per sopravvivere, in base a quale criterio uno Stato – o meglio, le persone che lo governano – può pretendere di tassare questi redditi? Per chi si trova in questa fascia non è solo illogico imporre imposte: è contrario al buonsenso e a ogni principio etico.
Serve un cambio di schema:
- Esentare da ogni impostai produttori di reddito (lavoratori dipendenti o autonomi) che, in famiglia, concorrono a raggiungere questa soglia minima di sopravvivenza.
- Applicare imposte progressive solo oltre tale soglia.
Quando manca l’equità fiscale, è lo Stato stesso a spingere i cittadini fuori dalla legalità.
E questo sì, è un vero crimine sociale.
Questo tema dovrebbe essere un punto fermo, non negoziabile, per tutti quei partiti che dichiarano di voler combattere la povertà e promuovere la giustizia sociale. Mi riferisco in primo luogo, pubblicamente, al Partito Democratico e più in generale a tutte le forze politiche che si richiamano al cosiddetto “campo largo” o che gravitano attorno a quell’area. Se non affrontano con chiarezza e determinazione questa questione, allora è evidente che si limitano a parlarne per convenienza, senza reale volontà di cambiamento.
Se così stanno le cose, è doveroso avviare un movimento dal basso: un percorso civile e determinato, che abbia come obiettivo quello di proporre e pretendere che questa ingiustizia venga finalmente affrontata e risolta. Perché agire – nei limiti e nei termini previsti dal nostro ordinamento democratico – è un diritto, ma anche una responsabilità di ogni cittadino.
