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Riflessioni sulla genitorialità. Storia di un ragazzino che gioca a calcio

Nov 03, 2019 Scritto da 

 

 

Un campo di calcio di periferia. Un gruppo di ragazzi rincorre un pallone. Un allenatore insegna loro i valori dello sport, il rispetto dell’avversario, la lealtà, le regole e i movimenti. I ragazzi guardano ai grandi idoli del calcio e sperano un giorno di poterne imitare prodezze e traguardi. Sogni di ragazzi. Allenamento dopo allenamento il mister li vede crescere: è fiero dei loro progressi. Il suo obiettivo è creare un gruppo e valorizzare talenti e capacità. La partita settimanale è un appuntamento importante. L’allenatore la prepara con cura, sceglie gli undici titolari, mentre gli altri staranno in panchina. È calcio dilettantistico, amatoriale. Una apparente noiosa normalità. Un papà e una mamma accompagnano regolarmente all’allenamento il figlio. Forse nutrono grandi aspettative o forse semplicemente vorrebbero vederlo sgambettare in campo tra i titolari della squadra almeno una volta. L’allenatore il loro ragazzo però sembra proprio non vederlo: non sarà Pelè, Maradona o Ronaldo (decidete voi liberamente quale) o magari Messi ma una maglia da titolare la merita. È da qualche tempo perciò che covano una rabbia cieca contro l’allenatore. È inverno, è sera. La coppia aspetta la fine dell’allenamento per riportare a casa il ragazzo. La rabbia a lungo covata esplode. Vandalizzano la macchina dell’allenatore. Così impara a trascurare loro figlio. Le telecamere di una banca riprendono la scena e inchiodano la coppia, che si ritrova a dover fare i conti con la giustizia per quella stupida bravata. Un fatto vero.

Fermiamoci un momento e riflettiamo.

Baby gang, bullismo, ribellismo adolescenziale estremizzato, devianza minorile e giovanile, uso di stupefacenti e alcool richiedono risposte e progettualità efficaci dalle istituzioni. Reprimere e sanzionare è necessario, ma da sole sono soluzioni insufficienti e soprattutto inefficaci. Occorrono cultura e servizi. I centri di aggregazione sul territorio in grado di integrare e coinvolgere, di aiutare lo sviluppo e la realizzazione dei progetti personali, di valorizzare doti e intelligenze sono la risposta giusta. Associazioni culturali, gruppi musicali e teatrali, parrocchie, ludoteca, società sportive, servizi sociali hanno un ruolo importantissimo e vanno sostenuti. La scuola è poi centrale e insostituibile non solo per trasmettere il sapere, ma anche per la lotta alla dispersione scolastica e l’integrazione. Tutto giusto, tutto vero, tutto indispensabile e urgente. Tuttavia la vicenda del giovane calciatore e dei suoi genitori, pur non raccontandoci una ordinarietà, certo palesa un sintomo, rivela una fragilità e ci sollecita a ragionare su ruolo ed esercizio della genitorialità. La famiglia è insostituibile nel processo di costruzione della personalità dei ragazzi, ma assistiamo ad un suo progressivo indebolimento non derivante solo dal superamento in atto della concezione naturale dei legami familiari. La penetrazione al suo interno del mito del successo e del profitto ad ogni costo, del soddisfacimento d’ogni desiderio senza limiti ne stanno minando il ruolo educativo, facendo passare la convinzione che tutto è accessibile senza sforzo: l’amore, il sesso, il desiderio, il denaro. Le figure genitoriali sono sempre più evanescenti, liquide, assenti. Nella cultura dominante che vede e propone la felicità in oggetti effimeri che vanno di continuo sostituiti con oggetti nuovi, hanno difficoltà a dire dei no, a far vivere ai figli l’esperienza del limite quando tutto intorno ci sono solo dei sì e tutto si consuma velocemente. Il compito educativo viene aggirato nel nome della felicità dei figli che solitamente corrisponde a fargli fare tutto quello che vogliono e la presenza, la vicinanza, l’amore si riducono alla soddisfazione materiale. La solitudine e i comportamenti dei ragazzi derivano dalla difficoltà educativa dei genitori, i quali o si perdono nello stesso mare dei figli in una regressione ad una immaturità spensierata e in una fuga dalla propria responsabilità, oppure sono pronti a difendere sempre e comunque le ragioni inconsistenti dei figli di fronte agli altri o alle prime difficoltà che la vita impone. Prova di ciò è il sospetto con il quale molti genitori osservano gli insegnanti che si permettono di giudicare negativamente i loro figli o di sottoporli a provvedimenti disciplinari, arrivando persino all’aggressione verbale e fisica.

Il confronto e il dialogo con i ragazzi e i giovani è indispensabile, a patto che questo non significhi dettare loro la nostra verità. Essi hanno bisogno di maestri testimoni, di qualcuno cioè che mostra, attraverso la propria vita. Il miglior modo per trasmettere l’amore è amare. Il miglior modo per trasmettere un sapere vivo è la vitalità di chi lo insegna. Il miglior modo di trasmettere valori, idee e progettualità è l’incarnazione, non nascondendo le difficoltà e i limiti inevitabili.

Pensare allora ad una progettualità diretta a recuperare il senso perduto in tanti del proprio essere madri e padri forse non sarebbe una cattiva idea.

Pubblicato in Riflessioni
Ultima modifica il Mercoledì, 20 Novembre 2019 10:41 Letto 470 volte

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