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In tempi di teatri chiusi e di attori mestamente costretti a star lontani dai palcoscenici, impossibilitati a regalarci magistrali interpretazioni degli intramontabili testi di Chekov, Pirandello, Shakespeare o Goldoni per via della pandemia, a rubare le scene, non mancando di genialità perversa, è tra l’incomprensibile, il goliardico e l’indecoroso la politica politicante, la quale si esibisce tracotante in un teatrino di bassa fattura e niente affatto divertente ad onor del vero, nel quale i fantastici protagonisti con grande impegno si cimentano con testi improvvisati, intraprendono giravolte di genialità ineguagliabile e si concedono balletti strabilianti.

Spettatori disincantati e coinvolti nostro malgrado, con il fiato sospeso e sempre in attesa dell’immancabile colpo di scena, assistiamo da qualche giorno a bocca aperta e purtroppo impotenti all’ennesima crisi di governo, figlia dello spariglio portato con lucida determinazione da uno dei protagonisti più smaniosi di riacquistare visibilità politica, il cui obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è riconquistare una centralità fatalmente perduta, un conveniente spazio di attenzione mediatica e risollevare le magnifiche sorti e progressive del movimento da lui fondato, il quale malgrado gli sforzi profusi sembra condannato a consensi da prefisso telefonico. Ostinato e cieco anche dinanzi all’evidenza, non si rassegna al fatto di aver dilapidato un patrimonio ingente di fiducia e di consensi, immolandoli scientemente sull’altare del proprio smisurato narcisismo.

So di attirarmi critiche e improperi dei suoi più accaniti estimatori, ma personalmente non ho mai amato Matteo Renzi, neppure quando era all’apice dei consensi, osannato e riverito, considerato un leader dal futuro luminoso, destinato ad essere a lungo uno dei protagonisti indiscussi della politica italiana, e non per antipatia personale, più semplicemente per una radicale incompatibilità con il suo modo di intendere politica, funzione e ruolo dei partiti, rapporto con i cittadini e governo del paese, per il suo titanismo, il suo solipsismo e la sua autoreferenzialità. Colui che assume il compito e la responsabilità di guidare una comunità deve avere la capacità di relazionarsi e ascoltare gli altri, l’intelligenza di misurarsi con proposte e idee alternative alle proprie, l’umiltà di non ritenersi depositario unico e interprete esclusivo della verità e del bene e soprattutto di fare sintesi delle diversità. La capacità di affabulare e convincere, l’eloquio fluido e la battuta pronta creano simpatia, costituiscono un indubbio vantaggio per accaparrarsi consensi, ma finiscono per rivelarsi un fuoco fatuo se non si accompagnano a visione strategica, a progetti seri e validi e soprattutto poi se sono unicamente funzionali ad occupare il potere e le poltrone. 

Il senatore di Rignano notoriamente ama la teatralità, diciamola pure tutta è maestro insuperabile in questo genere di cose. E così in piena pandemia, che ogni giorno miete centinaia di morti, impone limitazioni alle nostre libertà e ha provocato una crisi economica e sociale senza precedenti, paragonabile soltanto a quella vissuta nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si inventa un colpo di teatro senza precedenti, ritira i ministri espressi dalla sua forza politica, la cui rappresentanza in Parlamento invero nessun cittadino ha mai eletto, dato che per gran parte si tratta di fuoriusciti dal PD e per il resto di transfughi di altri partiti e movimenti, provoca la crisi del governo e si guadagna l’apertura dei notiziari televisivi, le prime pagine dei giornali e post a ripetizione sui social. Dopo aver trascinato il PD, di cui nel 2018 era segretario nazionale, alla peggiore sconfitta elettorale di sempre, un autentico tracollo, passa sdegnato all’opposizione e si dimette, sostituito da lì a poco da Zingaretti. Nasce il governo Conte, sostenuto da Lega e 5 Stelle. Ben presto il quadro cambia. La coalizione tra i due populismi non regge, manifestamente incapace di governare il paese. L’occasione è ghiotta per tornare protagonista. Matteo Renzi, torna ad agitarsi, fa in modo che Zingaretti dia il proprio consenso al governo Conte bis, sostenuto ora da una coalizione giallorossa, ma non contento lascia il PD e fonda Italia Viva. Il Movimento 5Stelle e il suo guru Beppe Grillo, che fino ad allora avevano tuonato contro il partito di Bibbiano e della corruzione, secondo le geremiadi dell’onestà in voga, mollano la Lega e si alleano con il vituperato PD.

Trascorrono settimane e mesi, ma si sa il personaggio non ama restare in ombra, ostaggio di una ordinarietà deludente e insoddisfacente. Si mette  così a studiare il prossimo colpaccio. Ad un certo punto comincia ad agitare lo spettro della crisi perché insoddisfatto del governo e delle sue scelte e alla fine la traduce in fatti.

La conferenza stampa durante la quale Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni dal governo dei ministri del suo movimento è sembrata la trasposizione di una nota favola di Esopo. Dopo che il Presidente del Consiglio ha sostanzialmente accolto tutte le sue richieste, ha alzato ancora il tiro e rivelato all’universo mondo che il problema non era il piano di investimenti dei miliardi che ci concederà l’Europa per uscire dalla crisi, la task force per attuarlo o la delega ai Servizi Segreti ma Giuseppe Conte, l’uomo per tutte le stagioni e le possibili coalizioni, che un anno fa andava benissimo e oggi non più perché ha mire da dittatore sanitario, da accentratore seriale, agogna quei pieni poteri negati a suo tempo all’altro Matteo, quello del Papeete. Probabilmente c’è voluto un po’ perché l’astuto senatore di Rignano s’accorgesse delle mire subdole di Giuseppe Conte, visto che hanno governato insieme non pochi giorni. Tuttavia volutamente sembra dimenticare che quando è stato lui Presidente del Consiglio non ha disdegnato affatto il ricorso a canguri, truppe cammellate e altro bestiario da regolamenti parlamentari per riscrivere la Costituzione in modo da garantirsi il tanto oggi vituperato accentramento di poteri nelle proprie mani. Oh, quanto corta è la memoria a volte……

Uno spettacolo grandioso indiscutibilmente. Un copione quello messo in scena che possiede un sapore antico, compresa la ricerca spasmodica di una pattuglia di novelli “responsabili”, oggi definiti “costruttori”, pronti a far da stampella al governo traballante, a sostituirsi ai renziani per il prossimo giro di valzer. Tutto si rinnova nel nostro paese tornando all’antico. Si sa, il trasformismo è male endemico della nostra democrazia, anche se negli ultimi anni il fenomeno ha assunto toni parossistici.

In ogni caso lo spettacolo è solo all’inizio e i colpi di scena nei prossimi giorni sono assicurati.            

 

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Chi non ricorda l’on Salvini con la scritta di Trump sul cappello e sulla mascherina, in segno di amicizia e fedeltà al capo dei sovranisti di tutto il mondo, salvo poi, dopo il drammatico assalto al Campidoglio USA. ripensarci e farfugliare qualche mezza parola di pentimento? Non ho alcun desiderio di ironizzare su quella immagine del leader leghista perché si tratta dell’ennesimo tentativo di coloro che sono pronti e intenzionati a cavalcare la rabbia dei nostri concittadini. Un fenomeno eversivo, questo, che si sta allargando a macchia d’olio, anche in Italia, e soprattutto nelle periferie urbane e tra le fasce più deboli e povere. Si tratta di gruppi organizzati, pronti a gridare al lupo e al complotto, disposti a tirare la fune fino a spezzarla, a lanciare il sasso e a nascondere la mano, a fare giustizia con le proprie mani, a compiere gesti rabbiosi contro il “potere” e contro le regole di convivenza civile. Nella storia passata e recente gli incendiari non sono mancati mai. Ricordo gli scontri e le ingiurie subìte dai giovani comunisti, a cavallo degli anni 60 e 70, perché venivano considerati   servi dei padroni e sbirri dello Stato oppressore. Poi è scoppiato il terrore e l’uccisione di magistrati e di Aldo Moro. La storia si ripete e non insegna nulla. Il virus antidemocratico della violenza si sta diffondendo ovunque: un clima di sfiducia e di diffidenza nei confronti dell’altro, soprattutto dei politici e di chi esercita legalmente un ruolo istituzionale. Sono tutti ladri e mascalzoni, dicono. Non ci si riconosce più nella comunità di appartenenza, non si condividono più gli stessi valori, ci si sente estranei ed emarginati, in nome di una identità di razza, di colore, di religione. Molteplici sono le cause di questo pericoloso fenomeno: le profonde trasformazioni ideologiche e di costume, le regole civili di convivenza completamente modificate, i rapporti interpersonali e di genere alterati. Inoltre la pandemia del covid-19 sta assestando il colpo finale. L’impossibilità di incontrarsi fisicamente sta generando solitudine e inquietudine degli uni verso gli altri. Le idee e le opinioni, in mancanza di un vero confronto, si trasformano in incomprensioni e contrapposizioni. Quando manca il dialogo la politica langue e si ragiona solo in termini pregiudiziali e ideologici. Occorre uno sforzo di responsabilità e uno slancio ideale da parte di tutti, occorre essere ”costruttori” (Pres. Sergio Mattarella) e non disfattisti. Anche a Sezze tanti sono i problemi da affrontare e risolvere: la riapertura dell’ospedale di prossimità, l’assistenza domiciliare agli anziani e alle persone povere e fragili, la vivibilità del Centro storico, un piano per il traffico, la realizzazione dei parcheggi, la cura del verde e del decoro urbano, il riordino e la sistemazione delle zone di Suso e dello Scalo, l’adeguamento della macchina amministrativa, la programmazione della offerta  scolastica e formativa a tutti, nessuno escluso. La tecnologia e il web possono fornire gli strumenti necessari per coinvolgere, far partecipare, informare la cittadinanza. Ebbene, di fronte a questa mole di lavoro è un delitto stare fermi e aspettare. Fra più di un anno si andrà a votare.  Non contano più le idee? non valgono più le opere compiute e realizzate? Non vale più l’impegno e la passione politica? A quale democrazia vogliamo fare appello? A quella dei sovranisti e dei disfattisti?

Pubblicato in La Terza Pagina

 

 

Si è tenuta oggi l’udienza in camera di consiglio per la causa che ha per oggetto i lavori al Belvedere di Santa Maria di Sezze. Le parti hanno esposto le loro tesi e nei prossimi giorni il collegio depositerà la sentenza. C’è attesa di sapere cosa è stato deciso dopo Il ricorso in appello al Consiglio di Stato da parte di Don Massimiliano di Pastina al fine di ottenere la riforma della sentenza emessa dal Tar. C’è attesa perché se anche il consiglio di  stato darà ragione al Comune di Sezze è piuttosto assurdo che il committente possa andare ancora avanti mentre è plausibile che l’ordinanza di demolizione del manufatto venga eseguita immediatamente. Sono circa 600 giorni che il Belvedere di Santa Maria è occupato dal cantiere della vergogna, un cantiere ridotto a discarica in pieno centro storico e davanti la Cattedrale di Sezze. La vicenda ha diviso inizialmente la città, poi la politica mentre oggi tutti vogliono che si metta fine a questa vicenda che resterà comunque una delle pagine più brutte della storia setina.

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Non sarà come gli altri anni, non è possibile adesso organizzare eventi in presenza e dal vivo all’Auditorium Costa di Sezze, sede che ha ospitato le ultime 16 edizioni del Tributo De André. La dura pandemia che stiamo vivendo non impedisce però del tutto di fare musica e spettacolo, seppur con modalità alternativa online. L’Associazione Le Colonne ha pensato quest’anno di organizzare in diretta streaming sui propri canali social (Youtube e Facebook) la serata deandreana in cui trasmettere video musicali registrati in proprio da musicisti, appassionati e amici, storici e nuovi, del tradizionale tributo setino di gennaio. In diretta ci sarà solo un conduttore, una sorta di dj, che introdurrà i singoli brani del repertorio più classico dell’amato cantautore genovese per poi lanciarli in video nella versione arrangiata dai partecipanti “in proprio e in sicurezza” durante questo periodo di lunga quarantena e di DPCM. Per lo più saranno brani con armonizzazione essenziale, chitarra e voce, pianoforte o tastiere, cantati da singoli, duetti o terzetti ideati per l’occasione (spiccano diverse voci femminili), con qualche gradita eccezione di coverband più numerose ed organizzatesi a distanza per impreziosire il tutto. Sarà una diretta di poco più di un’ora, una dozzina di canzoni e due inserti a sorpresa. Nessun nome di musicisti e cantanti in anticipo, sarà una serata di gruppo - senza palcoscenico, riflettori e primi piani - un canto condiviso di ringraziamento a Faber con l’invito a seguire la diretta e a cantare numerosi da casa le sue canzoni. L’appuntamento è per lunedì prossimo, 11 gennaio alle ore 21, a distanza di 22 anni dal giorno della morte di Fabrizio De André, diventato in questi anni di assenza reale sempre di più una presenza indimenticabile che non si può non continuare a ringraziare per la sua opera musicale, diventata col passare degli anni autentico patrimonio culturale dell’intera nazione.

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Domenica, 27 Dicembre 2020 07:27

Ogni giorno è un nuovo inizio

 

 

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc....Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci – 1 gennaio 1916, Avanti! Edizione torinese – Rubrica Sotto la Mole).

Questa riflessione di Antonio Gramsci, politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario, uno dei più grandi pensatori italiani del ‘900, morto in un carcere fascista, è molto più che una presa di posizione anticonformista rispetto al sentire diffuso sul capodanno, un suo voler essere un intellettuale controcorrente rispetto alle convenzioni sociali consolidate, agli stereotipi diffusi, al moralismo e al perbenismo di facciata proprio della società dei consumi di massa. Le sue parole rappresentano un richiamo forte, un invito a ricercare l’essenzialità, a recuperare il senso ultimo del nostro essere donne e uomini, all’impegno costante, personale e collettivo, per un nuovo inizio ogni giorno finalizzato al progresso sociale, culturale ed economico, a superare diseguaglianze e discriminazioni che incidono da sempre il corpo vivo della società e oggi particolarmente attuali a causa della crisi generale innescata dalla pandemia, che ha acuito e allargato in maniera preoccupante il divario tra il benessere di pochi privilegiati e la difficoltà e spesso la condizione di vera e propria povertà in cui si dibatte la gran parte delle persone. L’esperienza traumatica di questi mesi ci ha investiti, improvvisa ed imprevista (anche se invero governanti e governati abbiamo ostentato negligenza e disinteresse, siamo rimasti sordi ai richiami di tanti scienziati che avevano prospettato da tempo il possibile verificarsi di simili accadimenti), ci ha precipitati nell’incertezza esistenziale, ha scardinato tanti nostri punti fermi, ha mandato in crisi la nostra modernità fatta di tecnologia, mercato e globalizzazione, ci ha fatti scoprire biologicamente fragili e in balia dell’incontrollabile, ha stravolto la nostra quotidianità e le nostre relazioni, ci ha allontanati fisicamente, ci ha costretti a misurarci con la sofferenza, ci ha colpiti negli affetti con la perdita di persone care, ma soprattutto ci ha messi di fronte alla necessità di un cambio di passo radicale, un ripensamento profondo dei nostri stili di vita e delle nostre relazioni, di recuperare il senso dell’appartenenza alla comunità umana e della solidarietà da attuare immediatamente, pena il rischio di essere definitivamente travolti e spazzati via.

Alla fine dell’anno e nell’imminenza del nuovo è sicuramente importante fermarci e riflettere attentamente su come abbiamo impiegato il nostro tempo, cimentarci in un resoconto sullo stato delle nostre vite e del cammino percorso dalle nostre comunità, evidenziando i traguardi raggiunti e le mancanze, ma occorre l’onestà intellettuale dei bilanci autentici e soprattutto abbandonare la logica stucchevole dei buoni propositi, che finiscono per essere valevoli solo nel tempo limitato dei festeggiamenti, del clima indotto dalle sdolcinate atmosfere natalizie per poi ricominciare a vivere esattamente come prima e come se niente fosse, con uno sfondo che resta sempre lo stesso, solo con un anno in più e identici rimangono i protagonisti, le relazioni, le ingiustizie e gli egoismi personali e di gruppo.

Quest’anno senza la distrazione delle tavolate coreografiche, delle luci accecanti, dei veglioni nei locali e nelle piazze, della musica assordante e dei fuochi d’artificio a motivo della grave situazione sanitaria, abbiamo l’opportunità importante di farci il dono straordinario di non fermarci alla superficie, di non inseguire chimere ed illusioni, di non augurarci semplicisticamente un rinnovamento fatto di parole vuote e inutili auspici ma di scelte fattive, di assaporare la serena, piacevole e gioviale riscoperta delle relazioni improntate all’autenticità, di concederci il tempo per progettare e programmare un cambiamento personale che rappresenta il presupposto indispensabile per un mutamento più generale che investa i nostri rapporti interindividuali e quindi l’intera realtà sociale in cui siamo immersi. Non dobbiamo precludersi ovviamente la possibilità di sognare e pensare in grande, di volare alto, di progettare e realizzare una trasformazione che produca l’emancipazione da ogni forma di oppressione politica, economica, religiosa, ma innanzitutto dobbiamo pensare ed agire con coerenza quotidianamente, non accettare supinamente le idee altrui e soprattutto non smettere di lottare. Il cambiamento è un processo lento, va costruito in modo continuativo, non è mai fine a se stesso e l’alba di ogni giorno deve essere il tempo del suo nuovo inizio.

 

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Mercoledì, 23 Dicembre 2020 08:32

Natale ancora, la lettera di Don Anselmo Mazzer

 

Pubblichiamo con piacere la lettera inviataci dal caro Rev.do Anselmo Mazzer, parroco per ben 27 anni della Cattedrale Santa Maria di Sezze, oggi parroco presso Santa Maria Goretti di Latina, assistente ecclesiastico presso l'Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti nonché Assessore presso Tribunale Ecclesiastico diocesano.

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Il Natale ci richiama ad una presenza: la continua presenza di Dio che ci attira in una meravigliosa comunione con Lui e tra di noi.

In questo periodo non dovremmo vedere le luci, non dovremmo vedere la cultura del consumismo, per giungere a questa essenzialità: accogliere la Parola che si fa carne per entrare nel respiro di Dio. Se entreremo in questo itinerario, gusteremo una Presenza nel cui confronto le luci della storia sono ben poca cosa.

L’abbiamo evidenziato ultimamente nella giornata dedicata al femminicidio. L’uomo, voluto da Dio signore dell’universo, con le capacità dategli da Dio, ci sta facendo uscire da questo problema sanitario, come ha fatto tante altre volte. Ma il grande disastro crescente che riguarda la famiglia (e il femminicidio è un sintomo), il dilagare del bullismo (non se ne parla perché praticamente le scuole sono chiuse da marzo), l’aumento del consumo di alcol e di droghe, anche negli adolescenti, sono il risultato, non di mancanza di leggi, ma di una mentalità, dove Gesù Cristo è il grande assente.

Si tocca concretamente cosa vuol dire essere pieni di Cristo (e vivere con la sua mentalità) o vuoti di Cristo. Basta guardare in giro.

Ci sono genitori che ancora credono che il catechismo serva per la festa della Comunione o della Cresima. Grande illusione! Non abbiamo bisogno di comunicati o di cresimati. Abbiamo bisogno di cristiani veri che imparano, guardando i loro genitori, a crescere, vivendo la Comunione e la Cresima, nella abituale e gioiosa relazione con Gesù, attraverso il catechismo permanente e la liturgia.

La liturgia cristiana non sono cerimonie o riti, ma è l’esperienza del Signore nella gioia dell’oggi: oggi Gesù ci ama, oggi Gesù ci attira, oggi senza di Lui non possiamo vivere, oggi stabiliamo un linguaggio di amore con Lui, scelto come il criterio portante della nostra esistenza.

Carlo Acutis dovrebbe dirci qualcosa.

I Divini Misteri, celebrati come si deve, sono come fessure di luce in ogni tunnel feriale, per non essere schiacciati dalle pesantezze di ogni giorno.

Uno dei drammi che si sta vivendo è che, davanti al Natale, il criterio sono i doni, non il Dono. Questo vuol dire che non desideriamo il donarsi di Dio. Ci leghiamo troppo ad un innocuo Gesù Bambino, ma non al donarsi di Dio.

AUGURO a tutti la cosa più bella che ci sia: costruire ogni giornata partendo da Dio che ne è la sorgente, vivendo Dio che è l’anima del presente, per giungere a contemplare Dio, meta della nostra  storia.

Da questo viene la gioia di vivere.

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Martedì, 22 Dicembre 2020 17:51

Furti nel centro di Sezze, denunciato un serbo

Prosegue l’azione di prevenzione e contrasto alla criminalità predatoria, attuata sinergicamente dai Carabinieri della Compagnia di Latina, nel segno di una precisa strategia coordinata dal Comando Provinciale, finalizzata al capillare controllo del territorio con l’obiettivo della prevenzione e repressione dei reati, con particolare riferimento a quelli di tipo predatorio. 
Nella tarda mattinata di oggi, a Sezze piazza di Porta Romana, i militari della locale stazione,  nell’ambito di uno specifico servizio finalizzato alla prevenzione e repressione dei reati contro il patrimonio, deferivano per il reato di cui all’art.707 cp “possesso ingiustificato di chiavi alterate e di grimaldelli”, un cittadino di origine serba, domiciliato ad Aprilia.
Vi è da premettere che da alcuni giorni, i Carabinieri della Stazione erano sulle tracce di una autovettura modello VW Golf di colore grigio metallizzata, che si aggirava nei quartieri residenziali del paese alla cui guida era stato visto un uomo verosimilmente straniero.
Sulla scorta di tale notizia, i militari intensificando i controlli ed avvalendosi del servizio di prossimità al cittadino, riuscivano ad intercettare il predetto che,  alla vista dei militari cercava di darsi alla fuga venendo però raggiunto e fermato dopo un inseguimento appiedato per le vie cittadine.
La successiva perquisizione all’interno del veicolo in suo uso, per l’appunto una VW Golf  di colore grigio metallizzato,  permetteva di rinvenire un paio di guanti, un cacciavite e nr.2 sacchetti porta gioie vuoti, sottoposti a sequestro. Sono in corso ulteriori indagini  al fine di verificare se  il predetto possa essere l’autore, in concorso con altri, di alcuni furti che si sono verificati recentemente nel centro setino.
E’ altresì in corso un approfondimento investigativo su alcuni casi segnalati, sempre a Sezze,  relativi a tentativi di truffa con il metodo dello “specchietto”.
I Carabinieri di Sezze  chiedono la collaborazione di tutti i residenti per ricevere altre segnalazioni ed eventuali denunce.

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Quattro mesi senza un assessore di peso, quattro mesi senza un assessorato fondamentale per la fase che tutti stiamo vivendo, quattro mesi di stasi politica nel Comune di Sezze. Dal 25 di agosto, giorno delle dimissioni irrevocabili e improvvise dell’assessore ai servizi sociali Andrea Campoli, la Giunta presieduta dal sindaco Sergio Di Raimo è rimasta zoppa e in attesa di capire chi subentrerà al posto dell’ex sindaco di Sezze. Il primo cittadino proprio in questi giorni sta cercando di capire quale mossa fare e non si esclude che prima di Natale ci sia una verifica all’interno della maggioranza. Come abbiamo già annunciato è molto probabile che ad Andrea Campoli possa subentrare l’attuale capogruppo del Pd Armando Uscimenti, il quale dimettendosi da consigliere comunale farebbe così posto al primo dei non eletti Paolo Rizzo. Il nodo da sciogliere però non è quello del Pd e delle due anime all’interno dei dem setini ma è quello emerso all'interno della lista “Sezze Futura” con a capo Enzo Polidoro. Si vocifera che oltre allo strappo politico già consumato e digerito del consigliere Mauro Calvano, passato all’opposizione come indipendente, adesso pare che rivendichi giustamente un peso politico ed elettorale anche il consigliere comunale Senibaldo Roscioli, un peso che vorrebbe significare assessorato. Considerando infatti che Polidoro da solo ha sempre incassato un assessorato, (assessore ai lavori pubblici e carica di vice sindaco) non si comprende perché non si debbano rimescolare le carte e le quote (se richiesto) anche all’interno della sua lista, visti i cambiamenti avvenuti. Il sindaco potrebbe optare allora per un doppio cambio di assessori ed ascoltare le richieste di Roscioli. Manca meno di un anno e mezzo, l’ultimo del quale sarà solo campagna elettorale e ridefinizione di liste per le prossime elezioni. Se la quadratura del cerchio non arriva è probabile che sia crisi bis, come già avvenuto nell’estate del 2019. Eppoi chi potrebbe lasciare la Giunta per un uomo vicino a Roscioli? Sabrina Pecorilli? Giulia Mattei? Siddera? O lo stesso Di Prospero? Un rebus politico insomma.

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Domenica, 13 Dicembre 2020 07:47

Ciao Pablito!

 

 

 

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei goal. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico”. (Pier Paolo Pasolini)

Il calcio è un amore strano, ma è amore.

L’amore ha sembianze differenti, lo comprendiamo solo facendogli spazio, assaporandolo nella concretezza del suo imprevedibile manifestarsi, nel suo intrecciarsi intimamente e indissolubilmente con le nostre vite, si declina anche nel rincorrere una palla in un rettangolo erboso di gioco.

Il calcio è passione che ti afferra e ti imprigiona, ti fa ardere di desiderio, è gioco e appartenenza, genio e talento, tecnica e impegno, sacrifico e lealtà. Solo in apparenza è semplicemente correre dietro una palla. Quella palla ricercata, inseguita, sottratta all’avversario e calciata racconta l’essenza della vita, intessuta dei sogni più audaci, delle aspettative più forti e delle emozioni più sentite. Se poi a quella palla riesci a dare il calcio giusto, a infilarla nella porta avversaria portando la tua squadra alla vittoria, ti sembra di spiccare il volo, di viaggiare lontano, assai più lontano di quanto tu abbia mai potuto immaginare, di raggiungere traguardi che ti riempiono di ebbrezza inesprimibile. 

Il calcio è uno degli sport più completi, impegna dal punto di vista tecnico, atletico e tattico, richiede energie e intelligenza, il sapersi disporre in campo nel posto giusto e muovere anche senza il possesso della palla, la capacità di indovinare il momento per difendere o attaccare, la perspicacia di accorgersi dei pericoli o dei punti deboli dell’avversario, la prontezza a predisporre le contromisure per arginarne e annullarne le strategie di gioco. Il fascino del calcio è il suo essere una sfida non solo tra le due squadre avversarie, ma anche tra i singoli giocatori e, a ben vedere, con sé stessi, con le proprie forze e i propri limiti, con la fortuna e il destino, finanche con gli stessi compagni di squadra per assicurarsi la migliore prestazione. Forza fisica e vigore atletico sono essenziali, ma nulla valgono senza intelligenza, creatività, fantasia, acume tattico, slancio generoso, correttezza nel riconoscere valore e dignità dell’avversario, più forte o più debole poco importa.

Il calcio insegna l’importanza dell’essere squadra, del reciproco sostegno, dello stare e convivere con gli altri, riserva gioie grandi, come la vittoria in campionato o in coppa magari segnando il gol decisivo, o più semplici e apparentemente marginali come i progressi in allenamento e i frutti del lavoro svolto con passione e intensità. Spesso però ci riserva emozioni negative, brucianti e dure, come una prestazione pessima, sbagliare un rigore decisivo, perdere una partita fondamentale. L’importante è non lasciarsi abbattere dalla sconfitta, imparare a misurarsi con le contrarietà, ripartire dagli errori, coltivare il senso del limite considerandolo uno stimolo a fare di più e meglio, a superare se stessi con coraggio e determinazione, a faticare e penare, sorridere e gioire, ossia a vivere la profonda duplicità della vita.

L’amore per il calcio può sbocciare in ogni momento, ma solitamente accade da piccoli, quando guardando le meraviglie sul campo dei campioni che giocano nella squadra del cuore, scatta la scintilla, esplode il desiderio irresistibile di emularne le imprese, di provare a diventare come loro o più semplicemente lasciandoti travolgere dalla passione e ritrovandoti i a tifare sugli spalti dello stadio o davanti allo schermo del televisore, in preda all’adrenalina e alla tensione.

Ricordo bene l’estate del 1982. Ero un adolescente che si affacciava alla vita con il cuore in subbuglio e la testa piena di sogni. La nazionale di Enzo Bearzot arrivò al mondiale di Spagna accompagnata da critiche e perplessità, non ultimo per la convocazione di Paolo Rossi, il quale aveva finito da qualche mese di scontare la squalifica di due anni inflittagli per lo scandalo del calcio scommesse (rispetto al quale ha sempre rivendicato la propria estraneità e innocenza). Tutti erano convinti che la squadra avrebbe fatto poca strada. L’inizio stentato sembrò confermare il timore: tre pareggi scialbi e la qualificazione arrivata grazie ai ripescaggi. Paolo Rossi era il centravanti e giocò male le tre partite iniziali. Nei bar e nei conciliaboli dei tifosi ci si domandava perché il CT insistesse nello schierarlo. Enzo Bearzot tirò dritto. La squadra si trasferì a Barcellona per la seconda fase e qui avvenne la sua metamorfosi e con essa quella di Paolo Rossi. Pablito esplose e divenne il simbolo della nazionale. Rifilò tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale e così conquistò il titolo di capocannoniere del torneo e per l’Italia il terzo titolo di campione del mondo. In quel magnifico 1982 vinse anche il Pallone d’Oro.

Paolo Rossi era un centravanti da area di rigore con un innato senso del gol: piccolo, agile, sgusciante, un ragazzo umile e perbene, senza tanti grilli per la testa. Nulla a che vedere con i giocatori palestrati e sempre sulla copertina dei rotocalchi del calcio odierno. Toscano di Prato, esplose nel Vicenza, passò al Perugia, alla Juventus, al Milan e, ancora giovane a causa della fragilità fisica, chiuse la carriera al Verona. Tuttavia se penso a lui non riesco ad associarlo a nessuna squadra di club, lo vedo con indosso unicamente la maglia azzurra e lo immagino la sera dell’11 luglio 1982 appoggiato a un cartellone pubblicitario del Bernabeu di Madrid. Lo stadio è una bolgia, un mare di bandiere, un’onda che lambisce il serpen­te azzurro che si snoda intorno al cam­po, guidato da una figura divenuta mitologica: metà Zoff, metà coppa del Mondo. Paolo Rossi non c’è. Dopo aver concluso il giro d’onore si ferma a contemplare quella baraonda e si scopre triste. Pablito racconta: “Guardavo la folla, i compagni e dentro sentivo un fondo di amarezza. - Adesso dovete fermare il tempo, adesso -, mi dicevo - Non avrei più vissuto un momento del gene­re. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già fini­to”.

No Paolo, non è finito affatto. A 64 anni, nel cuore della notte, la morte ti ha strappato all’affetto della tua famiglia e di tutte le persone che ti hanno ammirato ed amato, ma ha reso eterno quel sogno che ci hai fatto vivere.

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Mentre finalmente si sta concretizzando l’attivazione della Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) anche a Sezze, gli appelli per ridare vita al nosocomio San Carlo di Sezze si moltiplicano. Molti locali della grande struttura di via San Bartolomeo da molti anni sono abbandonati, un’ala dell’ospedale è praticamente distrutta e oggetto di atti vandalici. Le foto choc che ci giungono sono a dir poco impressionanti. Interi spazi diventati dei magazzini, vecchi reparti che gridano vendetta per lo stato di abbandono e incuria che presentano. Quello che è stato il più importante ospedale dei Monti Lepini, per buona parte è ridotto a deposito selvaggio e luogo di vandalismo. Al piano terra nell’ala del chiostro sembra che siano passati vandali che hanno distrutto tutto, il vecchio reparto di radiologia si presenta alla stessa maniera, distrutto. Una vera vergogna insomma, in un momento delicato nel quale la ricerca di locali per pazienti covid e non è diventata sacrosanta. Il San Carlo potrebbe ospitare come il Fiorini di Terracina pazienti non covid e diventare così un presidio specialistico e offrire servizi e prestazioni sanitarie di eccellenza lì dove altri nosocomi soffrono e non riescono più ad offrirli perché congestionati. Vedere così ridotta una grande struttura ospedaliera che potrebbe ospitare ammalati di media e lunga degenza fa male ancor più e infetta le ferite di un sistema sanitario malato e abbandonato.  

Gli interni al piano terra

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