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Domenica, 15 Dicembre 2019 18:59

Sardine di tutti i mari unitevi!

 

 

Ebbene sì, sono di parte! Credo non sia una stranezza nutrire simpatie e riconoscerci in un’idea. Ho tante primavere ormai, ohimè, e invero non ho mai incontrato nessuno che non lo fosse. Ognuno ha le proprie idee, la propria appartenenza politica, che non significa necessariamente militanza partitica. La si può celare, dissimulare ma è ipocrita negarla. 

Guardo con simpatia al movimento delle “sardine” di cui in queste settimane si è parlato molto, anche se credo sia mancata una riflessione approfondita e libera da pregiudizi sul suo significato. Si rincorrono i numeri delle piazze delle varie città e della manifestazione nazionale di Roma, si evocano i fantasmi di presunti manovratori dietro le quinte, le lobby gay e ambientaliste, si fanno congetture d’ogni genere e fondamentalmente in molti c’è diffidenza verso una forma di partecipazione difficilmente inquadrabile secondo le categorie politiche tradizionali. Certo mondo politico poi non rinuncia a contingenti calcoli elettorali.

L’immagine ingenua, giocosa e probabilmente casuale delle “sardine”, scelta dai fondatori del movimento, la trovo geniale nella sua semplicità e non è affatto distante, secondo il mio punto di vista, dal concetto sostanziale di democrazia: una comunità di eguali e solidali, uniti pur nella diversità, che si riconosce in un sistema valoriale condiviso, che solca i mari a volte perigliosi e ostili della storia, in cui posizioni e ruoli di responsabilità contano unicamente in funzione del cammino comune, certi che il destino di tutti dipende da ognuno e quello di ognuno da tutti. Essere cittadini è sentirsi parte di un tutto che non annulla le individualità, anzi le esalta, le fa essere protagoniste nel perseguimento di un bene superiore, il bene comune.

Questo movimento, antifascista e antipopulista, nasce dal basso, reclama una politica con la “P” maiuscola ed è sicuramente “sovversivo” perché mira a scardinare il senso comune imposto da una propaganda martellante che affoga i contenuti politici in un oceano di comunicazione vuota, coltiva l’avvilimento e il malcontento facendo leva su difficoltà e paure, solletica il risentimento ed incita alla contrapposizione e all’odio verso il diverso, lo straniero, le minoranze, conquista spazi e consensi con messaggi semplicistici e il richiamo strumentale a principi e valori smentiti nella pratica quotidiana dai suoi stessi propugnatori, che ha fatto della sicurezza un totem, una scusante per politiche restrittive degli spazi di libertà e dissenso e assicurare un’obbedienza acritica, che si caratterizza per richiami frammentati ma chiari e continui al fascismo, considerato con accondiscendenza e compiacimento. 

Uomini e donne, giovani e vecchi, nonni e genitori, una marea umana di genere nuovo riempie le piazze per affermare che esiste un’Italia che non ama il fracasso aggressivo, i toni esasperati ed esagitati e non crede all’uomo solo al comando, con pieni poteri e la possibilità di fare e disfare in nome dell’incarnazione esclusiva nella propria persona della volontà e del sentire collettivi. Un’altra idea di politica è possibile, altre strade si possono percorrere per costruire una convivenza fondata sulla libertà, la giustizia e la solidarietà, in cui la diversità è ricchezza e non sottrazione di spazi e opportunità.

La grande partecipazione dei cittadini testimonia una domanda esistente nel corpo vivo della nostra società che finora non aveva trovato risposta, spazi e luoghi di aggregazione a causa di una politica esasperatamente ripiegata su se stessa e incapace di ascolto, che teme il confronto, non si occupa della vita delle persone, di sostenibilità del welfare, di tutela dell’ambiente, di convivenza civile, di progettare insomma il futuro e pertanto non suscita passione. Il colmarsi di questo vuoto è un bene, perché può restituire vitalità alla nostra democrazia.   

La non condivisione della proposta politica delle sardine, i giudizi aspri e il dissenso duro fanno parte della normale dialettica politica. Le reazioni innervosite e sprezzanti sono invece effetto non solo dell’emergere di una netta opposizione e di una visione alternativa nel tessuto sociale del paese imprevista, ma soprattutto della messa in discussione dell’immagine vincente di un fronte politico, di una figurazione della realtà costruita a proprio uso e consumo, della possibilità che la marcia trionfale alla conquista del potere possa rivelarsi non scontata e persino tramontare. Assolutamente ingiustificato è poi il ricorso alla macchina del fango.      

Stupisce l’approccio qualunquista di alcuni commentatori della politica, i quali con stucchevole ripetitività manifestano insofferenza e critiche per una presunta povertà di contenuti della proposta politica delle “sardine”, non comprendendo che siamo in presenza di un risveglio della società civile, che non si contrappone ai partiti ma ritaglia per sé solo il compito di mobilitare le persone intorno ad idee forti, mentre la costruzione dei programmi e l’indicazione delle prospettive spetta alle forze politiche. Questa scossa salutare, che può produrre un avanzamento sociale e culturale, viene giudicata negativamente anche da un certo radicalismo di sinistra. È evidente che trattasi dei residui di un tempo ormai tramontato, destinato all’oblio perché incapace di intercettare il sentire vero delle persone.    

Il trionfo del populismo e dell’antipolitica non è un destino inevitabile per l’Italia. L’importanza di questo movimento di cittadini risiede nel fatto che sta sprigionando e convogliando una energia civica rinnovante, capace di dare una rappresentazione altra del Paese, che punta non a presentare liste e chiedere voti ma ad assumersi la responsabilità della partecipazione, a promuovere una cultura alternativa, a ritornare all’idea della comunità che non è nazionalismo, terra, sangue e colore della pelle ma valori etici e culturali condivisi.

All’Italia non servono nuovi partiti o movimenti, ma una politica nuova che germogli, si radichi, si sviluppi e porti frutti partendo da semi collettivi di speranza.    

 

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Una conferenza dei capigruppo molto importante si è tenuta ieri a Sezze. Una riunione utile per fare il punto sulla sanità e sul futuro imminente anche del nosocomio setino. Il presidente del consiglio comunale di Sezze, Enzo Eramo, ha riunito intorno ad un tavolo tutti i gruppi consigliari ed il nuovo direttore sanitario aziendale Giuseppe Visconti. Il Dott. Visconti ha illustrato nel dettaglio il passaggio e quindi la trasformazione dei PPI (Punti di Primo Intervento) in PAP (Punti di Assistenza Primaria) che avverrà dal 1 gennaio 2020. Il nuovo direttore ha confermato che non ci saranno novità rilevanti rispetto alle prestazioni sanitarie dei PPI ,in quanto ci sarà lo stesso personale H24 e la stessa strumentazione già in dotazione. Cambierebbe solo il nome ma nella sostanza la qualità dei servizi dovrebbe essere garantita. Nella medesima riunione, dove erano presenti anche il sindaco Sergio Di Raimo, l’assessore Andrea Campoli e i consiglieri capigruppo, Visconti ha parlato anche dello studio di protocolli d’intesa che di fatto eviteranno code al Pronto soccorso di Latina nel caso in cui il paziente dovrà essere sottoposto ad una visita specialistica proveniente dai PAP. Altra questione affrontata quella del reparto di Radiologia del San Carlo di Sezze. Nell’incontro il direttore sanitario ha parlato della gara di appalto per l’acquisto del nuovo apparecchio. Se le procedure non saranno sbloccate per gennaio, la ASL provvederà all’acquisto della strumentazione tramite il mepa (mercato elettronico della pubblica amministrazione). Nella capigruppo è stata comunicata, inoltre, l’assunzione di 30 tecnici di radiologia, personale che sarà disponibile già dal 1 gennaio anche per Sezze. Il decreto Lorenzin n.70/2015 prevedeva la chiusura dei 7 PPI anche della Provincia di Latina, cosa che con la trasformazione degli stessi non avverrà nelle prestazioni. Diffidenti, scettici e delusi i consiglieri di opposizione di Sezze. A partire dal consigliere Serafino Di Palma presente nella riunione con il nuovo direttore Visconti. Di Palma, da sempre in prima fila contro il depauperamento della sanità dei Monti Lepini, in trincea con le baionette per difendere l’ultimo avamposto dei Monti Lepini, e cioè il presidio di Sezze, ha espresso tutti i suoi dubbi su questa ennesima trasformazione. Per Di Palma i nomi che si danno sono importanti perché “si passerà da un sistema emergenziale ad un sistema ambulatoriale”. Per il consigliere di Biancoleone i 10 anni di battaglie sono servite a poco o a nulla, Sezze resta tra i Comuni che non hanno fatto ricorso al Tar e “ i  nostri rappresentanti istituzionali in Regione Lazio, a partire dal consigliere Salvatore La Penna, non hanno trasmesso mai le nostre ansie e le nostre preoccupazioni come invece avrebbero dovuto fare”.

 

Il Direttore Visconti

 

 

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera aperta al sindaco di Sezze e alla cittadinanza da parte del Comitato murodellatèra

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Siamo giunti ormai a Natale, si sono già accese anche le luminarie nel paese e sono iniziate le celebrazioni liturgiche dell’Avvento, oltre alle prime manifestazioni culturali, teatrali e musicali previste nel programma del Natale Setino 2019. Ma il cantiere al “murodellatèra” sta ancora lì, bloccato e invasivo. Il Sindaco, al “question time” del 15 Novembre scorso, aveva annunciato la volontà politica di proseguire i lavori per il posizionamento della statua di S. Lidano al centro del Belvedere, dichiarando risolte le problematiche tecnico-amministrative che avevano portato l’Ufficio Tecnico Comunale all’ordinanza di blocco dei lavori al cantiere il 21 maggio 2019, prospettando l’imminente coinvolgimento del Consiglio Comunale sulla dichiarata soluzione alla problematica. Qualche giorno dopo, nel corso di un incontro pubblico presso l’Auditorium S. Michele Arcangelo, lo stesso Sindaco, di fronte alle criticità sollevate da più parti sul nebuloso iter del procedimento seguito fino a quel momento rispetto alle chiare normative nazionali e locali sulla tutela urbanistica e paesaggistica di Piazza Duomo, si era impegnato a verificare la possibilità di esplorare una diversa soluzione che potesse portare al posizionamento della statua in un luogo diverso rispetto a quello originale, come auspicato anche da questo Comitato. Visto che ad oggi non ci sono state comunicazioni e/o nuove iniziative ufficiali sulla problematica né da parte del Sindaco, né da altre Autorità né da altri soggetti interessati in prima persona al progetto, lo scrivente Comitato, come segno tangibile di rispetto per le dovute rinnovate riflessioni e/o decisioni dell’Autorità pubblica, si impegna a mettere in atto unilateralmente un periodo di attesa silenziosa, evitando di organizzare manifestazioni pubbliche di protesta e per il ripristino del “murodellatèra” libero, con il possibile coinvolgimento della stampa, locale e nazionale. Ci impegniamo però fin d’ora, passato il periodo delle festività, e in caso di perdurante silenzio di proposte solutive da parte del Sindaco e della politica tutta, a pianificare ogni utile iniziativa, finanche di carattere legale, a difesa e tutela di un’area pubblica che da ben 7 mesi di fatto è occupata abusivamente da un cantiere che, oltre ad imbruttire indegnamente la bella Piazza Duomo con la Cattedrale, limita l’accesso delle persone (anche turisti e compaesani di ritorno in questo periodo festivo) all’affaccio del Belvedere, privandole di fatto del suggestivo personalissimo infinito mirare su tramonti, panorami notturni e pianura Pontina fino alle isole Pontine.

 

Lo stato attuale del cantiere sospeso al belvedere di Sezze

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Il pallone tensostatico di via Roccagora di Sezze sarà intitolato a Linda Grassucci, la grande campionessa di karate che ci ha lasciati prematuramente poche settimane fa dopo una lunga lotta contro un male incurabile. Nella mattinata di oggi la conferenza dei Capigruppo di Sezze, convocata dal presidente del consiglio comunale Enzo Eramo, ha deciso all’unanimità di dare mandato al sindaco Sergio Di Raimo e alla Giunta comunale di deliberare e avviare le procedure per l’intitolazione della struttura sportiva alla cara Linda. Proprio nel tensostatico di via Roccagorga Linda aveva disputato numerose gare e aveva praticato l’arte del karate trasmettendola ad altri ragazzi e ragazze. Tutti i gruppi consiliari di Sezze hanno espresso parere favorevole riconoscendo a Linda il grande valore sportivo ed umano. Linda, oltre ad essere stata una grandissima atleta, era riuscita con naturalezza a conquistarsi la stima, la fiducia e l’affetto dell’intera comunità: la grande partecipazione emotiva legata alla sua prematura scomparsa ne è stato umile esempio. Alla riunione dei capigruppo di oggi, oltre al sindaco Di Raimo e al presidente Eramo, hanno partecipato i consiglieri comunali Eleonora Contento, Rita Palombi, Armando Uscimenti, Alessandro Ferrazzoli, Ernesto Di Pastina, Giovanni Moraldo, Serafino Di Palma, Mauro Calvano e Senibaldo Roscioli.

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Lunedì, 09 Dicembre 2019 08:34

Il Natale è alle porte, evviva la tradizione!

 

 

E' partito il conto alla rovescia per il Natale 2019, la festa più gioiosa e calda dell'anno. Per i più piccoli che amano gli addobbi e aspettano con trepidazione i regali di Babbo Natale, ma anche per gli adulti che in questa atmosfera di luci e di colori tornano un pò bambini e riscoprono il calore umano e il piacere di stare insieme. E' una tradizione, anzi un insieme di tradizioni che variano da nazione a nazione, da città a città, da famiglia a famiglia. L'albero, le luminarie, il presepe, il pranzo, il cenone, i dolci tipici, la tombola: ognuno ha le sue varianti sul tema. Per convenzione gli addobbi si mettono l'8 Dicembre e si tolgono il 6 Gennaio. Ma c'è chi non rispetta questa regola non scritta iniziando a decorare la casa molto prima. E fa bene! Infatti, secondo alcuni studiosi, le persone che fanno l'albero di Natale in anticipo sono felici. In un mondo pieno di stress e di ansia, la gente associa ciò che è collegato con il Natale alla felicità, evocando forti sentimenti legati all'infanzia. Le decorazioni sono semplicemente un'ancora alle emozioni e all'eccitamento di quando eravamo bambini. Insomma l'atmosfera natalizia ci permette di alleviare il peso della responsabilità di adulti e trascorrere questo periodo in maniera più leggera. Ognuno può e deve vivere il Natale come più gli piace, facendo quello che lo fa stare bene, rispettando le tradizioni oppure creandosene delle nuove, uniche ed esclusive, da ripetere ogni anno e tramandare all'interno della propria famiglia, per rendere questo momento ancora più speciale. Le tradizioni sono quei momenti straordinari che nascono per caso ma che scegliamo di ripetere perchè ci accomunano e ci avvicinano. Una sorte di eterno ritorno di cotechini e tortellini, di torroni e baccalà, di mandorlati e panettoni. Il nostro modo di mangiare, infatti, cambia continuamente ma i cibi delle feste natalizie restano sempre gli stessi. A tal proposito c'è un lungo dibattito tra la voglia di qualcosa di nuovo e la fedeltà alla mensa tradizionale: a spuntarla è sempre quest'ultima. La ripetitività dei pranzi e dei cenoni dipende da un insieme di ragioni. E' come se ogni anno il cibo diventasse il ricostituente del legame familiare e comunitario, un modo per rafforzare la propria appartenenza mangiando insieme le cose di sempre. Ecco perchè ancora oggi le tavole sono all'insegna della opulenza. Perchè l'abbondanza, prima dell èra dei consumi, era un simbolo di prosperità. E rinnovarla,  almeno nei giorni di festa, era un rito propiziatorio, uno scongiuro contro l'indigenza quotidiana e la povertà.

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Domenica, 08 Dicembre 2019 07:33

Piazza Fontana 1969-2019: fu strage di stato

 

 

 

 

 

12 dicembre 1969. Un giorno apparentemente come tanti altri. Natale è vicino.

Milano

Piazza Fontana – Banca Nazionale dell’Agricoltura

Ore 16:37. Un ordigno di sette chili di tritolo esplode nel salone delle contrattazioni, affollato di clienti. Lo scenario che si presenta alle forze dell’ordine e ai soccorritori è apocalittico: un buco si è aperto al centro della stanza, corpi dilaniati e sangue dappertutto. I feriti sono 88, i morti 18. 13 muoiono sul colpo, la diciottesima vittima dopo un anno per le conseguenze dell’esplosione.

Piazza della Scala – Banca Commerciale Italiana

Viene ritrovato un ordigno esplosivo. La borsa che lo contiene viene recuperata e acquisita agli atti del processo. La bomba, che poteva fornire preziosi elementi per identificare gli attentatori,viene fatta brillare nel cortile interno dell’edificio.

Roma

Ore 16:55. Una bomba esplode nel passaggio sotterraneo che collega la Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto con quella di via San Basilio.

Ore 17:20 – 17:30. Due ordigni esplodono davanti all’Altare della Patria e all’ingresso del Museo del Risorgimento in Piazza Venezia. I feriti sono 16.

“Alla fine degli anni ’60 alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al SID, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati e l’effetto politico veniva amplificato infiltrando e accusando falsamente i gruppi di estrema sinistra” (Gerardo D’Ambrosio, magistrato).

È la strategia della tensione che per oltre 20 anni insanguina l’Italia. L’obiettivo è sovvertire le istituzioni democratiche ed imporre una svolta autoritaria.

Il Questore di Milano, Marcello Guida, direttore sotto il fascismo del confino politico sull’isola di Ventotene, dove vennero detenuti Pertini, Spinelli, Terracini e altri antifascisti, e l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno intervengono immediatamente per condizionare le indagini su Piazza Fontana, depistarle, indirizzarle verso anarchici ed estrema sinistra e coprire i veri responsabili. Vengono eseguiti numerosi arresti. Giuseppe Pinelli, uomo mite e contrario alla violenza, viene fermato il 12 dicembre dal vicecommissario Luigi Calabresi e interrogato nella Questura di Milano per 72 ore nel tentativo di fargli confessare di aver aiutato Pietro Valpreda a compiere l’attentato. Valpreda, un anarchico da tempo trasferitosi a Roma e in quei giorni a Milano perché convocato per essere ascoltato dal Giudice Istruttore Amati in quanto indagato per un volantino contro il Papa, è il principale sospettato, la polizia sa dove si trova, ma viene arrestato solo quando si presenta in Tribunale il lunedì successivo. Il 16 dicembre Giuseppe Pinelli muore precipitando da una finestra del quarto piano della Questura.  

Le indagini sugli anarchici e l’estremismo di sinistra non producono alcun risultato. Giuseppe Pinelli, Pietro Valpreda e tutti gli altri arrestati sono estranei agli attentati. Solo quando la magistratura rivolge l’attenzione ai neofascisti veneti di Ordine Nuovo emergono riscontri e prove vere, vengono rinvenuti arsenali di armi ed esplosivi. Il neonazista Franco Giorgio Freda e il suo complice Giovanni Ventura sono riconosciuti colpevoli di 17 attentati, ma assolti in appello per insufficienza di prove per la strage di Piazza Fontana, grazie anche ai depistaggi che costano una condanna per favoreggiamento a due ufficiali del SID, risultati poi affiliati alla P2. I processi celebrati negli anni sono stati a lungo una parodia della giustizia, un fare e disfare sentenze che hanno garantito l’impunità a burattinai e manovalanza. La sentenza della Cassazione del 2005, pur riconoscendo la colpevolezza di Freda e Ventura in quanto ideatori dell’attentato, li manda assolti per essere non più punibili in quanto processati e prosciolti con sentenza definitiva nel 1987 per i medesimi reati, in ossequio al principio giuridico del “ne bis in idem”. L’autore materiale, la persona che lasciò la bomba all’interno della banca non è mai stata identificata.

La strage di Piazza Fontana è l’archetipo del tradimento dello Stato nei confronti dei cittadini, un tassello di un progetto di destabilizzazione più ampio, ma racconta anche la risposta forte e democratica alla strategia violenta e autoritaria degli apparati deviati e della loro complice manovalanza, l’estremismo neofascista. A Milano la mattina dei funerali delle vittime piazza Duomo e le strade adiacenti, gremite di cittadini, mostrano un’Italia che non si piega, non accetta la prospettiva antidemocratica e golpista e difende la Costituzione, i diritti e le libertà.

La Repubblica si dimostra più forte degli apparati deviati, dei politici imbelli e complici, dei militari felloni che hanno tradito la Costituzione su cui hanno giurato. La storia dell’Italia è disseminata di stragi, che hanno preannunciato e seguito quella di Piazza Fontana, rimaste per lo più impunite grazie alle complicità di cui hanno goduto i responsabili e ai depistaggi. Tuttavia quello che sappiamo, quanto accertato nel corso degli anni è frutto dell’impegno e del sacrificio di uomini e donne delle forze dell’ordine, della politica, di magistrati, giornalisti, esponenti della cultura, cittadini che hanno lottato per difendere la democrazia ed ottenere verità e giustizia.

Un pensiero doveroso va a Giuseppe Pinelli, ascritto a ragione tra le vittime di Piazza Fontana, un innocente detenuto illegalmente, dato che l’arresto non è mai stato autorizzato da nessun magistrato, vittima di pesantissime e infondate accuse e di una assurda e mai chiarita fine. L’inchiesta sulla sua morte è archiviata cinque mesi dopo dal Giudice Istruttore Amati come “suicidio accidentale”. Cosa è successo veramente nell’ufficio al quarto piano della Questura di Milano? Chi sono le persone presenti? Perché nella stanza dell’ospedale dove Pinelli è agonizzante possono entrare solo i poliziotti e ai familiari è consentito unicamente dopo la sua morte? La verità non è mai emersa. Sicuramente i funzionari di polizia hanno mentito.

Sono trascorsi cinquanta anni.

Il buco nel salone delle contrattazioni della Banca Nazionale dell’Agricoltura, i morti e i feriti non sono solo una pagina tragica della storia del nostro paese, ma ci interrogano e ci sollecitano a lottare per la verità e la giustizia, contro impunità e silenzi che hanno contrassegnato tante altre vicende dolorose in questi anni.

Abbiamo il dovere di ricordare, di coltivare la memoria perché non succeda più.

Un paese senza memoria non ha futuro.

Pubblicato in Riflessioni
Martedì, 03 Dicembre 2019 06:57

La via perfetta di Daniele Nardi

 

 

Il 6 dicembre alle 18:30, presso l’Auditorium Mario Costa in via Piagge Marine, a Sezze, sarà presentato il libro di Daniele Nardi “La via perfetta. Nanga Parbat: sperone Mummery”. All’iniziativa, che ha ottenuto il patrocinio del Comune, saranno presenti il giornalista Andrea Giansanti, lo scalatore Stefano Milani e Remo Grenga, amico di Daniele.  A coordinare il dibattito, al quale parteciperà anche la coautrice del libro, Alessandra Carati, sarà il giornalista Gianluca Campagna.  Alessandra ha lavorato con Daniele a questo libro per quasi un anno, seguendolo al campo base del Nanga Parbat, e, dopo essere rientrata in Italia, rimanendo in contatto telefonico con lui fino all’ultimo giorno. A lei, Daniele ha affidato il compito di portare a termine l’opera, qualunque cosa fosse accaduta nell’ultima sfida che lo ha visto, purtroppo, non fare più ritorno dalla nona montagna più alta della Terra. Nella sua posta elettronica, la scrittrice aveva un’email che era un impegno: terminare il racconto. on si tratta solo di un libro, ma di una storia dove passione, avventura ed emozioni si fondono per lasciare un segno nella storia. L’evento, organizzato dalle associazioni Panathlon Club Latina, Mountain Freedom e Araba Fenice Sezze, sarà gratuito e, nell’occasione, sarà possibile acquistare il volume.

 

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Lunedì, 02 Dicembre 2019 07:03

Il presepe a scuola

 

 

È Dicembre; è ora di fare il presepe come fece, per la prima volta, San Francesco a Greccio (Rieti) nel 1223 per celebrare la notte di Natale con la ricostruzione della nascita di Cristo. Con la festa dell’Immacolata, insieme all'addobbo delle vetrine e delle luminarie, simbolo di una società sempre più consumistica, si prepara il presepe nelle strade e nei vicoli di ogni paese e città. In ogni casa. E a scuola? L'atmosfera del Natale, fino a qualche anno fa, si collegava con le vacanze. Una gara a farlo più bello e originale, un laboratorio didattico, una collezione di idee e proposte, una fucina di lavoretti con l'impiego dei materiali più disparati, dalla plastica ai tappi di bottiglia, dalla pasta alimentare al muschio. Ogni alunno si incaricava di portare una statuetta per adornare la grotta e la mangiatoia. La celebrazione della Natività cominciava l'otto dicembre, giorno dell'Immacolata, quando si faceva in classe anche l’albero. Adesso invece il Natale parte in tromba ai primi di novembre, dopo Halloween. Le città si trasformano in tanti mercatini. Il nocciolo religioso della notte Santa resta sempre più evanescente, trasformando la solennità religiosa in una campagna commerciale e pubblicitaria.  Frammenti che rivelano i cambiamenti in atto della nostra società e delle nostre abitudini. Negli ultimi anni, infatti, questa tradizione si sta affievolendo, sta venendo meno. Sono sempre di più le scuole che mettono al bando l'allestimento del presepe, vuoi per pigrizia o in nome di una presunta laicità. Senza dimenticare, poi, alcuni Presidi iperlaicisti che lo vietano per non offendere i non-cristiani, i musulmani, gli ortodossi, gli ebrei. Nel 2011 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato "che la presenza del presepe corrisponde a una tradizione che si ritiene importante trasmettere e perpetuare". Perché, allora, vietarlo? Il Natale rappresenta un momento magico, un simbolo di pace e di fratellanza: non ha mai fatto male a nessuno. È il trionfo della infanzia nella sua purezza e semplicità. Vuole ricordare ai bambini e ai ragazzi (e forse agli adulti!) che lo scambio e il dialogo con "gli altri" è un bene che si promuove per far conoscere e rispettare le proprie tradizioni e quelle altrui, e questo soprattutto a coloro che vivono in un Paese diverso dal loro. I musulmani, in verità, non dovrebbero offendersi affatto. Il Corano parla ampiamente della nascita di Gesù. L'Islam lo venera con Maria e riconosce il dogma dell'Immacolata Concezione. La scuola, dunque, ha il compito di saper gestire le differenze, l’integrazione, il confronto senza imporre nulla ma senza farsi condizionare dai pregiudizi e dai proibizionismi religiosi. Questo vale anche per i veri laici, rispettosi di ogni diversità e cultura. Non è detto che per rispettare le idee altrui bisogna rinunciare alle proprie. Il divieto del presepe a scuola è solo una discriminazione al contrario che non aiuta il dialogo e l'integrazione. Noi adulti siamo spesso vittime di un pensiero debole che confonde la tolleranza religiosa con l'indifferenza e la noncuranza. Papa Francesco, a tal proposito, parla di un Dio unico in tutto l'Universo. L'epoca degli dei è tramontata duemila e diciannove anni fa. Non ci può essere una divinità suprema per un solo gruppo di persone, per una sola nazione, per un solo continente, per una sola etnia. Pur nelle differenze di costumi e di tradizioni, di riti liturgici e di religioni, Dio è uno solo sia per i cristiani che per i musulmani, per gli ebrei e i protestanti. E anche per gli atei e gli agnostici!

Pubblicato in La Terza Pagina
Sabato, 30 Novembre 2019 14:57

Io sto con Ilaria Cucchi!

 

 

 

Ci sono parole necessarie.

Ci sono parole che se dette restituiscono onore e dignità.

Ci sono parole che sono verità e se scolpite in una sentenza fanno giustizia.

La verità non cancella la perdita ma allevia la sofferenza, la rende più sopportabile.

Stefano Cucchi fu ucciso da chi indossava l’uniforme e il camice bianco del medico: è la verità sancita dalla Corte d’Assise di Roma che arriva dopo dieci anni dalla morte, nell’ottobre del 2009, di un 33enne arrestato per droga e restituito cadavere alla famiglia una settimana dopo. Una vita spenta non per gli esiti imprevedibili di una caduta per le scale, per l’assunzione di stupefacenti visto che era un “drogato di merda”, per un problema cardiaco, per un attacco di epilessia, come qualcuno ha cercato di far credere mistificando i fatti, ma in seguito ad un pestaggio brutale e disumano, opera dei carabinieri che lo avevano arrestato e lo tenevano in custodia, alla cinica negligenza e indifferenza di chi avrebbe potuto e dovuto curarlo e invece lo lasciò morire di fame, di sete e di dolore. È stato trattato come materiale di scarto di una umanità dolente, indegno di considerazione.     

Lo Stato ha la sua legittimazione giuridica e morale nella volontà libera dei cittadini, nel patto democratico con il quale questi si spogliano della prerogativa di tutelare da sé la propria integrità e la conferiscono ad un ordinamento sovraordinato, cui affidano il compito regolativo del vivere sociale mediante norme comuni e condivise, alle quali tutti sono assoggettati comprese le istituzioni e quanti sono chiamati a garantirne l’applicazione. Se lo Stato disattende a tale funzione e addirittura attenta all’integrità delle persone, cessando di essere presidio e garanzia dei diritti e delle libertà, della tutela integrale di tutti e di ognuno senza distinzioni, viene meno alla sua stessa ragion d’essere, crolla lo stato di diritto.

La sentenza sulla morte di Stefano Cucchi ha aperto uno squarcio nella cortina di silenzi, menzogne, depistaggi sistematici e continuativi messi in atto da personalità di vertice dei Carabinieri, finalizzate ad occultare le responsabilità, a coprire i soprusi e impedire l’accertamento della verità in ragione della presunta necessità di tutelare il buon nome delle istituzioni, dell’Arma. Tale argomento è assurdo e falso. Invero questi personaggi hanno cercato unicamente di garantire loro stessi e le proprie carriere, di assicurarsi salvacondotti e impunità e con il proprio agire hanno infangato e devastato le istituzioni incrinandone la credibilità. La responsabilità penale è personale e dei reati ne risponde l’autore non una categoria.

Abbattere la vischiosa rete degli apparati non è stato agevole, ha richiesto la fermezza di una sorella, di una famiglia, di un avvocato e il coraggio dei magistrati che non si sono lasciati intimorire dalla prospettiva di dover sfidare poteri consolidati e inviolabili, animati dalla convinzione che solo uno Stato in grado di processare se stesso, di correggere i propri errori e condannare l’infedeltà dei propri servitori è uno Stato forte, capace di dare concreta attuazione al principio di uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge.

Le considerazioni sulla persona di Stefano Cucchi, sui suoi comportamenti, le sue scelte, le sue fragilità, i suoi trascorsi giudiziari, la sua tossicodipendenza non hanno nulla a che fare con la sentenza. Nessuno, a cominciare dalla famiglia, ha mai contestato la legittimità di quell’arresto, o ha sostenuto che spacciare è legittimo o che la droga fa bene. In questi anni tanti hanno fatto distinzioni inesistenti, si sono improvvisati fini giuristi e hanno dato voce ad un legalitarismo d’accatto, magari hanno anche ammesso che i carabinieri avevano un po’ esagerato con le botte ma lui se l’era cercata, in fondo era colpa sua visto che girava con la droga in tasca e non si sono accorti che quel corpo distrutto, di trentasette chili, era l’emblema dello stupro perpetrato ai danni delle garanzie costituzionali, le quali debbono valere per chiunque compreso chi finisce sotto tutela dello Stato. Quanti commettono reati, anche i più abominevoli, sono persone, un tossico è una persona, per giunta debole che ha bisogno di essere difeso anche da se stesso e lo Stato non può e non deve ammazzarli di botte.

Stefano Cucchi per anni è sembrato essere accusato della sua stessa morte, quando invece è stato vittima di gravissime violazioni dei diritti umani.

La speranza è che questa sentenza accenda una luce nelle coscienze nostre e di quanti, ad ogni livello, assolvono funzioni ed esercitano responsabilità a tutela della legalità, dei diritti e delle libertà delle persone. C’è bisogno di parole di verità per i tanti, troppi casi, uguali a quello di Stefano Cucchi, per le tante vittime che ancora non hanno ottenuto giustizia, per Giuseppe Uva morto nel 2008, per Michele Ferrulli morto nel 2011, per Roberto Mogherini morto nel 2014 e tanti altri ancora.

In uno Stato democratico e di diritto il perseguimento di questi obiettivi dovrebbe essere compito ordinario delle istituzioni per garantire non solo chi ha la stessa forza e determinazione dei familiari di Stefano Cucchi nel portare avanti la battaglia, ma soprattutto chi è più fragile, debole e meno attrezzato.

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Il portavoce del Comitato Acqua Pubblica di Sezze, Paolo Di Capua, si inserisce nell’acceso dibattito del monumento di San Lidano che l’amministrazione comunale Di Raimo intende realizzare al centro del Belvedere di Santa Maria. Di Capua taglia la testa al toro e propone di posizionarla all’ingresso della città, e cioè a Sant’Andrea o in un quartiere periferico. La proposta di Sant’Andrea è stata già comunicata al sindaco. “ll luogo dove posizionare la Statua di San Lidano secondo il mio modesto parere, era in un quartiere, zona, rione o piazza di forte necessità – afferma Di Capua -  attraverso una decisione coinvolgente, partecipata. Dispiace, ma la Comunità è senza anima, i confronti, i dibattiti sulle grosse questioni che hanno stravolto il paese, sono zero, perché gli amministratori sono inadeguati. E' accaduto per l'epigrafe ai Caduti della Grande Guerra. Aspetteremo fino al prossimo bilancio di previsione, poi pronti ad agire. Nel ricordare i Caduti – aggiunge - basta solo sentire ed apprezzare l'operato di altre amministrazioni. Vedi Bassiano, con la commovente presentazione del libro "l soldati di Bassiano nella Grande Guerra" di Massimo Porcelli, con una sala stracolma di cittadini, tutti emozionati nel ricordare i sacrifici e lutti di quella Comunità. L'iniziativa, la partecipazione al ricordo epistolare è la prova di un popolo riconoscente. Qui invece accade che per la sicurezza, si direbbe "tutto qua", iniziative zero, ma tanta pedagogia; per il cimitero come se non fosse accaduto nulla; per la consegna del depuratore, non sono soldi pubblici; per l'ingente somma spesa per la difesa dell'Ente causa con A&G, il male causato da loro stessi; per la differenziata che non decolla, fa che qualcuno Rida; per le strade sconnesse e del centro storico irriconoscibile, palazzi pubblici in stato pietoso; una ZTL improponibile per mancanza di aree a parcheggio. Per le grandi questioni, meglio il silenzio, perché già hanno tanto depresso il paese. Un male oscuro ci attanaglia, iniziano le cose, le attività, le strutture con le trombe e poi finiscono nel totale silenzio per mancanza di anima. E‘ probabile che ci salverà la congiunzione astrale, quella di una giunta con 3 sindaci, imprendibile, irripetibile. Vedremo se riusciranno a ri-sollevare il paese, se riescono saneranno la Comunità e se stessi. Mai arrendersi alzando la bandiera bianca, con tenacia andremo avanti.

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