Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita' illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie, per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

Mercoledì, 25 Marzo 2020 07:04

La messa è finita (per adesso)

 

Riceviamo e pubblichiamo con piacere uno scritto del caro Rev.do Anselmo Mazzer, parroco per ben 27 anni della Cattedrale Santa Maria di Sezze, oggi Parroco presso Santa Maria Goretti di Latina, assistente ecclesiastico presso Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti nonché Assessore presso Tribunale Ecclesiastico diocesano.

 

__________________

 

 

 

 

Non disapprovo i miei confratelli che, in questo tempo, trasmettono in streaming  Messe, rosari, ecc. (ce ne sono dappertutto e a tutte le ore), in base al detto: ”Piuttosto che niente, è meglio piuttosto”. Tuttavia queste trasmissioni non mi affascinano.

Una prima motivazione è data dal fatto che può consolidarsi una vecchia mentalità, dura a morire, secondo la quale si “assiste” alla Messa: un rito che un prete da solo “se la suona e se la canta”; non importa se manca del tutto una assemblea che dà “corpo” alla presenza dinamica del Signore e se manca completamente l’obbedienza all’ordine di Gesù: “Prendete e mangiate; prendete e bevete”.

Ma il mio scarso entusiasmo verso le suddette trasmissioni è motivato dal fatto che “è dovere della Chiesa scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo” (Gaudium  et Spes 4).

Allora, il Signore che cosa ci può voler dire attraverso quello che sta accadendo, senza ovattarne la forte e forse dura significatività?

Credo che ci sia bisogno di credenti che non aspettano semplicemente il ritorno alla normalità, ma persone che sanno cogliere questa occasione come “segno di questo tempo”, come “Parola di Dio”, prezioso momento di purificazione e di maturazione. 

È inutile negarlo: siamo davanti ad un vuoto, non solo liturgico, che fa male.

Chi con serietà era abituato a partecipare ai Divini Misteri, sa che, mancando questa partecipazione, non manca un rito, ma la reciprocità con una Persona che si chiama Gesù Cristo.

Senza tentare di edulcorare la pillola, lasciamo che questo vuoto, provvidenzialmente, ci faccia male e stimoli la crescita di cristiani, in ascolto del Signore, assetati di senso e di pienezza. Altrimenti che senso avrebbe l’offerta di un bel bicchiere di acqua fresca ad uno che non ha sete.

Afferma il nostro Vescovo Mariano: “Anche questo è tempo di Dio, in tempo che Dio ci dà per ascoltarlo e seguirlo. Sarà un tempo privo, ma non per questo necessariamente vuoto: un tempo privo dell’Eucarestia deve diventare ancora di più un tempo pieno di Dio, a cominciare dal desiderio che, in questa assenza di Eucarestia, si fa ancora più forte”.

Infatti il vuoto brama una pienezza e soffre se non la trova. Come nel Cantico dei Cantici è indicibile il dolore della donna amata che perde di vista il suo grande amore e questo la spinge a cercarlo, fuori di sé,  da tutte le parti e in tutti i modi. Come i credenti che ricevono nelle mani la Comunione. Che cos’è una mano concava se non una mano che desidera essere riempita dalla Pienezza?

Diciamo la verità: per quanti credenti e praticanti l’Eucarestia domenicale, il sacramento della Confessione, la preghiera quotidiana sono oggi pratiche scontate e forse sopportate, anche perché le abbiamo sempre “sottomano”.

Per quanti l’Eucarestia, pur partecipata ogni domenica, non è l’accoglienza della proposta di Gesù: “Permetti alla mia mentalità di diventare la tua mentalità e permetti alla mia vita di vivere nella tua vita?”. Per quanti, che pure frequentano, celebrare il sacramento della Riconciliazione (o Confessione) è come andare sulla sedia elettrica!

Siamo passati dalla “saturazione eucaristica” al “digiuno eucaristico”.

Lasciamo che questo vuoto faccia male, perché esso interpella, per fortuna, credenti e  non credenti.

Ieri sera appena mi ha visto un tale che non mette in chiesa il piede neanche a Pasqua e Natale e che ha impedito al figlio di continuare nel post-cresima, mi ha detto testualmente: “Finalmente abbiamo messo i piedi per terra!”. Ho trattenuto le lacrime a stento.

Quante persone, specialmente adolescenti e giovani, che hanno impostato la loro vita sullo stile del “trullalero trullalà”, sono costretti oggi a prendere atto che dietro la porta di casa ci può essere concretamente … la morte; che c’è un maledetto virus, invisibile ma letale come il maligno, che ci vuol distruggere.

Ne abbiamo parlato il mercoledi delle Ceneri: davanti all’avanzare dell’apostasia (abbandono in massa della fede) credenti traballanti possono lasciarsi tentare dalla menzogna permanente di vivere senza Dio, perché lui, l’uomo di oggi, nella sua ridicola superbia, si crede dio. Anzi, sente dire che “senza Dio, è meglio”. È l’umano delirio di onnipotenza.

Forse in questi giorni quest’uomo deve rivedere la pseudo-certezza di credersi il padrone dell’universo, che punta tutto sulla civiltà tecnocratica senza un’anima. Chi pensava di avere, con la tecnologia, tutto sotto controllo è costretto  a ricredersi.

Solo se questo vuoto ci fa male, ci potrà fare del bene. Ci potrà far aprire gli occhi  e far fare la scelta, sempre perfettibile, che dà consistenza alla nostra esistenza attuale e futura: o il Tutto o il niente.

Siamo certi: nel cuore dell’uomo è presente un’intensa sete di calore e di luce. Gesù ci prende per mano, e, nonostante le tenebre della storia, si fa desiderare in noi perché, creati a sua immagine, diventiamo sua somiglianza per essere riflesso umile e luminoso della sua inesauribile speranza.

 

Don Anselmo

Pubblicato in In Evidenza

 

 

 

 

Ai tempi del Coronavirus anche la Chiesa, giustamente, non vuole perdere quella necessaria comunione con i fedeli. Le campane della Cattedrale in questi giorni molto particolari non hanno smesso di suonare, ed è stato per tutti un segno di continuità e di vicinanza. Adesso il Parroco della Cattedrale Santa Maria di Sezze, Padre Damiano si è organizzato per promuovere ogni giorno alle ore 18 un momento di preghiera con dirette facebook (profilo Cattedrale di Sezze) e con l’ausilio di altoparlanti. Già questa mattina Padre Damiano e Padre Tommaso hanno pregato in diretta e dato la benedizione nella III domenica di Quaresima su facebook, iniziativa molto gradita dai fedeli di Sezze. Da questa sera, quindi, flash-mob dai balconi del quartiere e diretta su internet, tutti insieme a pregare il Rosario. Ecco le parole del nostro Parroco Padre Damiano: “In questi momenti in cui ci sembra di essere soli, ricordiamoci delle parole del Salmo “Non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d'Israele” (Sal 121,4): chiediamo a Dio per mezzo della sua Immacolata Madre che assista tutti coloro che, malati, medici e infermieri, vittime con i loro familiari, sono impegnati in questa lotta e che salvi la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero da questa epidemia. Per questo, da questa sera ci riuniremo tutti insieme per pregare il Rosario, ma non potendoci riunire fisicamente lo faremo con un flash-mob: sui balconi alle 18.00 eleveremo le nostre preghiere al Cielo”.

 

La Cattedrale di Santa Maria di Sezze

 

Pubblicato in Attualità
Domenica, 15 Marzo 2020 06:54

Come ci cambierà il virus

 

 

 

 

 

Viviamo l’esperienza del tempo rallentato, dilatato, che ha smesso di inseguirci in modo forsennato, in una corsa a perdifiato verso un altrove e un ulteriore inafferrabili e in fondo imprecisabili. Siamo immersi in una dimensione del vivere che ci lascia lo spazio e l’opportunità di assaporare lo scorrere di ogni singolo istante, di farlo nostro profondamente e autenticamente, di sperimentarne irripetibilità ed essenzialità, al contempo accorgendoci di quanti istanti unici abbiamo perso per distrazione, per superficialità o perché presi da mille affanni.    

Viviamo l’esperienza degli spazi angusti, delle mura amiche delle nostre case che avvertiamo soffocanti, opprimenti. Confinati in casa, ci aggiriamo da una stanza all’altra all’inseguimento di un soffio di quella desiderata libertà che questa prigionia forzata sembra sottrarci goccia a goccia, in un distillato lento, amaro e duro da trangugiare. Tuttavia se ci fermiamo un istante percepiamo che proprio quelle mura, invalicabili e ostili, raccolgono le nostre storie, raccontano l’ordinarietà delle nostre vite, i piccoli gesti carichi di amore, le presenze di familiari e amici date per scontate al punto da non coglierne più la potenza arricchente, l’asprezza di conflitti, piccoli e grandi, a motivo di inquietudini e nervosismi che il quotidiano ci riserva, la dolcezza di parole scambiate, di carezze date e ricevute a cui spesso non attribuiamo il giusto peso e la necessaria importanza. Abbiamo l’opportunità di ricostruire e recuperare il significato della normalità degli affetti che ci rende pienamente noi stessi, senza la quale saremmo perduti in un indistinto senza emozioni e perciò senza futuro.

Viviamo l’esperienza del guardare lo scorrere degli eventi umani da una prospettiva inedita, distante dalle abitudini consolidate. Troppe volte dimentichiamo che ogni avvenimento, personale o collettivo, è tale nella sua oggettività esterna ed esteriore, ma si riverbera nella nostra interiorità, produce effetti nel nostro io, inducendoci a pronunciare parole e compiere scelte. Aver rallentato il flusso del vivere, ci offre l’opportunità di prendere coscienza di quanto sia importante, anzi vitale, affacciarci nel mondo dalla finestra della nostra interiorità, da un punto d’osservazione e valutazione realmente nostro, liberandoci da suggestioni esterne accattivanti, da condizionamenti spesso subdoli e nascosti, da punti di vista per partito preso, indotti da manipolatori esperti e senza scrupoli che tentano in ogni modo di orientare opinioni e desideri, illudendoci che siano nostri. Fare a meno di riflettere e ragionare e accodarci al flusso delle opinioni prevalenti, è spesso una soluzione comoda ma di certo non è un buon affare, perché è cessione inaccettabile della nostra libertà.          

Viviamo l’esperienza del viaggiare pur restando fermi, dello scoprire luoghi e culture sorprendenti, solo in apparenza estranee e lontane perché tutte innervate di quella umanità che è nostra e di tutti parimenti, sia pur declinata secondo linguaggi e in contesti relazionali differenti ma in fondo uguali. La passione ardente negli occhi degli innamorati, i moti di rabbia e ribellione per una libertà o un diritto negato, l’ostilità e il rancore per un torto subito possono essere espressi con suoni e timbri diversi, nelle mille lingue di Babele, ma tutte raccontano la nostra unica essenza.     

Viviamo l’esperienza della fragilità, della debolezza, della malattia che possiede le sembianze di un virus sconosciuto, che ci ha aggredito e ha sconvolto le nostre vite, rendendo necessario l’isolamento in casa, per tanti il ricovero in una asettica stanza di rianimazione e facendo sperimentare la più terribile delle esperienze umane, la morte, a quanti non ce la fanno, in particolare anziani, senza il conforto di una presenza, di uno sguardo, di una voce familiare che possa renderla più sopportabile. Trovo bellissime le parole di Eugenio Borgna, il quale nel suo saggio “La fragilità che è in noi”, ci ricorda che così come la sofferenza passa ma non passa mai l’avere sofferto, così la fragilità “è un’esperienza umana che, quando nasce, non mai si spegne in vita e che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo della delicatezza e dell’accoglienza, della comprensione e dell’ascolto, dell’intuizione dell’indicibile che si nasconde nel dicibile”.

Viviamo l’esperienza del rifiuto, dei porti chiusi, del vederci respinti e indesiderati, del sentirci dire “non ti vogliamo”, di essere considerati moderni untori di un morbo dispensatore di sofferenze e morte. Tutto ciò inciderà la nostra carne viva e potrà essere occasione per ripensare profondamente quello che fin qui siamo stati, i tanti atteggiamenti stupidi e abominevoli di cui ci siamo resi interpreti. La speranza è che le lacrime versate in questi giorni possano essere il farmaco potente che sconfigge un’altra malattia che ha infestato menti e cuori in questi ultimi anni, la cultura dello scarto, della cattiveria, del respingimento degli ultimi del mondo che bussano alle nostre porte in cerca di futuro e di mettere in circolo nelle vene della nostra società gli anticorpi della solidarietà, dell’accoglienza e dell’amore.

Viviamo l’esperienza del sentirci un “noi” e non più esclusivamente un “io”, chiusi nell’autoreferenzialità, indifferenti a quanto ci accade intorno, impegnati a custodire il nostro spazio egoistico. Ci siamo riscoperti comunità e da questa emergenza possiamo ricavare una lezione straordinaria di fratellanza e condivisione: la tua vita è anche la mia, la mia salvezza non dipende solo da me ma anche dagli altri e sono chiamato a collaborare per costruire il bene di tutti, il bene comune, proteggendo i più deboli, i più esposti, gli anziani, i malati, i bambini…. L’isolamento poi è solo apparente perché gli altri sono presenti accanto a noi con la loro lontananza e la loro assenza, è atto sociale di profonda solidarietà ed esercizio massimo della libertà che è realmente tale se non dimentichiamo le conseguenze delle nostre azioni nella vita degli altri, della nostra città e dell’intero Paese. Soprattutto abbiamo scoperto che i veri eroi, gli idoli da ammirare e imitare sono quanti nel silenzio e nel nascondimento, quotidianamente spendono le loro esistenze per gli altri, i medici, gli infermieri in questo frangente particolare e in generale quanti operano in modo disinteressato e senza clamori e fanfare aiutando quanti hanno bisogno.

Pubblicato in Riflessioni
Venerdì, 13 Marzo 2020 17:48

Morire...senza neanche il funerale

 

 

 

 

Il senso di solitudine e di abbandono, in cui stiamo precipitando durante questi interminabili giorni di coronavirus, si avverte ovunque pesantemente. L'avanzata progressiva dell'epidemia, che semina paura e morte, è diventata un incubo costante, sia di giorno che di notte. Ci siamo, giustamente e doverosamente, rintanati in casa, in faccia alla TV, aspettando con ansia e sperando che la peste faccia un passo indietro. Ascoltiamo ogni sera, alle ore 18, dalla Protezione Civile, la conta dei contagiati, dei positivi e dei guariti e, anche, purtroppo, dei tanti morti a causa del virus. Dentro di noi nutriamo la speranza che non tocchi a noi, che il contagio ci risparmi! Il nemico è nascosto! L'altro giorno, andando a fare la spesa, mi è capitato di leggere alcune epigrafi funebri prive dell'invito a partecipare ai funerale della persona defunta. Mi ha preso immediatamente un brivido, ma poi ho ripensato al sacrosanto divieto, da parte del Governo, di assembramento anche in chiesa, anche per l'estremo saluto ai proprio caro defunto. Vietata in chiesa e al cimitero la commemorazione funebre! E' proprio vero che si muore da soli! Il coronavirus ha la forza diabolica di farci sentire ai bordi di un precipizio. Un  timore che vale per tutti ma soprattutto per quelli della mia età, per gli ultrasettantenni. L'infezione colpisce mortalmente soprattutto le persone anziane. Gli altri, più giovani, statisticamente soccombono di meno e perciò si sentono più rinfrancati e fiduciosi sperando che la tragedia li risparmi. Io non mi dispiaccio di ciò, anzi darei la mia vita per salvare quella di un giovane. Ma anche loro devono obbedire e rispettare rigorosamente le norme in vigore. Quanto detto mi spinge a una ultima riflessione. Morire a una certa età, oggi, non fa più neanche notizia, soprattutto quando si è avanti negli anni. La narrazione di una esistenza, la trasmissione di alcune virtù e valori, il racconto di esperienze umane, la testimonianza di una vita: niente ha più valore, niente ha più senso. Il coronavirus sta mettendo a nudo la fragilità e l'inconsistenza della società in cui viviamo, del nostro modo di vivere e di pensare, del peso che non si riesce più a conferire ai sentimenti, agli affetti. Si muore da soli così come si vive da soli. Neanche più il funerale che dovrebbe vuole suggellare "l'eredità di affetti" tra il vivo e il defunto. Siamo diventati solo dei numeri, dei dati biologici e anagrafici. La peste del coronavirus deve aiutarci a rinsavire un pò. Meglio sarebbe che insieme si riscoprisse l'amicizia e la solidarietà, il rispetto delle regole e delle persone, a prescindere dalla loro età e dal loro patrimonio. Di fronte alla pandemia del virus nessuno può sentirsi immune e garantito; nessuno deve sentirsi tracotante e strafottente al punto di pensare di salvarsi da solo. Il coronavirus si combatte e si vince insieme, con maggiore spirito di solidarietà e di  umanità.

 

Pubblicato in La Terza Pagina

 

Ha fatto bene il consigliere comunale Serafino di Palma a presentare una giusta interrogazione sulla delibera di Giunta comunale relativa al programma triennale delle opere pubbliche approvata nei giorni scorsi. L’esponente della coalizione Biancoleone fa bene a chiedersi perché mai l’allegato B della delibera non risulta compilato, un allegato nel quale l’amministrazione comunale avrebbe dovuto inserire le cosiddette “opere incompiute”. Di Palma, Martella e Moraldo hanno fatto bene a chiedere spiegazioni in merito perché, se nello schema adottato dalla Giunta non figurano opere da completare per il 2020 2021 e 2022, ciò significa che alcune opere, edifici e strutture in attesa di essere completate, per i prossimi tre anni non saranno sicuramente completate, anzi, tra tre anni quello che è stato realizzato sarà ulteriormente deteriorato dal tempo, da possibili atti vandalici o dalla mancata manutenzione. Eppure, nonostante ci siano diverse strutture che aspettano solo di essere completate, la Giunta guidata dal Sindaco Di Raimo, il 28 febbraio scorso ha approvato il programma triennale dei lavori pubblici, lasciando in bianco quello delle opere incompiute. Che ne sarà allora, ad esempio, del mastodontico Monastero delle Clarisse ristrutturato esternamente dalla Provincia di Latina ormai 10 anni fa e consegnato al Comune di Sezze? Stiamo parlando di un immenso patrimonio architettonico di oltre 15 mila metri cubi abbandonato alle ortiche. E la casa dei Giovani? Iniziata e abbandonata dal 2015? Per non parlare poi dell’Anfiteatro e di altre opere rimaste cattedrale nel deserto. Lo schema adottato dalla Giunta Comunale, adesso, dovrà essere ratificato dal consiglio comunale. Si spera che ci sia la sensibilità e la lungimiranza di inserire nell’allegato B delle opere da salvare. Quantomeno avremo la speranza che si possano chiedere dei finanziamenti per iniziare qualche opera di completamento.

http://www.lanotiziacondivisa.it/index.php/in-evidenza/item/445-ex-monastero-delle-clarisse-di-nuovo-abbandonato-che-quasi-quasi-ci-riesce-il-monaco

 

I consiglieri comunali del Biancoleone

L'allegato B non compilato

L'Anfiteatro di Sezze

La Casa dei Giovani

 

 

Pubblicato in In Evidenza

 

 

 

“Confusione su confusione, l’amministrazione comunale di Sezze ha perso completamente la bussola”. L'ex presidente della Proloco e portavoce Acqua e Gestione Pubblica di Sezze, Paolo Di Capua, si inserisce nell’agone politico/amministrativo setino a tutto tondo. Di Capua parla delle ultime vicende, che poi rappresentano - dal suo punto di vista - il modus operandi degli ultimi 20 anni delle amministrazioni comunali setine. Sia per la vicenda del monumento a san Lidano che si vuole realizzare a Santa Maria, sia per il Tpl, per i PPI e Pat, che per il servizio idrico, l’ex presidente della Pro-loco di Sezze non ha dubbi. “L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Sergio Di Raimo  - afferma - viaggia a zig-zag e solo ad errori ed omissioni acclarate riconosce l’importanza e la competenza del consiglio comunale”. Per la statua al Belvedere e altre questioni cittadine ha prevalso  “l'assenza di partecipazione democratica” e si ricorda che “il metodo utilizzato produce inevitabilmente distorsioni con effetti negativi su ciò che avviene e sul come dare poi le risposte”. Questo è avvenuto per la vicenda della sicurezza, per quella del cimitero, per l’A&G, per l’Anfiteatro e per il nuovo depuratore. Ma si continua ad andare avanti così “riducendo l’Ente, i cittadini e le imprese ad un impoverimento culturale, morale ed economico”.

Pubblicato in Attualità

 

 

Povertà, degrado sociale e micro criminalità. Fenomeni che viaggiano di pari passo, nelle grandi come nelle piccole comunità. Un fenomeno in forte crescita da diversi anni anche nella nostra città, dove furti in abitazione e altri reati sono ormai frequenti.  Anche se i dati in possesso dalle Prefetture spesso non stimano crescite preoccupanti, i reati ci sono. Il problema è che non vengono denunciati perché è calata purtroppo la fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine.  Nell’ultimo fine settimana, a proposito di reati e degrado sociale, a Sezze infatti sono stati portati a segno diversi furti di rame nelle abitazioni.  A farne le spese molte abitazioni del centro storico, dove tubi di rame e discendenti sono stati rubati in piena notte. E’ accaduto per molte case di via Corradini, in via Garibaldi, in via Pitti, in via San Carlo e altri vicoli adiacenti. Sembra che in giro ci sia una banda di ladruncoli che in piena notte, con il volto coperto, stiano facendo razzia di rame per poi, molto probabilmente rivenderlo. In molti hanno denunciato pubblicamente quanto accaduto, altri invece sembrano rassegnati. Sarebbe il caso che l’amministrazione comunale passasse dalle parole ai fatti mettendo in atto il cosiddetto Controllo di Vicinato. Il sindaco ha già firmato il protocollo con il Prefetto di Latina con l’obiettivo di realizzare un sistema di sicurezza integrata con l'aiuto dei cittadini per segnalare movimenti sospetti in collaborazione con le forze dell’ordine. Speriamo che non resti lettera morta e che si passi alla definizione e all’attivazione di un programma di controllo.

 

Pubblicato in Cronaca

 

Il prossimo 28 febbraio alle ore 11 si terrà la cerimonia di intitolazione a Linda Grassucci dell’impianto sportivo di via Roccagorga. L’amministrazione comunale di Sezze, insieme ai familiari della campionessa di karate che ci ha lasciati lo scorso 23 novembre, ha fissato il giorno della cerimonia pubblica. Linda dopo una lunga malattia se ne è andata a soli 40 anni ma il suo ricordo è sempre vivo in tutti coloro che l’hanno conosciuta ed amata. Resta di lei il ricordo di una donna fantastica che ha lottato con tenacia e con forza, sempre con lo stesso sorriso di sempre. L’intitolazione della struttura sportiva di Via Roccagorga è stata decisa subito dopo la sua morte dalla conferenza dei Capigruppo di Sezze, convocata dal presidente del consiglio comunale Enzo Eramo. All’unanimità tutti i consiglieri comunali di Sezze hanno dato mandato al sindaco Sergio Di Raimo e alla Giunta comunale di deliberare e avviare le procedure per l’intitolazione proprio per il grande valore sportivo ed umano della cara Linda. Adesso è tutto pronto per la cerimonia. La cittadinanza è inviatata a partecipare.

 

Pubblicato in Sport
 
 
 
 
Fertilità, abbondanza, prosperità. Sono questi i valori che incarna la cornucopia sorretta dal leone Nemeo nell’effige setina, la massima espressione di una città florida che si fa carico di difendere e valorizzare le sue ricchezze. È in nome di questi principi che nasce “Cornucopia” una manifestazione prevista per il primo weekend di giugno per celebrare la varietà enogastronomica del territorio setino in un clima conviviale, all’insegna dell’antica tradizione culinaria. L’iniziativa, frutto della sinergia tra le presidenti delle commissioni cultura e attività produttive, Federica Fiorini e Marzia Di Pastina, è stata discussa e approvata nella seduta congiunta delle rispettive commissioni, con l’accoglimento dell’unanimità dei presenti e dell’organo esecutivo. Teatro della manifestazione non poteva che essere il centro storico, dove gli show-cooking dei migliori chef locali si alterneranno alla degustazione dei prodotti tipici, con la possibilità per i visitatori di acquistare le materie prime direttamente dai produttori. “Nello specifico – spiegano le consigliere del partito democratico – la kermesse si articolerà in diverse fasi che avranno come denominatore comune la valorizzazione dell’enogastronomia locale. Il pane, le crostatine di visciole, i broccoletti, i carciofi e i tutti i prodotti caratteristici della nostra tradizione saranno i veri protagonisti, perché riteniamo che rappresentino la più grande ricchezza del nostro territorio e vadano per questo tutelati e promossi, soprattutto – concludono Di Pastina e Fiorini – se si vuole intercettare quella fascia di turisti alla ricerca di eccellenze enogastronomiche che qui potrebbero diventare il volano dell’economia”. Maggiori dettagli sul programma della manifestazione saranno resi noti nei prossimi giorni dai canali dell’amministrazione comunale di Sezze. Nel frattempo, l’impegno delle due consigliere procederà nell’ottica di dare giusto risalto a tutti i frutti della cornucopia setina.
 
Il pane di Sezze
Pubblicato in Attualità
Sabato, 25 Gennaio 2020 18:54

Auschwitz: 75 anni dopo!

 

 

 

 

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe sovietiche entrarono nel lager di sterminio di Auschwitz trovando 7 mila prigionieri ancora in vita: erano quelli abbandonati dai nazisti perché considerati gravemente malati. Fra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di ebrei vennero trucidati dai nazisti con l'obiettivo di creare un mondo purificato da tutto ciò che non fosse ariano. Auschwitz è la testimonianza più atroce dell'estrema miseria e crudeltà del nazismo e dell'uomo. Io ci sono stato con una delegazione di studenti e ho toccato con mano l'orrore di quel lager e di calpestare quel terreno marcato dalle ceneri di almeno 1milione e 100 mila uomini e donne uccisi nelle camere a gas e i cui cadaveri, dopo aver subìto l'esportazione dei vestiti, delle scarpe, dei denti, dei capelli, venivano bruciati in enormi forni crematori. Molti erano bambini. La maggior parte di loro non venne neanche registrata, nell'intento di bruciare ogni traccia. Dai vagoni venivano direttamente avviati alle camere a gas: gli uomini marciavano a sinistra, le donne a destra, i bambini erano con le donne, i neonati venivano crudelmente strappati dalle braccia delle mamme e assassinati dalle SS con le loro mani. Auschwitz: l'epifania del Male, la fabbrica del dolore. Papa Francesco ha visitato quel luogo nel 2016, e ha voluto restare in silenzio. "Dove era Dio?" si è domandato. Primo Levi sosteneva che " se c'è Auschwitz non c'è Dio." Sono domande e affermazioni inquietanti. I carnefici sono veramente esistiti! Non bisogna dimenticare! Mai!

Pubblicato in La Terza Pagina
Pagina 1 di 29