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Ancora una volta la sanità privata è alla ribalta: lo scandalo delle mazzette del professore Roberto Palumbo del Santo Eugenio ripropone le anomalie del dualismo tra sanità pubblica e sanità privata.

Sta diventando sempre più appetibile la sanità privata per i “baronetti” della sanità pubblica, che cercano sempre più di spostare ricoveri e visite verso il privato con la scusa delle liste d’attesa. Le inchieste fatte da Report la dicono lunga sulla funzionalità della sanità nel Lazio, ma anche nelle cosiddette roccaforti del Nord.

La cosa assurda è che assistiamo quotidianamente a denunce da parte di famiglie che, in presenza di diagnosi problematiche e senza alcun approfondimento clinico, vedono i loro cari dimessi dal pronto soccorso e rimandati a casa. In particolare, giovani in crisi acute, che poi sono costretti a rivolgersi al privato per essere curati o ricoverati in strutture a pagamento. Chi ha i soldi ci riesce, chi non può permetterselo rimane senza cure.

TROPPI TAGLI E TROPPI SPRECHI NELLA SANITÀ PUBBLICA, ANCHE NEI SERT, CON LISTE DI ATTESA INTERMINABILI.

Ma la Regione Lazio e la nostra ASL sono in grado di garantire un pronto soccorso e una sanità territoriale all’altezza della situazione? Con il personale che manca e le strutture territoriali che stentano a decollare? Chi dovrebbe salvaguardare queste famiglie e questi ragazzi che cercano di uscire dal tunnel della dipendenza?

Rivolgersi al pronto soccorso del Goretti è diventato una lotteria. Premesso che il pronto soccorso lavora sotto organico da anni, sopperendo con medici e personale paramedico di cooperative, partite IVA o provenienti dai reparti, la situazione è gravissima.

Per i casi più complicati – malati oncologici, dializzati, ma anche tanti giovani in crisi acute che cercano di uscire dalla dipendenza – la situazione è disastrosa. Pur cercando aiuto con i loro familiari nelle strutture pubbliche, non lo trovano. I Sert non funzionano e si è costretti a ricorrere al pronto soccorso, che spesso li rimanda a casa dicendo che “non è di loro competenza”, senza un reale approfondimento clinico. Così, molte famiglie sono costrette a rivolgersi ai privati, affrontando costi enormi. La maggior parte, invece, deve gestire questi giovani in crisi acute tra le mura domestiche.

Il Sert (Servizio per le tossicodipendenze), oggi più propriamente chiamato SerD (Servizio per le dipendenze), dovrebbe essere un servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazionale, che offre prevenzione, cura e riabilitazione per problemi legati all’uso di sostanze o altre dipendenze. Dovrebbe essere accessibile gratuitamente e garantire l’anonimato, tramite un’équipe multidisciplinare.
Il primo contatto dovrebbe avvenire con un assistente sociale, seguito da un’équipe composta da medici, psicologi ed educatori.

In sintesi, il SerD, per legge, dovrebbe essere un punto di riferimento sanitario pubblico per chiunque abbia problemi di dipendenza, offrendo un percorso di cura e recupero completo e riservato. Ma purtroppo non è così. Ai giovani che vogliono uscire dal tunnel della dipendenza (e sono tanti), oltre alla somministrazione del metadone, altro non è dato: se si vuole una visita psichiatrica o psicologica bisogna mettersi in lista d’attesa – quando va bene, oltre sei mesi – oppure pagare privatamente. È assurdo.

Come intende la Regione Lazio affrontare le problematiche del SerD di Priverno e di Latina? Ricordiamo che la provincia di Latina, a livello nazionale, è una delle aree con il tasso più alto di utilizzo di droghe: il 21,2% in carico per l’alcol, l’eroina per il 33,6% dei casi, seguita dalla cannabis con il 14,4% e dalla cocaina con il 13,2%.

È chiaro che nella crisi della sanità pubblica il privato ingrassa, costringendo sempre più famiglie a rivolgersi a strutture private, pagando di tasca propria.

Noi siamo convinti che le strutture private debbano essere riportate a un ruolo integrativo, all’interno di un mandato pubblico universale, e non poste in competizione con il sistema pubblico. È fondamentale che tra strutture come il SerD e il pronto soccorso ci sia comunicazione e non ci si trinceri dietro questioni burocratiche su “di chi è la competenza”.

Se i SerD di Priverno e Latina non funzionano, va fatta una verifica approfondita del loro ruolo. Non possono essere semplicemente luoghi dove si distribuisce metadone.

Pubblicato in L'Approfondimento

 

 

A Sezze c’è un angolo che per chi è nato o cresciuto qui sa di festa e di calma insieme: il Viale delle Rose, la passeggiata che si estende sotto la grande Croce che veglia la città. Per anni, quel viale non è stato curato da squadre comunali o da imprese, ma dalle mani rugose degli anziani del paese. Piantavano, potavano, parlavano di rose e di vita. Con il loro lavoro silenzioso, un semplice belvedere si è trasformato in un luogo colmo di affetto e memoria.

Il Viale delle Rose nacque come opera collettiva negli anni Ottanta (la sua realizzazione viene ricordata nel 1986) e per lungo tempo fu la passeggiata preferita dai setini. Camminando lungo il viale si dominava la pianura, si scambiavano ricordi, e persino le coppie di sposi venivano qui per scattare le loro fotografie, con lo sfondo della valle e le rose a rendere ogni immagine naturalmente perfetta.

Oggi, però, il viale è chiuso da più di vent’anni. Mio figlio, che ha 18 anni, non ha mai avuto la possibilità di entrare in questo luogo, e le nuove generazioni non conoscono nemmeno ciò di cui stiamo parlando. Quel che un tempo era vivo, è oggi un ricordo sbiadito, sospeso dietro un cancello arrugginito.

A dominare il colle sopra il Viale delle Rose è la Croce di Sezze, monumento imponente alto oltre cinquanta metri, donato alla città dalle acciaierie di Terni nel dopoguerra. La Croce è strettamente legata alla tradizione setina della Passione Vivente ed è diventata un faro visivo che segna l’orizzonte dei Lepini. Nonostante i progetti e i finanziamenti passati per interventi nell’area, la manutenzione resta una sfida e il contrasto tra chi desidera restituire splendore a questi spazi e la realtà dei fatti è ancora evidente.

Perché questo luogo conta

Il Viale delle Rose non è solo un’aiuola: è il risultato di cura civile, di un’energia condivisa da chi dedicava tempo e passione al bene comune. È il luogo dove si intrecciano la preghiera della collina, il rito sociale del passeggio e il gesto privato delle fotografie di nozze. Anche se alcune parti sono danneggiate, l’eco di quegli anni è ancora udibile nelle conversazioni del paese, nei ricordi di chi lo ha vissuto e nelle fotografie sbiadite che ne testimoniano la bellezza.

Un invito alla cura e alla memoria

Raccontare il Viale delle Rose oggi significa anche chiedersi cosa possiamo fare per conservarlo, la vera linfa di questo luogo è sempre stata data dalle persone: dai nonni che sapevano dove piantare, dalle chiacchiere lente sulle panchine, dagli sposi che si fermavano un attimo sotto il cielo di Sezze.

Recuperare il viale  significherebbe restituire alla comunità un frammento di sé e delle sue radici.

Il Viale delle Rose è più di un sentiero: è un racconto a cielo aperto, fatto di rose, anziani, fotografie di matrimonio e la Croce che domina la collina. Oggi, quel portone che per decenni segnava l’ingresso è chiuso da oltre vent’anni. Chiuso a chi vorrebbe camminare tra quegli alberi, chiuso ai ricordi delle coppie di sposi, chiuso alle nuove generazioni che non hanno mai potuto vivere questa esperienza. È un’immagine che ferisce: un varco nato per accogliere che ora respinge, una bellezza sospesa dietro una grata arrugginita.

Per questo lanciamo un appello: riaprite almeno il portone che conduce al Viale delle Rose. Restituite ai cittadini ciò che appartiene ai cittadini. Un viale chiuso da più di vent’anni è un ricordo che sbiadisce sempre di più, e le nuove generazioni non devono crescere senza sapere cos’era e cos’è stato questo luogo.

Il Viale delle Rose è parte del cuore di Sezze. Lasciarlo dietro un cancello serrato significa sottrarre alla collettività un frammento della propria identità. È tempo di restituirlo alla sua gente. È tempo di ridargli respiro. È tempo di farlo rivivere.

Pubblicato in Attualità