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di Andrea Santucci
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York non è soltanto una notizia locale: è un segnale politico e culturale che attraversa l’oceano.
Mentre l’America profonda torna ad abbracciare Donald Trump e il suo linguaggio identitario e reazionario, la metropoli simbolo del melting pot globale, mescolanza di culture, sceglie un profilo giovane e progressista, impegnato su giustizia sociale, diritti e inclusione.
Due facce dello stesso Paese, due visioni del mondo che convivono, e si scontrano, all’interno di una democrazia che sembra sempre più divisa tra nostalgia e futuro.
Le differenze non sono soltanto ideologiche, ma geografiche e socio-economiche.
Le aree rurali e industriali impoverite, che si sentono escluse dal benessere e dalla globalizzazione, trovano rifugio nei messaggi di chiusura e protezione.
Le grandi città, invece, dove la diversità è quotidianità e il lavoro ruota attorno ai servizi e ai settori creativi, scelgono l’apertura e l’innovazione.
È la stessa frattura che attraversa molte democrazie occidentali.
La verità è che una certa idea di sinistra non parla più alla sua gente.
Non parla più ai lavoratori, agli artigiani, ai piccoli imprenditori: quella che una volta era la sua base naturale.
In un tempo in cui le categorie economiche si intrecciano alle paure sociali, “destra” e “sinistra” non bastano più.
La vera linea di confine è tra progressisti e conservatori.
I progressisti vivono con un piede nel futuro: credono nella giustizia sociale, nel progresso come riduzione delle disuguaglianze, nella possibilità che la tecnologia e la cultura possano migliorare la vita di tutti.
I conservatori, invece, tengono il cuore e la mente nel passato, cercando rifugio in un mondo ordinato e rassicurante, anche se quel mondo, a ben vedere, non è mai esistito davvero.
È una contrapposizione emotiva prima che politica: speranza contro paura.
Il problema è che la sinistra tradizionale, pur dichiarandosi progressista, ha smarrito il contatto con le persone reali, rifugiandosi in linguaggi astratti e codici morali che non scaldano più nessuno.
Nel frattempo, la destra populista, pur priva di un progetto di società, ha imparato a parlare con semplicità, intercettando il bisogno di appartenenza e sicurezza.
Così oggi accade l’assurdo: chi dovrebbe difendere il cambiamento appare stanco, e chi dovrebbe temerlo ne diventa la caricatura.
E mentre la politica si divide in slogan, la storia continua il suo corso.
Il progresso, come sempre, non chiede il permesso.
Chi pensa di poterlo fermare farebbe bene a ricordare che ogni epoca ha avuto i suoi nostalgici: quelli che guardavano male la stampa, il vapore, l’elettricità, il voto alle donne.
Eppure eccoci qui, a scrivere, viaggiare, votare, segno che la storia, nonostante tutto, non ha mai fatto marcia indietro.
D’altronde, se ci fossimo fermati davvero “ai bei tempi andati”, saremmo ancora nel Medioevo, intenti a discutere se la Terra è piatta o se il progresso sia davvero una buona idea.
Ma il mondo va avanti comunque, anche senza il consenso dei conservatori di ogni epoca.
Perché, in fondo, la vera scelta politica di oggi non è tra destra e sinistra, ma tra chi teme il futuro e chi ha ancora il coraggio di immaginarlo.
