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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del movimento Sezze Bene Comune.

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C’è qualcosa di profondamente significativo nel modo in cui, a Sezze, si sta delineando il confronto politico. In una fase in cui il paese avrebbe bisogno di una proposta chiara, riconoscibile e capace di definire un perimetro politico coerente, si continua a cercare riparo dietro il civismo, come se una lista civica potesse, da sola, risolvere le contraddizioni di una coalizione o nascondere l’assenza di una visione condivisa. Il civismo, quando nasce dalla partecipazione autentica, è una risorsa preziosa per una comunità. Diventa però un limite quando viene utilizzato come un involucro neutro, un contenitore buono per tutti e per nessuno, nel quale si tenta di ricomporre ciò che politicamente non riesce a trovare una sintesi. Perché una proposta amministrativa non può essere soltanto la somma di convenienze, né può prescindere dalle identità, dalle responsabilità e dai valori di chi intende governare.
Il problema di Sezze, prima ancora che elettorale, appare culturale e politico: la difficoltà di anteporre un progetto collettivo alle ambizioni individuali, ai conti rimasti aperti e ai tentativi di riscatto personale.
Da una parte c’è Lucidi, con una maggioranza nella quale, secondo questa lettura, convivono sensibilità e riferimenti riconducibili alla destra, talvolta senza una loro esplicita rappresentazione politica. Una condizione che pone una domanda legittima: quale identità si vuole dare alla proposta di governo e quale rapporto si intende costruire tra le forze che la sostengono e i cittadini che dovrebbero riconoscervisi?
Dall’altra parte si profila un déjà-vu politico che coinvolge Campoli: l’impressione è che si possa risolvere il problema della proposta politica autentica tornando a riavvolgere il nastro della storia, riproponendo equilibri, protagonisti e schemi che appartengono a una stagione di vent’anni fa. Ma la politica non può vivere di sola memoria. Il passato può offrire esperienze e insegnamenti, non diventare l’unico orizzonte possibile. Una comunità che guarda soltanto indietro rischia di non trovare le parole, le idee e le energie necessarie per affrontare il presente. Nel frattempo, Fratelli d’Italia sembra ancora dover chiarire quale strada intenderebbe percorrere: partecipare con il proprio simbolo oppure concorrere attraverso una formazione civica? Non è una questione puramente formale. I simboli rappresentano identità, appartenenze e responsabilità politiche. La trasparenza su questi aspetti è parte integrante del rapporto di fiducia con gli elettori, che hanno diritto di sapere quali forze sostengono una candidatura e quale progetto intendono portare avanti. In questo quadro, il dibattito rischia di restringersi attorno a figure e candidature, anziché svilupparsi sui contenuti. Da una parte, la figura del medico della mutua, evocata come metafora di un paese che sembra cercare continuamente una cura senza riuscire a individuare le cause profonde del proprio malessere politico. Dall’altra, quella del commercialista, associata a una prospettiva che appare concentrata soprattutto sulle dinamiche locali, senza che emerga ancora con sufficiente chiarezza una visione più ampia del futuro della comunità. Le persone, naturalmente, non esauriscono il valore di una proposta politica nelle loro professioni o nelle loro biografie. Il punto è un altro: nessun candidato, da solo, può sostituire un progetto; nessuna storia personale può prendere il posto di una visione collettiva. È proprio qui che si manifesta il rischio più grande: quello di un paese incapace di liberarsi dalla logica personalistica, nel quale ogni passaggio politico viene interpretato attraverso le traiettorie dei singoli, i rapporti di forza, le rivincite e le vecchie appartenenze. Una politica che finisce per parlare soprattutto di sé stessa, mentre i problemi della comunità rimangono sullo sfondo. Eppure, una parte dell’elettorato sembra attendere qualcosa di diverso. Non necessariamente un nome nuovo soltanto per ragioni anagrafiche o anagrafiche-politiche, ma una guida capace di rappresentare una discontinuità reale. Una proposta di sintesi, costruita attorno a obiettivi riconoscibili, accompagnata da una squadra di persone competenti e da un metodo di governo fondato sulla responsabilità, sulla trasparenza e sulla capacità di dare risposte. Il rinnovamento, infatti, non consiste semplicemente nel cambiare candidato o nel ricomporre diversamente le stesse alleanze. Significa cambiare il modo in cui si costruisce una proposta, il rapporto tra politica e cittadini, la selezione delle priorità e la capacità di rendere verificabili gli impegni assunti. Significa, soprattutto, avere il coraggio di dire con chiarezza da dove si parte, dove si vuole arrivare e con quali strumenti. Sezze non ha bisogno di un altro giro dentro il labirinto dei personalismi. Ha bisogno di uscire dal pantano attraverso una prospettiva che sappia tenere insieme identità politica, apertura civica e competenze amministrative. Ha bisogno di una classe dirigente che consideri le differenze un elemento da comporre attraverso il confronto, non qualcosa da nascondere dietro simboli rassicuranti o formule di convenienza. Anteporre l’interesse comune ai riscatti personali dovrebbe essere il faro di ogni percorso politico. Non uno slogan da pronunciare nelle occasioni pubbliche, ma il criterio con cui valutare le scelte, le alleanze e le candidature. Perché il bene di una comunità viene prima delle ambizioni di chi aspira a rappresentarla. La vera domanda, allora, non è soltanto chi guiderà Sezze nella prossima stagione amministrativa. La domanda è quale idea di paese si intenda costruire, quale cultura politica si voglia affermare e se esista finalmente la volontà di superare gli schemi che hanno alimentato divisioni e ripetizioni. Un paese non è malato perché attraversa una fase difficile. Rischia di diventarlo politicamente quando smette di interrogarsi sulle ragioni delle proprie difficoltà e continua a cercare risposte dentro gli stessi meccanismi che le hanno generate. Per uscire da questa condizione serve una scelta di maturità: meno contabilità delle ambizioni personali, meno operazioni costruite sul passato, meno ambiguità sulle identità politiche. E più idee, più responsabilità, più competenze, più futuro.
Perché Sezze merita una proposta politica che non si limiti a occupare uno spazio elettorale, ma sappia finalmente indicare una direzione.
Pubblicato in Politica

 

 

Domenica 11 ottobre, al Museo Archeologico di Sezze, nell’ambito dell’inaugurazione della mostra itinerante «Simulacrum, i Lepini tra Sacro e Profano», promossa dalla Compagnia dei Lepini, ho presentato la mia guida «La Cappella Sistina del popolo. Guida all’Eremo di Santa Lucia e ai suoi affreschi». L’incontro ha visto l’introduzione del presidente Quirino Briganti, i saluti del sindaco Lidano Lucidi e gli interventi miei e della direttrice del Museo, Elisabeth Bruckner, che ha contribuito al volume curandone l’appendice.

Presentare l’eremo nel luogo che custodisce le radici di Sezze significa ritrovare un legame tra storia, territorio e comunità. La guida invita a conoscere un piccolo tesoro che, sulla collina di Villa Petrara, conserva ancora un’atmosfera raccolta, capace di suggerire silenzio e attenzione.

Le sue origini conducono al Medioevo. Una pergamena intorno al 1300 ricorda un’operazione relativa a un terreno del monastero di Santa Lucia; nel 1341 un lascito destina una somma al sostentamento delle monache. Sono testimonianze brevi ma preziose, che restituiscono la presenza di una comunità religiosa e i suoi rapporti con il territorio. Finestre murate, aperture modificate e diverse disposizioni delle pietre raccontano invece le trasformazioni dell’edificio.

Anche gli affreschi si sono formati e arricchiti nel tempo. Per comprenderli, la guida affianca alle immagini attuali le fotografie storiche in bianco e nero conservate nel Catalogo Generale dei Beni Culturali del Ministero della Cultura. Il confronto permette di riconoscere particolari oggi scomparsi, lacune e cambiamenti, distinguendo ciò che i documenti attestano da ciò che l’osservazione suggerisce.

Il percorso di lettura segue tre domande: «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?».

La parete centrale, dietro l’altare rivolto ai fedeli, affronta la prima. La Crocifissione è il fulcro di una comunità raccolta intorno a Cristo, alle sante martiri e ai santi eremiti. Santa Lucia, posta tra l’altare e il Crocifisso, richiama una fedeltà vissuta fino al dono della vita; gli eremiti testimoniano la preghiera e la resistenza alle tentazioni. L’identità si rivela così nelle scelte, nella fedeltà e nell’amore che sappiamo donare.

Sulla parete destra, la Genesi interroga le origini. I riquadri restaurati narrano la creazione del mondo e degli animali, fino ad Adamo ed Eva. Nei due inferiori, oggi coperti dall’intonaco, il racconto proseguiva con il comandamento divino, la tentazione e le conseguenze della disobbedienza. Le fotografie storiche ne conservano tracce: dal dono della vita emerge la responsabilità del nostro modo di abitare il mondo.

L’arco centrale collega la Creazione al destino attraverso l’Annunciazione e il mistero dell’Incarnazione. Il «sì» di Maria apre il cammino della Redenzione; il Bambino, raffigurato già con la croce, richiama il sacrificio di Cristo. Ai lati, Isaia e Luca collegano la promessa dell’Antico Testamento al suo compimento nel Nuovo.

Sulla parete sinistra, il grande Giudizio finale presenta circa cinquanta personaggi in quattro registri sovrapposti. Apostoli, santi, Padri e Dottori della Chiesa, fondatori di ordini e monasteri accompagnano lo sguardo verso la domanda sul destino. San Francesco, riconoscibile dalle stimmate, assume particolare rilievo nell’anno degli ottocento anni dalla sua morte. San Lidano e sant’Ignazio richiamano la storia religiosa di Sezze.

In basso, il racconto arriva all’altezza degli occhi: un angelo accoglie e solleva un’anima salvata, mentre un demonio afferra un dannato e lo trascina verso gli abissi. Due scene che rendono visibile il peso della scelta e conducono alla domanda conclusiva: «E tu, dove vuoi stare?».

Il titolo «La Cappella Sistina del popolo» evoca l’ampiezza del racconto, dalla Genesi al Giudizio finale, e la funzione educativa delle immagini, che trasmettevano la fede anche a chi non sapeva leggere. La guida vuole continuare quel dialogo. Conoscere questo patrimonio significa anche riconoscere ciò che una comunità ha ricevuto e assumersi la responsabilità di custodirlo e trasmetterlo.

Pubblicato in Eventi Culturali