Il Question time serve veramente a qualcosa?
A cosa servono davvero le interrogazioni dei consiglieri comunali se, dopo la risposta in aula, il problema segnalato rimane esattamente dov'era? Questo è quasi sempre quello che accade a Sezze e così, alla fine, anche assistere ai question time è diventato un esercizio spesso noioso, ripetitivo e, soprattutto, poco utile. E mentre i problemi restano, cresce anche la distanza dei cittadini dalla politica. E la sfiducia, alla fine, non nasce dal nulla: nasce anche da tutte quelle domande alle quali, negli anni, non è mai seguita una soluzione.
Il question time, nelle sue diverse forme previste dai regolamenti comunali, dovrebbe essere uno degli strumenti attraverso i quali il Consiglio comunale esercita la propria funzione di controllo e di confronto con l'amministrazione. Un consigliere pone una domanda. Chiede conto di una situazione. Segnala un disservizio. Porta all'attenzione dell'amministrazione un problema che riguarda la collettività. L'amministrazione risponde. Ma poi?
È proprio qui che dovrebbe cominciare la parte più importante. Perché una risposta, per quanto puntuale, non coincide necessariamente con una soluzione. La domanda è solo il primo passo
Un question time può avere un'utilità concreta quando permette di ottenere informazioni, chiarire responsabilità e competenze, conoscere i tempi previsti per un intervento oppure impegnare politicamente l'amministrazione a intervenire. Ma se la questione sollevata rimane irrisolta, il rischio è che il question time si trasformi in un semplice esercizio di parola. Si domanda. Si risponde. Si passa al punto successivo. E il problema resta. A quel punto viene spontaneo chiedersi: qual è stata l'utilità concreta di quella domanda? Non significa che ogni question time debba produrre, seduta stante, un provvedimento amministrativo. Molte questioni richiedono istruttorie, risorse, autorizzazioni o tempi tecnici. Ma proprio per questo dovrebbe esserci una cosa fondamentale: un seguito. Un impegno. Un termine. Un atto. Un intervento. Oppure una spiegazione chiara del perché quel problema non possa essere risolto. Il vero problema infatti è ciò che accade dopo
Il controllo politico-amministrativo non dovrebbe esaurirsi nel momento in cui il consigliere riceve una risposta. Se viene segnalata una strada dissestata, un problema di sicurezza, un disservizio, una situazione di degrado o una criticità nei servizi, il cittadino ha interesse a sapere non soltanto che cosa ha risposto l'amministrazione, ma anche che cosa è stato fatto dopo quella risposta.
Ed è qui che il question time può acquistare un significato completamente diverso. La domanda diventa l'inizio di un percorso di verifica. Se invece ogni interrogazione viene archiviata con la risposta dell'assessore di turno, senza che nessuno torni a verificare l'esito, il rischio è quello di creare una sorta di teatro delle risposte: si parla dei problemi, ma i problemi continuano a rimanere lì.
Ma perché deve essere sempre il consigliere a fare la domanda?
Ed è qui che si apre un'altra questione, forse ancora più interessante: il cittadino può rivolgere direttamente una domanda all'amministrazione? La risposta è sì: alcuni Comuni hanno introdotto nei propri regolamenti il Question Time del cittadino, consentendo ai residenti di presentare direttamente domande al sindaco o agli assessori senza dover necessariamente passare attraverso un consigliere comunale. Non è quindi un'ipotesi astratta. A Jesi, ad esempio, è previsto il question time con i cittadini. A Bagnolo in Piano, nel Reggiano, è stato introdotto uno specifico Question Time del cittadino, con tempi stabiliti per domanda, risposta e replica. A Pescara esiste un regolamento dedicato al Question Time del Cittadino, che prevede la partecipazione diretta del cittadino interrogante durante la seduta.
Sono modelli diversi, con regole e modalità differenti, ma hanno un elemento in comune: il cittadino non è soltanto spettatore della politica comunale. Può diventare direttamente interlocutore dell'amministrazione, e il cittadino purtroppo pero’ non vive di risposte. Infatti il punto rimane sempre lo stesso.
Che a fare la domanda sia un consigliere o direttamente un cittadino, una risposta non è automaticamente una soluzione. Se un problema viene sollevato oggi e tra sei mesi è ancora lì, la questione non può considerarsi conclusa soltanto perché qualcuno ha risposto in aula.
Il ruolo dei consiglieri: fare domande e controllare le risposte
Un consigliere comunale non dovrebbe considerare conclusa la propria iniziativa nel momento in cui ha letto il question time. Se la questione fosse importante, dovrebbe tornare sull'argomento.
Verificare. Chiedere aggiornamenti. Presentare una nuova interrogazione, se necessario. Chiedere conto degli impegni assunti. Perché il controllo non consiste soltanto nel fare domande.
Consiste anche nel verificare le risposte.
IL Question time: non una gara a chi fa più domande
In un Consiglio comunale, il numero delle interrogazioni presentate può dimostrare attenzione e attività politica. Ma il numero, da solo, dice poco. Una politica amministrativa concreta dovrebbe essere accompagnata dalla capacità di trasformare le segnalazioni in percorsi verificabili.
Sarebbe interessante, per esempio, avere una sorta di registro delle questioni aperte:
problema sollevato → risposta dell'amministrazione → impegno assunto → tempi indicati → intervento effettuato → problema risolto o ancora aperto. Uno strumento semplice, ma probabilmente molto più utile di una lunga sequenza di domande e risposte destinate a perdersi nel verbale della seduta.
Perché alla fine conta una cosa sola: il question time ha senso quando mette un problema al centro dell'attenzione pubblica e contribuisce a ottenere una risposta amministrativa concreta. Se invece il problema viene sollevato, discusso, verbalizzato e poi dimenticato, la domanda rimane inevitabilmente sospesa. E con essa rimane sospesa anche la fiducia dei cittadini. Perché amministrare non significa soltanto rispondere alle domande. Significa anche dare seguito alle risposte. Non significa dire che la competenza è di un altro ente significa far si che quell’ente agisca sul territorio comunale. E forse, per capire quanto sia davvero utile un question time, la domanda da porsi non dovrebbe essere:
«Quanti question time sono stati fatti?»
«Quanti dei problemi sollevati sono stati effettivamente affrontati e quanti sono ancora lì?
È VERO: LA DEMOCRAZIA E I DIRITTI SI TENGONO PER MANO
È vero, almeno nella concezione che abbiamo in Europa dal dopoguerra in poi.
La frase “si tengono per mano” descrive bene l’idea di democrazia costituzionale.
Funziona così:
1. La democrazia senza diritti rischia di svuotarsi.
Se per democrazia intendiamo solo “decide la maggioranza”, la maggioranza potrebbe votare per togliere il voto a una minoranza, per chiudere i giornali, per incarcerare gli oppositori. Resta la forma del voto, ma non la sostanza. Per questo le democrazie liberali hanno messo dei paletti che nemmeno la maggioranza può superare facilmente.
2. I diritti senza democrazia rischiano di non durare.
Se i diritti sono concessi dall’alto — da un re, da un giudice, da un leader — senza un meccanismo in cui i cittadini possono partecipare, controllare e cambiare le decisioni, dipendono dalla buona volontà di chi comanda. La democrazia è lo strumento che rende i diritti difendibili e revocabili dal basso.
Per questo le costituzioni moderne fanno due cose insieme:
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dicono come si decide (elezioni, Parlamento, maggioranza);
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dicono cosa non si può decidere nemmeno a maggioranza (libertà di parola, di associazione, uguaglianza davanti alla legge, giusto processo, libertà personale).
Ci sono però due visioni diverse di questo abbraccio, ed è lì che nasce il dibattito.
La visione liberale dice che sono inseparabili. Non c’è vera democrazia senza diritti individuali, e non ci sono diritti stabili senza democrazia. Uno garantisce l’altro.
La visione più maggioritaria o populista dice che a volte entrano in tensione. Se troppi diritti sono intoccabili e decisi dai giudici, la volontà popolare viene limitata. Se la volontà popolare è assoluta, i diritti delle minoranze vengono limitati.
In pratica, quando una delle due mani molla l’altra, lo si vede subito. Senza diritti, la democrazia diventa plebiscito. Senza democrazia, i diritti diventano concessione.
