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Domenica, 11 Ottobre 2026 06:36

Ricordare il 7 ottobre e costruire la pace

 

 

Sono trascorsi tre anni dal 7 ottobre 2023.
Pubblicato in Riflessioni
Sabato, 03 Ottobre 2026 16:48

 

 

A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “Decreto Scuola”, con il quale vengono introdotte una serie di norme, che tuttavia entreranno in vigore dal prossimo anno, che prevedono un tetto del 30% di studenti stranieri iscritti alle prime classi delle primarie, mentre nella scuola secondaria, il limite vale per alunni e alunne “con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni”, sanzioni fino a 1000 euro per chi non impara l’italiano, l’obbligo di seguire corsi gratuiti per i genitori e il divieto di indossare niqab e burqa in aula, violazione questa punibile con sanzioni pecuniarie.
 
Il tema degli alunni stranieri è così entrato prepotentemente nel dibattito politico, anche se non sfugge a nessuno che assume una valenza esclusivamente elettorale, in quanto è stato sollevato manifestamente per racimolare consensi a un anno dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento.
 
Gli studenti stranieri in Italia sono circa 930 mila, poco più di un alunno su dieci, due terzi dei quali peraltro sono bambini e ragazzi nati nel nostro Paese e hanno frequentato fin dall’infanzia le nostre scuole. Francamente parlare di alunni stranieri è un modo piuttosto superficiale di raccontare la realtà e di affrontare una questione assai più complessa, nella quale ha un ruolo dirimente il rispetto dei principi fondamentali della nostra democrazia, sanciti nella nostra Carta Costituzionale.  
 
“L’idea di istruzione-educazione alla base delle norme della Costituzione sull’istruzione, orientata al perseguimento degli obiettivi posti nelle due fondamentali stelle polari rappresentate dall’art. 2 e dall’art. 3, pare caratterizzata come attività che aiuta la costruzione della cittadinanza, oltre a rappresentare la sede nella quale si realizza il diritto fondamentale e irrinunciabile della persona di cui agli artt. 33 e 34.”. Queste parole della Prof.ssa Roberta Calvano, giurista dell’Università La Sapienza di Roma, delineano in maniera precisa, chiara ed incontrovertibile le caratteristiche sostanziali dell’istituzione scolastica sotto il profilo costituzionale. 
 
La scuola ha il compito di fornire agli alunni le competenze culturali per l’esercizio pieno della cittadinanza e, essendo finalizzata alla costruzione di un futuro migliore, è chiamata a leggere e comprendere i fenomeni sociali, culturali ed economici ed a rendere disponibili a tutti ed a ciascuno i linguaggi, e più in generale gli strumenti per interagire con la realtà presente, per apprendere in maniera continuativa e per esprimere se stessi, sia nella dimensione collettiva, garantendo lo sviluppo, la coesione sociale e la libertà, sia nella dimensione della realizzazione strettamente personale. Da questa funzione della scuola non sono escluse le persone con storia migratoria, ma essa è estesa a tutti coloro che stanno dentro il sistema dell’istruzione, a qualunque livello e in qualunque condizione. È per questo che lo slogan “A scuola nessuno è straniero” non è altro che la traduzione e l’inveramento del principio costituzionale: “La scuola è aperta a tutti”.
 
Ogni persona, soprattutto minore, che entra nel sistema scolastico del nostro Paese si mette in relazione con un universo di significati completamente altri rispetto a quelli in cui si è fin lì strutturato, dalla percezione di sé al pensiero, dal cibo al gioco, fino alla relazione con le persone adulte. E questo prescinde dall’essere nato in Italia o all’estero, dall’avere o dal non avere una storia migratoria. La scuola deve prendere atto di questo mondo interiore e predisporsi all’ascolto di esso. Se è vero che numerose sono le norme internazionali e nazionali che disciplinano i diritti da garantire, parimenti la scuola ha il compito insostituibile di trasformare la norma astratta in pensiero e prassi didattico-pedagogica e far si che ogni persona, comprese quelle con storia migratoria, trovi uno spazio sicuro di crescita e di potenziale sviluppo integrale, valorizzando le specificità personali nelle sue infinite variabili.
 
Integrazione e interculturalità devono rappresentare le direttrici imprescindibili dell’istituzione scolastica, che necessita una profonda e ampia rivisitazione del metodo formativo, in cui inserire la dimensione didattico-pedagogica con l’obiettivo di rendere migrante il sapere scolastico, cioè progettato sulle necessità della classe, privato delle rigidità quantitative e aperto ad arricchirsi e a riformularsi grazie alla conoscenza delle realtà culturali di quanti sono seduti in classe. La scuola deve potersi dotare di spazi e approcci per costruire un “noi” culturale diverso dalla somma degli “io” giustapposti l’uno all’altro e trasformare una classe con italiani e stranieri in una classe di persone che apprendono insieme.
 
Ovviamente sarebbe sbagliato nascondere le difficoltà di perseguire un simile obiettivo sotto il tappeto rassicurante ma insidioso di un’irenica e superficiale accoglienza, ma occorre essere capaci di strutturare un percorso di crescita comune, che abbia come protagoniste tutte le persone che compongono la “classe”.
 
All’interno di un simile approccio i saperi disciplinari diventano i mezzi attraverso si concretizza quella crescita, lo spazio di dialogo, magari anche di scontro, una scoperta collettiva continua, in cui ciascuno trova la propria dimensione culturale all’interno di una realtà più complessa, imprevedibile e al contempo generativa di un avanzamento generale condiviso.
 
“Non è solo ciò che condividiamo senza fatica che può unirci, ma ciò che arriviamo ad avere in comune perché ci siamo impegnati a creare una comunità, a trovare l’unità nelle differenze” (Bell Hooks - Insegnare comunità - Meltemi 2022).
 
Domenica, 27 Settembre 2026 05:51

 

 

C’è chi come Antonio Tajani sostiene che devono averle lunghe e chi invece, come Roberto Vannacci, preferisce che non le abbiano proprio: le gonne, per una parte della classe politica italiana, rappresentano dunque il metro di giudizio delle donne.
 
Nel corso dell’incontro tenutosi Formello il vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri ha utilizzato il tema della scelta della donna con cui costruire un rapporto sentimentale e familiare da parte dell’uomo come metafora della politica. Con incredibile nonchalance ha spiegato che tra una ragazza affascinante ma che potrebbe tradire e una invece “meno appariscente”, “più seria”, destinata a essere “una buona madre di famiglia”, in grado di garantire “la stabilità della casa” e che magari indossi “le gonne un po' più lunghe” al figlio consiglierebbe senza dubbio di sposare la seconda. Tale approccio dovrebbe valere anche in politica e dovrebbe rappresentare il motivo fondamentale per cui scegliere il suo partito, per votare Forza Italia.
 
A giudicare dal tono grave e riflessivo di questo suo disquisire non si è trattato affatto di una uscita infelice o di uno scivolone. Il ministro Antonio Tajani ha proposto una simile metafora con profonda convinzione, dando prova in modo inequivocabile di quanto siano ancora radicati fortemente nella politica e nel linguaggio pubblico del nostro Paese determinati stereotipi sessisti, figli di una cultura patriarcale, tutt’altro che morta o addirittura inesistente, come qualcuno vorrebbe far credere.
 
Una donna appariscente, che ama vestirsi con gonne corte ed abiti appariscenti, che magari ha avuto delle storie è considerata poco seria, inaffidabile e sconsigliabile sotto ogni punto di vista. La moglie giusta è invece quella che aspetta il marito a casa, garantisce stabilità alla famiglia, veste in modo morigerato, magari indossa gonne un po' più lunghe, soprattutto sa stare al proprio posto e non oltrepassa i confini stabiliti dallo sguardo maschile.
 
Agli uomini è riconosciuto il diritto di valutare e classificare, alle donne solo quello di essere oggetto di giudizio.
 
In questo immaginario profondamente patriarcale, le donne anziché essere considerate persone libere e autodeterminate, sono ridotte in categorie all’interno delle quali scegliere. Il paragone con il mercato del bestiame può sembrare forte ma purtroppo è assolutamente pregnante, immediato ed inquietante, rivelatore della logica brutale sottostante secondo la quale la donna cessa di essere persona ed è considerata un corpo a disposizione, esclusivamente riducibile ad una funzione.
 
È inutile indignarsi per i continui episodi di violenza perpetrati dagli uomini contro le donne, per i femminicidi, se non viene colpita, tagliata e seccata la radice culturale che li determina, che si alimenta con le parole, gli stereotipi, i ruoli imposti, il controllo dei corpi ed i giudizi beceri e rivoltanti sulla libertà e sul valore delle donne. Per cambiare l’agire delle persone, il nostro agire, dobbiamo abbandonare definitivamente il simbolico attraverso cui continuiamo pervicacemente a leggere la nostra società e cominciare ad adottare un linguaggio nuovo, costruire relazioni rinnovate fondandole sulla libertà e sul consenso, fare nostri i modelli educativi in grado di decostruire gli stereotipi e la cultura politica che riconosce realmente l’autodeterminazione delle donne.
 
È vero il ministro si è scusato immediatamente con chi si è sentito offeso, ha precisato che non voleva oltraggiare nessuno e a riprova della sua considerazione alta delle donne ha ricordato di averne nominate due ambasciatrici in Iran e Afghanistan. A ben vedere ogni volta che un uomo pubblico pronuncia una sciocchezza sulle donne, il nome di una donna conosciuta, nominata, stimata o promossa viene usato strumentalmente per dimostrare che quella sciocchezza non può essere tale.
 
Il problema non sono le intenzioni di Tajani e nemmeno stabilire se sia personalmente un uomo rispettoso delle donne, ma capire che quando un certo sguardo entra nelle istituzioni, anche sotto forma di metafora o di battuta, smette di essere soltanto una gaffe privata e diventa cultura pubblica. Insomma quelle parole sono gravi e da condannare perché provengono da una persona che ricopre un ruolo istituzionale e che dovrebbe essere consapevole che sulle sue spalle grava un’enorme responsabilità politica, dato che non parla mai soltanto a titolo personale, ma rappresenta un modello che contribuisce a costruire l’immaginario collettivo e a fissare ciò che è considerato normale, accettabile, rispettabile. Un’istituzione democratica dovrebbe essere il luogo nel quale questi stereotipi smettono di avere cittadinanza e il dovere primario di contribuire ad un simile risultato è di chi pro tempore le incarna, sempre ed in ogni luogo.

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