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Riceviamo e pubblichiamo una nota del Partito Democratico di Sezze.

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Quello che sta accadendo sui Monti Lepini non può essere affrontato soltanto quando le fiamme sono già divampate.
Il Partito Democratico di Sezze chiede l'apertura immediata di un tavolo tecnico tra Regione, Comuni dei Monti Lepini, Protezione Civile, enti forestali e soggetti competenti, per affrontare l'emergenza e, soprattutto, costruire una strategia permanente di prevenzione.
I Comuni dei Lepini devono fare fronte comune e chiedere alla Regione Lazio un piano straordinario e pluriennale per la prevenzione degli incendi boschivi.
Non basta parlare di mezzi di spegnimento e di interventi in emergenza. Servono risorse per la manutenzione del territorio, la pulizia e gestione della vegetazione, la viabilità forestale, le fasce tagliafuoco, i punti di approvvigionamento idrico, il monitoraggio e il presidio delle aree più vulnerabili.
A quanto ammontano le risorse regionali destinate nel 2026 alla prevenzione degli incendi boschivi? Quante di queste risorse arrivano concretamente sui Monti Lepini? Quanto viene investito nella prevenzione rispetto alle attività di emergenza e spegnimento?
Sono domande alle quali la Regione deve dare risposte precise e trasparenti.
La prevenzione non può essere una dichiarazione d'intenti dopo ogni incendio. Deve diventare una scelta politica, con risorse certe, obiettivi misurabili e responsabilità definite.
I Monti Lepini non possono essere lasciati soli ad affrontare ogni estate la stessa emergenza.

 

 

Pubblicato in Politica

 

 

Prenderà il via il 3 settembre da Ceriara il ciclo di incontri promosso dall’Amministrazione comunale di Sezze per presentare ai cittadini il progetto di realizzazione della nuova toponomastica. Un percorso che attraverserà nelle prossime settimane diverse zone del territorio comunale, con l’obiettivo di spiegare direttamente alla popolazione il lavoro che si sta portando avanti, le ragioni dell’intervento e i passaggi che accompagneranno la sua attuazione. La scelta dell’Amministrazione è quella di portare il confronto direttamente nei quartieri interessati, offrendo ai cittadini la possibilità di conoscere il progetto, comprenderne le conseguenze concrete e porre domande sugli aspetti che riguarderanno le diverse zone. La revisione della toponomastica rappresenta infatti un intervento importante per l’organizzazione del territorio. Una corretta e più chiara identificazione di strade, località e numerazione civica non riguarda soltanto gli aspetti amministrativi, ma incide sulla vita quotidiana dei cittadini e sull’efficienza di numerosi servizi, dalla corretta individuazione degli indirizzi alle consegne, fino alla possibilità per i mezzi di soccorso e per i servizi pubblici di raggiungere con maggiore facilità e precisione abitazioni e attività.

«Quello della nuova toponomastica – spiega il sindaco di Sezze, Lidano Lucidi – è un progetto sul quale l’Amministrazione sta lavorando con grande attenzione, perché sappiamo bene quanto possa incidere concretamente sulla vita quotidiana delle persone. Non vogliamo limitarci ad adottare degli atti e comunicare successivamente le decisioni assunte. Abbiamo scelto di andare nei quartieri, incontrare direttamente i cittadini e spiegare il lavoro che stiamo facendo, quali problemi intendiamo risolvere e quali saranno i diversi passaggi. Sarà anche l’occasione per ascoltare domande e osservazioni da parte di chi quei territori li vive ogni giorno. Mettere ordine nella toponomastica – prosegue il sindaco – significa dotare Sezze di uno strumento più moderno ed efficiente, capace di garantire riferimenti certi e facilmente individuabili. È un lavoro che può apparire esclusivamente tecnico, ma che in realtà riguarda servizi essenziali e situazioni molto concrete: pensiamo alla necessità di individuare rapidamente un’abitazione in caso di emergenza, alle comunicazioni, alle consegne o più semplicemente alla certezza del proprio indirizzo. Proprio per l’importanza dell’intervento riteniamo fondamentale accompagnarlo con un percorso di informazione e confronto con la cittadinanza».

Il primo appuntamento è previsto giovedì 3 settembre a Ceriara. Il calendario proseguirà martedì 8 settembre con un incontro dedicato ai residenti in pianura, giovedì 10 settembre a Sezze Scalo, mercoledì 16 settembre ai Colli, giovedì 17 settembre a Carizia, martedì 22 settembre in località Foresta, giovedì 24 settembre a Boccioni, martedì 29 settembre a Melogrosso e si concluderà martedì 6 ottobre a Crocemoschitto.

Nei singoli incontri saranno illustrati il progetto e le modalità attraverso le quali verrà realizzata la nuova toponomastica, con uno spazio dedicato al confronto con i residenti. «Vogliamo che questo percorso venga compreso e condiviso il più possibile. Per questo – conclude Lucidi – invitiamo i cittadini a partecipare agli incontri del proprio quartiere. La presenza sul territorio e il confronto diretto sono il modo migliore per accompagnare un cambiamento che ha l’obiettivo di risolvere criticità esistenti da tempo e rendere più semplice ed efficiente l’organizzazione della nostra città».

 

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La tragedia di Pietralata e quella solitudine che nessuna presa in carico dovrebbe permettere
Ci sono notizie davanti alle quali è difficile trovare le parole. A Pietralata, a Roma, una famiglia è stata trovata senza vita nella propria abitazione: padre, madre e la loro bambina di cinque anni, affetta da disabilità. Con loro è stato trovato morto anche il cane di famiglia. Le indagini sono in corso e gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi dell’omicidio-suicidio. Ma c'è un elemento che, al di là della cronaca giudiziaria, dovrebbe interrogarci tutti. La famiglia, secondo quanto riferito dal presidente del IV Municipio di Roma, era seguita dai servizi sociali. Ed è proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione che riguarda non soltanto Roma, ma tutto il nostro sistema di welfare. Cosa significa “seguita dai servizi sociali”? Perché una famiglia può essere formalmente "presa in carico" e, nello stesso tempo, sentirsi drammaticamente sola?
La presa in carico non può essere soltanto una pratica, perché quando in una famiglia arriva una disabilità grave, cambia tutto. Cambiano i ritmi della casa, il lavoro dei genitori, il sonno, le relazioni sociali, le possibilità di uscire, di andare in vacanza, perfino la possibilità di ammalarsi.
Perché un genitore che assiste un figlio fragile spesso non può semplicemente dire: oggi non ce la faccio. La disabilità non va in ferie. La necessità di assistenza non va in ferie. La paura non va in ferie.
La stanchezza non va in ferie. E soprattutto la famiglia non va in ferie. Eppure, proprio nei mesi estivi, quando scuole, centri diurni, attività educative e servizi territoriali possono ridursi, interrompersi o cambiare organizzazione, molte famiglie si ritrovano con meno punti di riferimento. È il paradosso dell'estate: per molti è il periodo delle vacanze, per altri può diventare il periodo dell'isolamento. Una famiglia con una persona con disabilità grave può trascorrere settimane praticamente chiusa dentro casa. Non perché non voglia uscire. Ma perché uscire può essere complicato. Perché servono assistenza, trasporto, spazi accessibili, personale formato, attività adeguate. Perché spesso i nonni sono anziani. Perché gli altri familiari lavorano. Perché gli amici, inevitabilmente, hanno la propria vita. E allora rimane il nucleo familiare. Madre, padre e figlio. Tre persone dentro una casa. E il mondo, lentamente, fuori. È qui che la parola solitudine assume un significato molto diverso da quello che normalmente le attribuiamo. Non significa semplicemente non avere amici. Significa non avere una rete capace di sostenerti quando non ce la fai più.
"Era seguita dai servizi sociali" non può essere la frase con cui finisce la nostra riflessione
Che cosa significa concretamente essere seguiti? Un colloquio? Una pratica amministrativa? Un contributo economico? Una visita domiciliare? Un servizio di assistenza? Un progetto personalizzato?
Oppure significa che qualcuno conosce davvero quella famiglia, sa come sta, conosce le sue difficoltà e soprattutto si accorge quando qualcosa cambia? Perché la presa in carico dovrebbe significare questo: non lasciare una persona sola proprio quando la sua rete familiare rischia di spezzarsi. L'estate è proprio il banco di prova del welfare, forse dovremmo smettere di considerare l'estate come una parentesi. Per le famiglie che assistono una persona fragile, l'estate è spesso il momento in cui emergono tutte le fragilità del sistema. Quando finiscono le attività scolastiche. Quando diminuiscono i servizi. Quando chiude un centro. Quando l'educatore va in ferie. Quando l'assistenza viene ridotta. Quando il trasporto si interrompe. Quando le famiglie devono reinventarsi ogni giorno una soluzione. È proprio allora che dovrebbe funzionare una rete territoriale ancora più forte. Non meno forte.
Abbiamo costruito un sistema nel quale, troppo spesso, la famiglia diventa l'ultimo servizio disponibile. È la madre che assiste. È il padre che accompagna. È il fratello che sostituisce. È il nonno che aiuta. È la famiglia che organizza, compensa, copre i buchi. Finché può.
Ma una famiglia non è un servizio pubblico. Non può sostituire indefinitamente assistenza domiciliare, centri diurni, educatori, trasporti, sollievo e servizi territoriali. E soprattutto non dovrebbe essere necessario arrivare all'emergenza perché qualcuno si accorga che quella famiglia è in difficoltà. La tragedia di Pietralata non deve diventare soltanto una notizia di cronaca nera. Deve diventare una domanda politica e sociale. Quante famiglie oggi sono formalmente seguite, ma sostanzialmente sole? Quante affrontano l'estate contando i giorni fino alla riapertura della scuola? Quante non hanno un'ora di sollievo? Quante non sanno a chi telefonare quando la situazione familiare diventa insostenibile? Quante hanno paura persino di ammalarsi perché non c'è nessuno che possa sostituirle? E quante, soprattutto, non chiedono più aiuto perché hanno imparato che chiedere aiuto non significa necessariamente riceverlo? Queste sono domande alle quali non può rispondere soltanto la cronaca. Devono rispondere i Comuni. Devono rispondere le Regioni. Devono rispondere i servizi sanitari. Devono rispondere le cooperative e il Terzo settore. Ma deve rispondere anche la comunità. Perché una famiglia fragile non dovrebbe essere visibile soltanto quando accade una tragedia. Dovremmo accorgerci prima. Quando quella madre smette di uscire. Quando quel padre non parla più con nessuno. Quando quel bambino non frequenta più le attività. Quando una famiglia rinuncia a tutto. Quando una casa diventa il confine del mondo. Non basta essere "presi in carico". Bisogna essere accompagnati.
E forse è proprio questa la lezione più dolorosa che possiamo trarre da Pietralata, senza pretendere di conoscere oggi le cause profonde di quella tragedia: Non basta essere "presi in carico". Bisogna essere accompagnati” Il vero fallimento di un sistema non è soltanto quando non interviene davanti all'emergenza. È quando una famiglia può diventare invisibile prima che l'emergenza arrivi. Quella famiglia non può essere lasciata sola. Mai.

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È assurdo, davvero, e non è una sensazione. Oggi stesso, 31 agosto 2026, i Lepini stanno bruciando di nuovo. Dalle 13 di oggi, foto da Maenza verso Roccagorga, con una colonna di fumo grigio sui crinali, spinta dal vento di libeccio, e poco fa, da Sezze, altra segnalazione: «Riprendono i roghi sui Monti Lepini: ancora fiamme a Sezze».

È una sequenza continua da inizio mese: nella notte del 7 agosto, incendio a Stoccacoglio / via Sorana, a Sezze; il 9 agosto, fuoco sui crinali di Sermoneta, che non si spegneva da 24 ore, con i Canadair in spola; il 12 agosto, Sermoneta «sotto attacco del fuoco: l’incubo si ripete»; il 16 agosto, fronte tra Sermoneta e Sezze, in località Antignana, con Canadair sul litorale di Latina per rifornirsi; il 26 agosto, intervento all’alba a Quarto La Macchia e Sonnino, al quarto giorno di fuoco; il 29 agosto, altro rogo notturno, definito «appiccato», sulle colline di Sezze.

Nei commenti la gente è esasperata e torna sempre la stessa parola: doloso. «E sarà doloso come al solito» è il sentimento dominante.

Perché non si riesce a fare prevenzione? Perché il sistema c’è sulla carta, ma non a terra:

1. Il Piano esiste, ma è vecchio.
Il Lazio lavora ancora con il Piano AIB 2020-2022, approvato con DGR 270, e il modello RISICOLazio per i bollettini, aggiornato solo con proroghe. La legge quadro è la 353/00, che obbliga Regioni e Comuni a fare previsione, prevenzione e lotta attiva, ma poi manca l’attuazione locale sui Lepini.

2. Bosco abbandonato.
Senza pascolo, senza sentieri puliti, senza viali tagliafuoco, il sottobosco diventa una polveriera. Il vento fa il resto.

3. Sorveglianza zero.
Proprio sui Lepini è stato denunciato che le telecamere di videosorveglianza sono ferme da 3 anni. Se non vedi chi sale di notte, non previeni.

Cosa servirebbe davvero per i Lepini: un piano in 7 punti

Questo è lo scheletro che funziona altrove e che qui manca:

1. Catasto incendi comunale obbligatorio e pubblico.
La 353/00 dice che le aree bruciate non sono edificabili né pascolabili per anni. Se Sezze, Sermoneta, Roccagorga e Maenza non pubblicano e aggiornano il catasto, togli l’incentivo al dolo.

2. Manutenzione ordinaria pagata, non volontariato eroico.
Fasce tagliafuoco di 20-30 metri intorno ai borghi, pulizia dei sentieri CAI, decespugliamento delle strade montane come via Sorana. Appalti a cooperative agricole locali e pastori, non solo alla Protezione Civile quando brucia già.

3. Presidi fissi estivi.
Da giugno a metà settembre: vedette, droni termici e squadre AIB dei Lupi dei Lepini / Volontari Vigilanza Ambientale già citati nei report di queste settimane. Devono stare sui crinali, non aspettare la chiamata.

4. Videosorveglianza e fototrappole funzionanti.
Ripristinare la rete e collegarla a Prefettura e Carabinieri Forestali. È deterrenza vera contro il dolo.

5. Patto con agricoltori e allevatori.
Incentivi per chi tiene puliti oliveti e prati, reintroduzione del pascolo controllato. Un oliveto curato è il miglior tagliafuoco.

6. Comunicazione e divieti chiari.
Periodo ad alto rischio prorogato fino al 13 settembre, come stanno facendo altre Regioni; divieto assoluto di abbruciamenti, multe vere.

7. Fondo Lepini.
La Compagnia dei Lepini e i Comuni montani dovrebbero avere un budget triennale vincolato, non contributi a pioggia dopo l’incendio. Con quel budget paghi la manutenzione invernale.

Il 2025 è stato uno degli anni peggiori in Italia, con 965 km² bruciati, quasi il doppio del 2024. Non è più un’emergenza estiva: è un problema strutturale. Sui Lepini si vede prima che altrove, perché la montagna è vicina alle case.

 

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