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Monti Lepini, l’estate dei roghi non finisce: perché continuiamo a inseguire gli incendi invece di prevenirli?

Set 01, 2026 Scritto da 
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È assurdo, davvero, e non è una sensazione. Oggi stesso, 31 agosto 2026, i Lepini stanno bruciando di nuovo. Dalle 13 di oggi, foto da Maenza verso Roccagorga, con una colonna di fumo grigio sui crinali, spinta dal vento di libeccio, e poco fa, da Sezze, altra segnalazione: «Riprendono i roghi sui Monti Lepini: ancora fiamme a Sezze».

È una sequenza continua da inizio mese: nella notte del 7 agosto, incendio a Stoccacoglio / via Sorana, a Sezze; il 9 agosto, fuoco sui crinali di Sermoneta, che non si spegneva da 24 ore, con i Canadair in spola; il 12 agosto, Sermoneta «sotto attacco del fuoco: l’incubo si ripete»; il 16 agosto, fronte tra Sermoneta e Sezze, in località Antignana, con Canadair sul litorale di Latina per rifornirsi; il 26 agosto, intervento all’alba a Quarto La Macchia e Sonnino, al quarto giorno di fuoco; il 29 agosto, altro rogo notturno, definito «appiccato», sulle colline di Sezze.

Nei commenti la gente è esasperata e torna sempre la stessa parola: doloso. «E sarà doloso come al solito» è il sentimento dominante.

Perché non si riesce a fare prevenzione? Perché il sistema c’è sulla carta, ma non a terra:

1. Il Piano esiste, ma è vecchio.
Il Lazio lavora ancora con il Piano AIB 2020-2022, approvato con DGR 270, e il modello RISICOLazio per i bollettini, aggiornato solo con proroghe. La legge quadro è la 353/00, che obbliga Regioni e Comuni a fare previsione, prevenzione e lotta attiva, ma poi manca l’attuazione locale sui Lepini.

2. Bosco abbandonato.
Senza pascolo, senza sentieri puliti, senza viali tagliafuoco, il sottobosco diventa una polveriera. Il vento fa il resto.

3. Sorveglianza zero.
Proprio sui Lepini è stato denunciato che le telecamere di videosorveglianza sono ferme da 3 anni. Se non vedi chi sale di notte, non previeni.

Cosa servirebbe davvero per i Lepini: un piano in 7 punti

Questo è lo scheletro che funziona altrove e che qui manca:

1. Catasto incendi comunale obbligatorio e pubblico.
La 353/00 dice che le aree bruciate non sono edificabili né pascolabili per anni. Se Sezze, Sermoneta, Roccagorga e Maenza non pubblicano e aggiornano il catasto, togli l’incentivo al dolo.

2. Manutenzione ordinaria pagata, non volontariato eroico.
Fasce tagliafuoco di 20-30 metri intorno ai borghi, pulizia dei sentieri CAI, decespugliamento delle strade montane come via Sorana. Appalti a cooperative agricole locali e pastori, non solo alla Protezione Civile quando brucia già.

3. Presidi fissi estivi.
Da giugno a metà settembre: vedette, droni termici e squadre AIB dei Lupi dei Lepini / Volontari Vigilanza Ambientale già citati nei report di queste settimane. Devono stare sui crinali, non aspettare la chiamata.

4. Videosorveglianza e fototrappole funzionanti.
Ripristinare la rete e collegarla a Prefettura e Carabinieri Forestali. È deterrenza vera contro il dolo.

5. Patto con agricoltori e allevatori.
Incentivi per chi tiene puliti oliveti e prati, reintroduzione del pascolo controllato. Un oliveto curato è il miglior tagliafuoco.

6. Comunicazione e divieti chiari.
Periodo ad alto rischio prorogato fino al 13 settembre, come stanno facendo altre Regioni; divieto assoluto di abbruciamenti, multe vere.

7. Fondo Lepini.
La Compagnia dei Lepini e i Comuni montani dovrebbero avere un budget triennale vincolato, non contributi a pioggia dopo l’incendio. Con quel budget paghi la manutenzione invernale.

Il 2025 è stato uno degli anni peggiori in Italia, con 965 km² bruciati, quasi il doppio del 2024. Non è più un’emergenza estiva: è un problema strutturale. Sui Lepini si vede prima che altrove, perché la montagna è vicina alle case.

 

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