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Vannacci o di una politica smarrita

Set 06, 2026 Scritto da 

 

 

Sono mesi ormai che lo spettro di Roberto Vannacci e del suo partito, Futuro Nazionale, si aggira nei palazzi del potere, è oggetto di discussioni nei programmi televisivi, di analisi di politologi e sondaggisti ed occupa intere pagine dei giornali. Si tratta di un fenomeno non nuovo per le modalità con le quali si sta manifestando nello scenario politico del nostro Paese, sembra in crescita progressiva e apparentemente inarrestabile in termini di consensi potenziali e al momento parrebbe smentire quanti hanno sostenuto si trattasse di una scatola vuota, uno dei tanti contenitori di nomi più che di istanze, una bizzarria mediatica passeggera, l’ennesimo prodotto di quella fabbrica dell'indignazione che macina personaggi e li consuma nel giro di una stagione. Il tempo dimostrerà se e fino a che punto Futuro Nazionale sarà capace di radicarsi nel Paese, ma è indiscutibile che la causa di tale affermazione è da ricercarsi nell’abdicazione dei partiti dal proprio ruolo di selezione e formazione di una classe dirigente credibile, nella loro incapacità di offrire ai cittadini luoghi di reale partecipazione e al contempo proposte politiche serie e concrete.  
 
A prescindere da ogni giudizio di merito riguardo il suo programma politico, Futuro Nazionale è un partito sprovvisto di radicamento sociale, di una classe dirigente formata, divenuto il principale fenomeno politico / mediatico del nostro Paese nell’arco di pochi mesi, è guidato da un ex generale in pensione che non ha alcuna esperienza politica, che non ha mai ricoperto un mandato amministrativo per esempio come consigliere comunale, non ha mai militato in partiti politici, salvo la brevissima esperienza nella Lega di cui è stato vicesegretario nazionale e non ha mai avuto alcuna forma di apprendistato nelle istituzioni elettive, ad eccezione dell’elezione al Parlamento Europeo nel 2024 sempre nelle liste della Lega.
 
Una precisazione appare opportuna, onde evitare fraintendimenti. La politica non deve assolutamente costituire un sistema chiuso, una casta che seleziona e coopta alcuni ed esclude altri, che chiude la porta a quanti vengono da fuori. È necessario anzi proprio l’esatto contrario. Il ricambio e l’innesto di competenze nuove costituiscono una linfa vitale e insostituibile per ogni democrazia sana. L’anomalia italiana sta nel fatto che, negli ultimi anni, la politica si auto-alimenta in modo estemporaneo con figure plasmate nel laboratorio mediatico, capaci di catturare consensi sulla base di sentimenti estemporanei, aventi come unica caratteristica una qualche forma di notorietà misurata col termometro dell'umore popolare momentaneo, soprattutto sui social. Il risultato di questa selezione sconclusionata è sotto gli occhi di tutti, come anche i disastri conseguenti. Il nostro Paese meriterebbe una classe dirigente di ben altro spessore, che in verità esiste anche ma a cui troppo spesso non viene riconosciuto alcuno spazio, rappresentata da migliaia di militanti e amministratori locali, uomini e donne, giovani e meno giovani, consiglieri comunali, assessori, sindaci che si sono formati faticosamente nella scuola politica della prossimità ai cittadini e dell’amministrazione dei territori, che sono abituati a misurarsi con i problemi concreti, a scontrarsi con una burocrazia spesso cieca e sorda, che conoscono le difficoltà delle scuole, che subiscono i tanti disservizi dei presidi sanitari, che vivono sulla propria pelle la mancanza di sicurezza, che ogni giorno scendono in trincea e cercano di dare risposte, inventando soluzioni, visto che il più delle volte non hanno a disposizione i mezzi necessari, a questioni generate ad altri livelli e che ad altri livelli dovrebbero essere risolte.
 
L’errore ripetuto della gran parte dei partiti è quello troppo spesso di non concedere né spazio né voce a militanti e amministratori vicini ai cittadini e ci si affida a volti noti, a nomi che “tirano”, a fenomeni mediatici pronti all'uso, a prescindere da idee ed esperienza. La conseguenza è che la politica non sa più produrre personalità autorevoli, capaci di catalizzare consensi in ragione della comprovata capacità nella gestione della cosa pubblica, ma figure che si impongono unicamente in maniera autoritaria. La differenza tra autoritarismo e autorevolezza solo in apparenza è sottile, in realtà è sostanziale e dirimente e rischia di mettere in discussione la tenuta stessa della nostra democrazia. L’autoritarismo è imposizione dall’alto e viene acquistato sul mercato dell'attenzione, del seguito mediatico e della semplificazione comunicativa, ma non ha nulla a che fare con il consenso democratico che deriva dall’autorevolezza che si conquista con il tempo, attraverso la prova faticosa e concreta di elaborare idee e proposte idonee a governare persone e territori.
 
Il dramma della politica odierna è che avendo i partiti abdicato al ruolo di comunità che seleziona, forma e promuove classi dirigenti, un simile vuoto inevitabilmente viene colmato da chi arriva alla leadership portato dall’onda di popolarità estranee alla politica, intesa come ricerca ed elaborazione faticosa finalizzata al bene comune. Si tratta di un problema trasversale a tutti gli schieramenti, che riguarda oggi la destra con Vannacci ma che in passato ha investito anche la sinistra, e continuerà a riproporsi finché i partiti non torneranno a svolgere il ruolo per cui sono stati pensati e voluti innanzitutto dalla Costituzione della Repubblica.
 
Pubblicato in Riflessioni
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