L’EUROPA NEL 2026 TRA IL TRUMPISMO E L’AVANZATA DELLE AUTOCRAZIE
Nel 2026, l’Europa si trova stretta tra un’America sempre più transazionale e punitiva, sotto il secondo mandato di Donald Trump, e un asse di autocrazie sempre più assertivo.
È un cambiamento di fase, non soltanto di toni. Se durante il primo mandato Trump metteva in discussione le alleanze tradizionali, nel secondo sembra utilizzarle sempre più apertamente come strumenti di pressione e di negoziazione.
Perché Trump 2.0 pesa diversamente sull’Europa?
Tre elementi nuovi emergono dai documenti strategici e dalle dichiarazioni di quest’anno.
-
L’Europa vista come un insieme di risorse, più che come un partner. Una delle analisi più citate nelle capitali europee descrive un’amministrazione che tende a considerare l’Europa non tanto come un alleato alla pari, quanto come un insieme di risorse e interessi da sfruttare o acquisire.
-
L’uso sistematico dei dazi come arma politica. Le minacce di pesanti tariffe commerciali, fino alla possibile interruzione degli scambi, in relazione all’eventuale adesione del Canada all’UE, le pressioni sulla Spagna in ambito NATO e la rinnovata richiesta statunitense di controllo sulla Groenlandia mostrano quanto gli strumenti economici e diplomatici possano essere utilizzati per esercitare pressioni sugli alleati.
-
Il documento strategico del dicembre 2025. L’amministrazione statunitense ha pubblicato un testo nel quale l’Europa viene descritta come esposta al rischio di una «scomparsa civilizzatoria» e vengono sollevati dubbi sull’affidabilità di alcuni alleati.
Il cambiamento si riflette anche nell’opinione pubblica: secondo alcune rilevazioni, in sette Paesi dell’UE la maggioranza degli intervistati considera oggi Trump un «nemico dell’Europa». Una percezione che, fino al 2022, era minoritaria.
Chi sono gli attori autoritari in questo scenario?
Non si tratta di un blocco unico e omogeneo, ma di tre fronti distinti, che in alcuni casi si intrecciano.
-
Russia. La guerra ibrida, l’uso dell’energia come strumento di pressione e il conflitto in Ucraina restano elementi centrali della minaccia alla sicurezza europea. Alcuni analisti descrivono l’Europa come stretta tra due leader imprevedibili: Putin, che intensifica la pressione attraverso la guerra e le operazioni ibride, e Trump, le cui scelte possono mettere in discussione gli equilibri transatlantici.
-
Cina, Iran e Corea del Nord. La competizione tecnologica, la produzione e la diffusione di droni, il sistema delle sanzioni e il sostegno, diretto o indiretto, alla Russia contribuiscono a ridefinire gli equilibri internazionali.
-
Le autocrazie opportunistiche e il unilateralismo delle grandi potenze. Un caso emblematico citato nel dibattito del 2026 è quello della cattura di Nicolás Maduro, il 3 gennaio, e della successiva gestione statunitense della transizione venezuelana, con particolare attenzione al controllo delle risorse petrolifere. Una vicenda che solleva interrogativi sull’uso unilaterale della forza e sulle conseguenze per il diritto internazionale, mentre l’Unione europea ha cercato di privilegiare la via diplomatica.
Come si divide l’Europa al suo interno?
Emergono due dinamiche particolarmente rilevanti.
1. Il sostegno esterno alle destre radicali.
Il secondo mandato di Trump non si limita alla critica delle istituzioni europee. Secondo diversi osservatori, l’amministrazione e le reti politiche a essa vicine promuovono anche una convergenza ideologica con forze come AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, Fidesz in Ungheria e Vox in Spagna, attraverso ambienti e iniziative internazionali come CPAC e Foro Madrid.
2. La frattura tra Est e Ovest.
Le diverse sensibilità nazionali nei confronti della Russia, degli Stati Uniti e dell’integrazione europea alimentano divisioni interne all’Unione. In alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale, il confronto politico viene presentato come una scelta tra l’appartenenza europea e altre prospettive geopolitiche, comprese quelle legate a governi nazionalisti e autoritari.
In questo quadro si confrontano due visioni, entrambe presenti nel dibattito politico italiano ed europeo.
-
Gli atlantisti tradizionali sostengono che, senza gli Stati Uniti, non sia possibile garantire una deterrenza credibile. Da qui la necessità di aumentare la spesa per la difesa, rafforzare la NATO e accettare eventuali compromessi commerciali pur di preservare il legame transatlantico.
-
I sovranisti strategici e i sostenitori dell’autonomia europea ritengono invece che proprio la crescente imprevedibilità americana renda indispensabile un’Europa più autonoma, capace di garantire la propria sicurezza e di ridurre le dipendenze nei settori della difesa, dell’energia e della tecnologia.
Che cosa può fare concretamente l’Europa?
Si delineano tre strategie, che non si escludono a vicenda.
-
Autonomia strategica e difensiva. Rafforzare l’integrazione militare europea, sviluppare una produzione comune di munizioni e sistemi d’arma e costruire capacità condivise di difesa aerea. L’obiettivo è poter affrontare eventuali crisi anche nell’ipotesi di una riduzione della presenza militare statunitense in Europa.
-
Diversificazione economica ed energetica. Ridurre le dipendenze strategiche, sia dalle forniture energetiche statunitensi sia dalle terre rare e dai materiali critici cinesi, e rafforzare gli accordi commerciali con partner come Canada, Paesi del Mercosur e India. Il dibattito sulle forniture di diesel e sugli approvvigionamenti energetici dimostra quanto queste dipendenze possano trasformarsi in strumenti di pressione politica.
-
Realpolitik selettiva. Mantenere un dialogo fermo con Trump sui dazi e sugli impegni NATO, evitando però una rottura irreversibile. Allo stesso tempo, gestire i rapporti con Mosca e Pechino con pragmatismo, senza rinunciare alla tutela degli interessi europei, alle sanzioni quando necessarie e alla difesa del diritto internazionale.
E l’Italia?
L’Italia, il cui governo ha cercato di mantenere un ruolo di interlocuzione tra Washington e Bruxelles, viene talvolta indicata come esempio di questa terza via: critica verso alcune scelte statunitensi, ma sostanzialmente allineata sul rafforzamento della difesa e sul contenimento della Russia.
La questione decisiva, tuttavia, è un’altra: l’Europa può continuare a dipendere da un alleato che considera sempre più spesso le alleanze come rapporti commerciali, oppure deve costruire gli strumenti necessari per decidere autonomamente il proprio futuro?
La risposta non può essere una rottura automatica con gli Stati Uniti, né una dipendenza incondizionata da Washington. Deve essere la costruzione di un’Europa capace di difendere i propri interessi, proteggere le proprie democrazie e negoziare da una posizione di forza.
Perché l’autonomia strategica non significa isolarsi dal mondo. Significa non essere costretti a subirne le decisioni.
Prima gli annunci, poi forse i fatti: così la politica perde la fiducia dei cittadini
Promesse, inaugurazioni, fotografie e dichiarazioni d’intenti. Ma quando i risultati tardano ad arrivare, la delusione cresce e le urne si svuotano.
C’è una distanza che, negli ultimi anni, sembra essersi fatta sempre più evidente: quella tra la politica raccontata e la realtà vissuta dai cittadini. La politica comunica, annuncia, promette. Presenta progetti, illustra programmi, rivendica impegni e, spesso, celebra risultati ancora prima che siano concretamente visibili. Ogni iniziativa può diventare un’occasione per raccontarsi, ogni promessa un messaggio da diffondere, ogni fotografia una testimonianza da esibire. Ma c’è una domanda che dovrebbe venire prima di qualsiasi comunicato: che cosa è cambiato davvero per i cittadini? Perché un annuncio non è un risultato. Un progetto presentato non è un progetto realizzato. Un finanziamento ottenuto non coincide automaticamente con un’opera completata. E una promessa, per quanto convincente, non può sostituire la soluzione di un problema.
È proprio in questa distanza che rischia di consumarsi la fiducia.
Quando le parole non bastano più
I cittadini non giudicano la politica soltanto sulla base delle dichiarazioni, ma soprattutto attraverso ciò che vedono ogni giorno: servizi che funzionano o che mancano, strade sistemate o lasciate nel degrado, risposte ricevute o richieste rimaste senza seguito, opportunità create oppure continuamente rinviate. È nella quotidianità che si misura la credibilità di chi amministra. Non è necessariamente il singolo episodio a compromettere il rapporto con le istituzioni. Spesso è la ripetizione: una promessa dopo l’altra, un impegno dopo l’altro, senza che le persone riescano a riconoscere un cambiamento concreto.
A quel punto, anche le comunicazioni più enfatiche rischiano di perdere valore. Non perché i cittadini non abbiano più bisogno della politica, ma perché cominciano a dubitare della sua capacità di rispondere ai loro bisogni.
La sfiducia non nasce dal nulla
I dati aiutano a comprendere la portata del problema.
Secondo l’Istat, nel 2024 soltanto il 22,4% delle persone di almeno 14 anni attribuiva ai partiti politici un livello di fiducia almeno sufficiente. Per il Parlamento italiano la quota era del 40,8%, mentre per il governo nazionale si attestava al 37,3%.
Sono numeri che raccontano una difficoltà profonda nel rapporto tra cittadini e politica, anche se, rispetto al 2012, alcuni indicatori di fiducia risultano migliorati. Il quadro, quindi, non è immobile, ma la distanza rimane significativa, soprattutto nei confronti dei partiti.
Fonte: Istat, Fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024, pubblicato l'8 ottobre 2025.
L'astensionismo: quando il distacco arriva alle urne
La conseguenza più visibile di questa distanza può essere l'astensionismo.
Quando una parte dell'elettorato smette di riconoscersi nell'offerta politica, non sempre sceglie un'alternativa. A volte sceglie di non scegliere, rinunciando a recarsi alle urne.
Alle elezioni europee del giugno 2024, l'affluenza in Italia si è fermata al 49,69%, secondo i dati del Ministero dell'Interno. Meno di un elettore su due ha partecipato al voto.
Naturalmente, l'astensionismo ha molte cause: disinteresse, difficoltà a riconoscersi nei candidati, distanza dai partiti, problemi pratici e convinzione che il proprio voto non possa incidere. Non sarebbe corretto attribuirlo interamente alle promesse disattese. Tuttavia, la sfiducia rappresenta una componente importante del problema.
L'Istat, nel rapporto sulla partecipazione politica in Italia relativo al 2024, ha rilevato che, tra le persone di almeno 14 anni che non si informavano mai di politica, il 22,8% indicava proprio la sfiducia come motivazione. È un dato che merita attenzione: il distacco non riguarda soltanto la scelta di votare o meno, ma può coinvolgere anche l'interesse stesso verso ciò che accade nella vita pubblica.
Le fotografie passano, i problemi restano
C'è poi un aspetto che riguarda il modo in cui la politica si presenta ai cittadini.
La comunicazione è legittima e necessaria. Informare sull'attività amministrativa, spiegare le decisioni, rendere conto delle risorse pubbliche e documentare i risultati sono doveri importanti. Il problema nasce quando la comunicazione sembra diventare più importante del risultato che dovrebbe raccontare. Quando una criticità viene utilizzata soprattutto per annunciare un intervento, quando un'iniziativa diventa occasione di visibilità prima ancora di produrre effetti, quando la presenza pubblica sembra prevalere sulla verifica dei risultati, il rischio è che la politica finisca per parlare soprattutto di sé. E i cittadini, invece, hanno bisogno di altro: tempi certi, informazioni comprensibili, responsabilità chiare e risposte concrete.
La fiducia si ricostruisce con i fatti
La fiducia non si può pretendere e non si recupera attraverso una campagna di comunicazione. Si costruisce nel tempo, dimostrando coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si realizza. Significa riconoscere anche i ritardi, spiegare gli ostacoli, correggere gli errori e rendere pubblici i risultati, senza confondere un obiettivo con un traguardo già raggiunto.
Significa, soprattutto, considerare il cittadino non come un destinatario passivo di annunci, ma come una persona che ha il diritto di sapere, comprendere, partecipare e verificare.
E questo vale a ogni livello: nazionale, regionale e locale.
Il silenzio delle urne deve far riflettere
L'astensionismo non dovrebbe essere liquidato con una semplice constatazione numerica, né interpretato automaticamente come un giudizio identico da parte di tutti coloro che non votano. Dietro ogni assenza possono esserci motivazioni differenti.
Ma una democrazia dovrebbe interrogarsi quando cresce la distanza tra le istituzioni e una parte dei cittadini, quando il dibattito pubblico perde attrattiva e quando sempre più persone non trovano ragioni sufficienti per partecipare.
La politica non ha bisogno di annunciare di più. Ha bisogno di dimostrare di più.
Le parole possono aprire una prospettiva, ma sono i fatti a darle credibilità. Le promesse possono alimentare aspettative, ma soltanto i risultati possono consolidare la fiducia.
E quando tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto si apre una distanza troppo grande, il rischio è che i cittadini smettano di ascoltare.Fino a smettere, un giorno, anche di partecipare.Una domanda, allora, dovrebbe accompagnare ogni annuncio pubblico: non soltanto che cosa promettiamo oggi?, ma che cosa potranno verificare concretamente i cittadini domani?
