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L’EUROPA NEL 2026 TRA IL TRUMPISMO E L’AVANZATA DELLE AUTOCRAZIE

Ott 16, 2026 Scritto da 

 

 

Nel 2026, l’Europa si trova stretta tra un’America sempre più transazionale e punitiva, sotto il secondo mandato di Donald Trump, e un asse di autocrazie sempre più assertivo.

È un cambiamento di fase, non soltanto di toni. Se durante il primo mandato Trump metteva in discussione le alleanze tradizionali, nel secondo sembra utilizzarle sempre più apertamente come strumenti di pressione e di negoziazione.

Perché Trump 2.0 pesa diversamente sull’Europa?

Tre elementi nuovi emergono dai documenti strategici e dalle dichiarazioni di quest’anno.

  • L’Europa vista come un insieme di risorse, più che come un partner. Una delle analisi più citate nelle capitali europee descrive un’amministrazione che tende a considerare l’Europa non tanto come un alleato alla pari, quanto come un insieme di risorse e interessi da sfruttare o acquisire.

  • L’uso sistematico dei dazi come arma politica. Le minacce di pesanti tariffe commerciali, fino alla possibile interruzione degli scambi, in relazione all’eventuale adesione del Canada all’UE, le pressioni sulla Spagna in ambito NATO e la rinnovata richiesta statunitense di controllo sulla Groenlandia mostrano quanto gli strumenti economici e diplomatici possano essere utilizzati per esercitare pressioni sugli alleati.

  • Il documento strategico del dicembre 2025. L’amministrazione statunitense ha pubblicato un testo nel quale l’Europa viene descritta come esposta al rischio di una «scomparsa civilizzatoria» e vengono sollevati dubbi sull’affidabilità di alcuni alleati.

Il cambiamento si riflette anche nell’opinione pubblica: secondo alcune rilevazioni, in sette Paesi dell’UE la maggioranza degli intervistati considera oggi Trump un «nemico dell’Europa». Una percezione che, fino al 2022, era minoritaria.

Chi sono gli attori autoritari in questo scenario?

Non si tratta di un blocco unico e omogeneo, ma di tre fronti distinti, che in alcuni casi si intrecciano.

  • Russia. La guerra ibrida, l’uso dell’energia come strumento di pressione e il conflitto in Ucraina restano elementi centrali della minaccia alla sicurezza europea. Alcuni analisti descrivono l’Europa come stretta tra due leader imprevedibili: Putin, che intensifica la pressione attraverso la guerra e le operazioni ibride, e Trump, le cui scelte possono mettere in discussione gli equilibri transatlantici.

  • Cina, Iran e Corea del Nord. La competizione tecnologica, la produzione e la diffusione di droni, il sistema delle sanzioni e il sostegno, diretto o indiretto, alla Russia contribuiscono a ridefinire gli equilibri internazionali.

  • Le autocrazie opportunistiche e il unilateralismo delle grandi potenze. Un caso emblematico citato nel dibattito del 2026 è quello della cattura di Nicolás Maduro, il 3 gennaio, e della successiva gestione statunitense della transizione venezuelana, con particolare attenzione al controllo delle risorse petrolifere. Una vicenda che solleva interrogativi sull’uso unilaterale della forza e sulle conseguenze per il diritto internazionale, mentre l’Unione europea ha cercato di privilegiare la via diplomatica.

Come si divide l’Europa al suo interno?

Emergono due dinamiche particolarmente rilevanti.

1. Il sostegno esterno alle destre radicali.

Il secondo mandato di Trump non si limita alla critica delle istituzioni europee. Secondo diversi osservatori, l’amministrazione e le reti politiche a essa vicine promuovono anche una convergenza ideologica con forze come AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, Fidesz in Ungheria e Vox in Spagna, attraverso ambienti e iniziative internazionali come CPAC e Foro Madrid.

2. La frattura tra Est e Ovest.

Le diverse sensibilità nazionali nei confronti della Russia, degli Stati Uniti e dell’integrazione europea alimentano divisioni interne all’Unione. In alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale, il confronto politico viene presentato come una scelta tra l’appartenenza europea e altre prospettive geopolitiche, comprese quelle legate a governi nazionalisti e autoritari.

In questo quadro si confrontano due visioni, entrambe presenti nel dibattito politico italiano ed europeo.

  • Gli atlantisti tradizionali sostengono che, senza gli Stati Uniti, non sia possibile garantire una deterrenza credibile. Da qui la necessità di aumentare la spesa per la difesa, rafforzare la NATO e accettare eventuali compromessi commerciali pur di preservare il legame transatlantico.

  • I sovranisti strategici e i sostenitori dell’autonomia europea ritengono invece che proprio la crescente imprevedibilità americana renda indispensabile un’Europa più autonoma, capace di garantire la propria sicurezza e di ridurre le dipendenze nei settori della difesa, dell’energia e della tecnologia.

Che cosa può fare concretamente l’Europa?

Si delineano tre strategie, che non si escludono a vicenda.

  • Autonomia strategica e difensiva. Rafforzare l’integrazione militare europea, sviluppare una produzione comune di munizioni e sistemi d’arma e costruire capacità condivise di difesa aerea. L’obiettivo è poter affrontare eventuali crisi anche nell’ipotesi di una riduzione della presenza militare statunitense in Europa.

  • Diversificazione economica ed energetica. Ridurre le dipendenze strategiche, sia dalle forniture energetiche statunitensi sia dalle terre rare e dai materiali critici cinesi, e rafforzare gli accordi commerciali con partner come Canada, Paesi del Mercosur e India. Il dibattito sulle forniture di diesel e sugli approvvigionamenti energetici dimostra quanto queste dipendenze possano trasformarsi in strumenti di pressione politica.

  • Realpolitik selettiva. Mantenere un dialogo fermo con Trump sui dazi e sugli impegni NATO, evitando però una rottura irreversibile. Allo stesso tempo, gestire i rapporti con Mosca e Pechino con pragmatismo, senza rinunciare alla tutela degli interessi europei, alle sanzioni quando necessarie e alla difesa del diritto internazionale.

E l’Italia?

L’Italia, il cui governo ha cercato di mantenere un ruolo di interlocuzione tra Washington e Bruxelles, viene talvolta indicata come esempio di questa terza via: critica verso alcune scelte statunitensi, ma sostanzialmente allineata sul rafforzamento della difesa e sul contenimento della Russia.

La questione decisiva, tuttavia, è un’altra: l’Europa può continuare a dipendere da un alleato che considera sempre più spesso le alleanze come rapporti commerciali, oppure deve costruire gli strumenti necessari per decidere autonomamente il proprio futuro?

La risposta non può essere una rottura automatica con gli Stati Uniti, né una dipendenza incondizionata da Washington. Deve essere la costruzione di un’Europa capace di difendere i propri interessi, proteggere le proprie democrazie e negoziare da una posizione di forza.

Perché l’autonomia strategica non significa isolarsi dal mondo. Significa non essere costretti a subirne le decisioni.

Pubblicato in L'Approfondimento

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