Studenti, giovani, perfino ragazzini, gran parte provenienti dalle periferie, e italiani di seconda generazione sono scesi in strada spinti dalla rabbia. È una mobilitazione fluida, senza ideologie e appartenenze definite, senza bandiere di partito e leader politici, che dà voce al disagio crescente di una parte sempre più ampia di cittadini che si sente senza rappresentanza.
Gli scontri con la polizia, i danneggiamenti e le distruzioni di beni pubblici e privati, le aggressioni contro le persone sono inaccettabili e rappresentano una rottura del legame civile, che va contrastata e condannata senza ambiguità. Nessun valido motivo di protesta può giustificare la violenza, che anzi finisce per offuscarne e distruggerne il significato, oltre a offrire pretesti a chi vuole ridurre gli spazi della democrazia. Tuttavia dobbiamo compiere lo sforzo di capire le cause del manifestarsi di determinati fenomeni, coglierne le ragioni e mettere in campo tutte le misure necessarie per ricucire un tessuto sociale così profondamente lacerato.
I social sono riusciti nell’impresa di mettere insieme le tante sfaccettature di gruppi giovanili disparati, da quelli più impegnati e politicizzati a quelli che spregiativamente vengono chiamati "maranza", ma tutti accomunati da un evidente e diffuso disagio generazionale che va al di là della protesta per il caro vita o i salari bassi e animati soprattutto dalla percezione di avere meno opportunità rispetto alle generazioni precedenti e dalla sensazione di non essere ascoltati dalle istituzioni. Contrariamente a quanto accaduto in passato, prevale un sentimento di forte diffidenza verso le strutture di partecipazione tradizionali, come partiti e sindacati. La mobilitazione è orizzontale, con canali di partecipazione diversi da quelli anche solo di qualche anno fa.
Questi ragazzi e questi giovani sono cresciuti in mezzo a ripetute crisi economiche, a trasformazioni radicali sociali e culturali, hanno subito il trauma della pandemia, fanno quotidianamente i conti con una inflazione che erode guadagni e speranze e con lavori sempre più precari. Quanti hanno possibilità economiche fuggono all’estero, mentre gli altri, costretti a restare, devono accettare di essere sottopagati e sfruttati. Una vita dignitosa, la possibilità di studiare senza che il reddito familiare limiti o determini le opportunità, un lavoro che permetta di vivere, il diritto ad una casa, l’indipendenza dalla famiglia di origine, la possibilità di costruire relazioni sociali ed affettive stabili e la fiducia nel domani sono le condizioni esistenziali minime che le istituzioni dovrebbero garantire a tutti i cittadini.
Le nuove generazioni che oggi manifestano rappresentano il punto di concentrazione e di caduta di tutte le contraddizioni di un modello economico e sociale che produce ricchezze consistenti ma le concentra nelle mani di pochi, prospetta opportunità ma di fatto impedisce ai più la possibilità di accedervi, esalta l’autonomia individuale ma la sua conquista è per i più una chimera. È su questo terreno che la politica sta mancando gravemente, dimostrando di fatto una debolezza o forse una vera e propria incapacità di comprendere e governare le grandi trasformazioni contemporanee. Su questo terreno si gioca il futuro di tutti noi. L’alternativa è tra la possibilità di renderci protagonisti di una profonda rigenerazione democratica delle nostre società attraverso strumenti rinnovati di partecipazione, condivisione e ridistribuzione del benessere economico e l’attrazione e la conseguente accettazione di risposte autoritarie, che finiscono per essere funzionali unicamente a garantire il mantenimento delle posizioni di privilegio e di potere di gruppi ristretti a scapito della gran parte dei cittadini.
Occorre investire risorse, intervenire sulle disuguaglianze, sulla povertà educativa, sul disagio psicologico e sulla marginalità giovanile e di sempre più ampie fasce di popolazione. Non farlo significa non risparmiare risorse, ma indebolire la democrazia e gravare in prospettiva di costi ben più grandi la stessa collettività.
Se i giovani domandano futuro, la risposta non può essere blindare il presente, inasprire gli strumenti repressivi, estendere la logica emergenziale, introdurre sempre nuove fattispecie punitive come sta facendo il governo delle destre. La sicurezza è un diritto fondamentale e la violenza deve essere impedita. Tuttavia la democrazia si difende garantendo diritti, opportunità, giustizia e possibilità effettive di partecipazione. La politica della paura può funzionare per alimentare il consenso nell’immediato ed imporre cinicamente una torsione in senso autoritario della nostra democrazia, ma certo non interviene sulle cause del crescente disagio sociale.
I partiti devono interrogarsi sulla crisi dei propri strumenti di rappresentanza, sul fatto di aver perso radicamento sociale, capacità formativa, apertura verso nuove esperienze. Il leaderismo esasperato e la verticalizzazione delle decisioni hanno ridotto a parvenza la loro democrazia interna e causato la loro chiusura autoreferenziale. Serve un rinnovamento radicale dei partiti democratici, progressisti e di sinistra, i quali sono chiamati a ritrovare la propria anima, a ritessere i legami con il sindacato, l’associazionismo, il volontariato, il Terzo settore, i movimenti ambientalisti e per i diritti, tornando ad essere presenti nei luoghi di studio e di lavoro, nelle periferie, nelle comunità locali, con l’obiettivo non di impartire lezioni dall’alto, ma di ascoltare, elaborare insieme, organizzare il conflitto democratico e nuove pratiche partecipative.
