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Elezioni regionali. Il partito dell'Astensione si conferma il più forte

Nov 27, 2025 Scritto da 

 

 

Nelle ultime elezioni regionali, con tre vittorie nette dei candidati favoriti — Alberto Stefani (centrodestra), Antonio Decaro e Roberto Fico (centrosinistra) — si è chiuso il voto rispettivamente in Veneto, Puglia e Campania.
Se il risultato appariva scontato fin dagli inizi, a imporsi davvero è stato l’astensionismo, che in queste tornate elettorali ha assunto dimensioni di massa, trasformandosi nel “primo partito” con un’insolita maggioranza assoluta.

Il calo dell’affluenza, stimato intorno al 14% rispetto alle ultime regionali, evidenzia che poco più di quattro elettori su dieci hanno deciso di recarsi alle urne, cifra che segna il distacco sempre più profondo tra rappresentanza politica e Paese reale.

L’astensione elettorale è la rinuncia volontaria alla partecipazione al voto, che può derivare da disillusione, sfiducia nella politica, motivi personali, difficoltà organizzative o disinteresse.
Questo fenomeno, sempre più diffuso, indebolisce la partecipazione politica e i fondamenti democratici della società, contribuendo al calo dell’affluenza registrato nel nostro Paese.

È chiaro che l’elevato astensionismo è considerato una patologia per la democrazia, poiché un’ampia non partecipazione indebolisce il principio di rappresentanza tra eletto ed elettore, minando la legittimità e la solidità del sistema democratico stesso.
Questo fenomeno ha preso piede a partire dagli anni ’70.

Se, finita la guerra, i cittadini italiani si sentivano onorati di poter partecipare alla vita politica della Repubblica dopo anni di dittatura, con l’avvento dei numerosi scandali legati ai partiti, verso la fine degli anni ’70 la fiducia degli aventi diritto ha cominciato a venir meno.

Ecco perché tutti i partiti politici, anziché rivolgersi soltanto ai loro elettori (i tifosi della “curva”), dovrebbero rivolgersi soprattutto a coloro che non vanno più a votare e che occorre evitare di perdere definitivamente su questa strada sbagliata.

Per fare ciò, credo che vada costruita una repubblica delle autonomie ben funzionanti: ciò significa riportare le risorse a livello territoriale, ossia ai Comuni, perché è lì che risiedono i problemi dei cittadini e non nei “salotti buoni”, e riportare le Regioni a svolgere il loro ruolo di programmazione, per il quale sono nate.

Va riconsiderata la legge elettorale, rendendola più vicina ai cittadini, affinché possano decidere e sapere chi li rappresenterà, evitando liste preconfezionate dai segretari di partito. Forse è opportuno adottare una legge che tenga conto delle preferenze, che limiti le liste bloccate e la possibilità delle candidature multiple, e che dica no al “primariato della persona sola al comando”.

Come più volte detto, ciò non significa ritornare al centralismo, ma tentare di riavvicinare tutti coloro che oggi si sono allontanati dal voto, non trovando spazio in politica e sentendosi sempre più sfiduciati da chi dovrebbe rappresentarli.

Pubblicato in L'Approfondimento

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