La pace finta, imposta dal tycoon di Mar–a–Lago e dal suo club di affaristi del Board of Peace, firmata nell’ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh è bastata a tacitare le coscienze, ma si è rivelata solo una grande impostura, un modo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, lasciare mano libera all’occupante israeliano e consentirgli così di portare a termine la pulizia etnica in Palestina.
La popolazione di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria estrema, gli attacchi dell’esercito israeliano non si sono mai fermati, tanti muoiono ogni giorno in una guerra a bassa tensione e nulla è stato fatto per disarmare Hamas, che non ha alcuna intenzione di rinunciare al terrorismo e alla lotta armata, facendosi scudo dei civili.
Il cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, di ritorno da una visita nella Striscia di Gaza, ha parlato di un “disastro assoluto”, di “città rase al suolo, livellate nel vero senso della parola”, ha sottolineato che “Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori e una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono soprattutto i bambini. Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque, ma, anziché andare a scuola, giocano sporchi accanto alle fogne”. Le scuole non possono essere riaperte non solo perché manca tutto, ma soprattutto perché l’esercito israeliano non permette l’ingresso di banchi, matite, quaderni, vetri per le finestre, nel presupposto che tutto ciò potrebbe essere usato dai terroristi della milizia islamista.
Alle violenze degli occupanti israeliani, si aggiungono quelle perpetrate da Hamas, responsabile di pestaggi, minacce, interrogatori e gravi violazioni dei diritti alla libertà di espressione e di protesta pacifica dei palestinesi che, stremati ed esasperati, osano manifestare contro Israele e contro i terroristi islamisti.
I palestinesi hanno subito l’inferno di un conflitto spietato e sanguinario, definito dall’ONU un genocidio e ora sono privati di ogni dignità, costretti a vivere in condizioni drammatiche, nel silenzio e nell'indifferenza dei governi occidentali e di gran parte dei mezzi di informazione. L’impressione è che si sia fatta strada in molti la rassegnazione all'inevitabile e l’accettazione passiva dello sterminio del popolo palestinese, giudicato complessivamente terrorista.
Tuttavia in questi ultimi giorni un fatto ha scosso una parte dell’opinione pubblica. È stata pubblicata sui social una fotografia, scattata e condivisa da un militare israeliano, nella quale il soldato sorride alla macchina fotografica, mostrando il dito medio e nella mano opposta un calzino rosa di piccole dimensioni, inequivocabile richiamo a un bambino. Nel testo che accompagna la foto si esalta in modo cinico la “precisione” nel colpire gli obiettivi considerati più facili, si celebra la violenza dispiegata contro i civili e nello specifico quella indirizzata contro i bambini palestinesi.
Si tratta di un post che non possiamo considerare soltanto un eccesso riprovevole, orrendo e ignobile legato al contesto della guerra o la semplice esibizione di una ferocia individuale, ma un atto di valenza simbolica, inserito in un contesto dove la violazione dei diritti umani è stata più volte accertata e documentata. La posa beffarda del soldato, le parole riportate nel post, “Oggi si mira alla testa, domani al cuore / mi raccomando bersagli piccoli ed a 20 passi, / si vince il doppio se il bersaglio corre, non importa se in mano ha un sasso”, suonano come delle vere e proprie istruzioni di guerra psicologica e di azione, come un invito a passare dall’insulto all’esecuzione. La verità è che siamo in presenza della certificazione del tragico salto di qualità avvenuto nel conflitto palestinese, precisamente dell’avvenuta normalizzazione della disumanizzazione dell’altro, che porta a giustificare la consumazione di qualunque crimine contro l’umanità.
La prova che nella Striscia di Gaza si è stata da tempo superata la linea rossa è data dai numerosi rapporti dei rappresentanti delle Nazioni Unite e delle ONG che, in questi lungi mesi di conflitto armato, hanno documentano attacchi contro bambini e famiglie, con pratiche che includono colpi mirati al capo o al torace, modalità che configurano dei crimini di guerra.
Ad ogni buon conto l’autore del post non si è limitato a vilipendere il volto di un bambino tramite il calzino rosa, esibendo strafottenza e disprezzo per la sofferenza altrui, ma è andato oltre, spostando il suo messaggio dall’infanzia agli adulti quando ha scritto: “domani cambiamo bersaglio, padri o madri non importa / ma il bersaglio è grosso e vale la metà”. La logica utilitaristica e selettiva della vita umana che stilla da queste parole dovrebbe inquietare chiunque si professa custode del diritto internazionale ed è un atto di accusa nei confronti della politica internazionale che con la propria ignavia ha reso possibile il genocidio palestinese.
Soprattutto l’Europa, al di là di qualche timida nota di sanzione verbale, è rimasta ambigua, non ha lesinato sostegni diplomatici e rifornimenti ed è stata estremamente cauta nel prevedere di adottare misure restrittive nei confronti dei criminali che guidano il governo israeliano, contribuendo così a creare ed alimentare il clima di impunità percepita e a legittimare, in nome di ragioni strategiche, economiche o di alleanze, azioni che minano i diritti fondamentali e la tutela dei civili.
Serve un cambio di rotta immediato e netto. Continuare a voltare lo sguardo e a far finta di non vedere, significa rendersi responsabili, per omissione, dell’immane tragedia del popolo palestinese.
