“Non si nasce eguali; si diventa eguali come membri di un gruppo in virtù della decisione di garantirsi reciprocamente eguali diritti. La nostra vita politica si basa sul presupposto che possiamo instaurare l’eguaglianza attraverso l’organizzazione, perché l’uomo può trasformare il mondo e crearne uno di comune, insieme coi suoi pari e soltanto con essi”.
Hannah Arendt – Le origini del totalitarismo – 1951
L’arcipelago di gruppi, partiti e movimenti che si rifanno alla destra radicale vanno raccogliendo ad ogni nuova tornata elettorale, in Italia, in Europa e nel mondo, sempre maggiori consensi. È un neofascismo camuffato, che ha mutato diversi aspetti della propria fisionomia e del proprio modo di operare, ma non la sostanza della propria proposta politica, prospettando come soluzione all’odierna crisi delle democrazie il ritorno a sistemi autocratici. Non si tratta di dissimulazione o di opportunismo, ma di qualcosa di più complesso, della scelta di adattarsi alle mutate circostanze storiche e sociali e di un calcolato mimetismo. D’altra parte il fascismo non è mai stato una ideologia organica ed ha avuto sempre la capacità di intercettare lo smarrimento, di strumentalizzare il disagio delle persone e di fingere di possedere facili soluzioni per consolidare i consensi intorno a se stesso.
Gli esponenti delle destre estremiste e nazionaliste, ostili al pluralismo culturale, politico, sociale ed etico, oggi non si presentano certo con gli stivali lucidi, le camicie brune e il fez in testa. Indossano abiti su misura e sfoggiano una retorica accattivante. Insomma hanno abbandonato il cattivo gusto di certe carnevalate, ostentano sicumera e fanno del buonsenso la cifra distintiva della loro proposta politica, unito alla presunzione di essere i soli a dire le cose come stanno (cioè quasi sempre come non sono!) e di essere capaci di correggere errori e distorsioni della società odierna.
Gli insulti e le volgarità, da respingere e condannare sempre, rientrano nell’ambito della maleducazione e non dell’incostituzionalità. Il sintomo più grave del neofascismo camuffato è il non riconoscere la persona prima delle categorie. I sistemi democratici hanno come assunto fondamentale il riconoscimento della persona come valore in sé e la negazione della possibilità che possa essere frantumata e ridotta in categorie inventariabili: donna, disabile, straniero, omosessuale, povero, fragile. Quando la politica smette di riconoscere i cittadini come titolari di diritti e dignità e li classifica come oggetti di una contabilità da ottimizzare, compatire o scartare, sta preparando il terreno per arrivare all’affermazione della superfluità dell’essere umano.
La nostra Costituzione riconosce ai cittadini pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, assegnando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’guaglianza e impediscono il pieno sviluppo di ogni persona. Pertanto l’inclusione non è un favore dei forti ai deboli e la fragilità non è un incidente della civiltà. Separare per semplificare, catalogare per rassicurarsi, espellere la diversità che turba la normalità, significa negare i valori fondanti della nostra democrazia.
Il neofascismo camuffato invoca la normalità non per amore di giustizia, ma per non sforzarsi di comprendere la complessità. Normale è una parola innocente, ma diventa pericolosa se viene usata per separare gli esseri umani, può indicare ciò che è più frequente, ma può anche insinuare ciò che è giusto, sano, degno di riconoscimento. Definire una minoranza non normale significa negare che essa è una componente pienamente legittima della società e classificarla come anomalia. Il passo successivo al declassare è espellere.
Il riconoscimento della legittima esistenza di maggioranze e minoranze è principio irrinunciabile di ogni democrazia, ma essere maggioranza non significa rivendicare una superiorità morale o escludere il diritto ad esistere della minoranza.
Il neofascismo camuffato non nega a parole la libertà femminile, ma se ne dimentica quando è in gioco il potere. Considera le pari opportunità un artificio, le quote una forzatura, la rappresentanza un fastidio statistico. Si può discutere dello strumento, ma è innegabile che in una società davvero meritocratica le quote di genere non avrebbero ragione di esistere se le condizioni di accesso non fossero truccate, le carriere penalizzate dal genere e dalla maternità, le promozioni decise da oligarchie di uomini e le retribuzioni decisamente diseguali.
Le parole, in democrazia, non sono neutre. È giusto discutere di tutto, dalle categorie giuridiche all’efficacia delle pene, dalle politiche di prevenzione alla protezione delle vittime, ma bisogna farlo con rigore. Se parole come femminicidio, violenza di genere, patriarcato provocano fastidio, se nominare certi fenomeni è considerata una concessione al nemico, la situazione è molto preoccupante.
Il neofascismo camuffato ha il mito rozzo della maggioranza. Decide la maggioranza è il suo mantra. È così, ma la democrazia costituzionale è cosa un po' più raffinata. La maggioranza governa ma non possiede lo Stato, vince le elezioni ma non riscrive la dignità umana, gestisce il potere ma non decide chi merita di essere cittadino, attua il proprio progetto politico ma non lede diritti e libertà.
La democrazia muore non solo quando qualcuno la abolisce con un colpo di stato, ma anche quando si scambia la semplificazione per coraggio, la prepotenza per verità, la volgarità per autenticità, l’incompetenza per libertà.
Il dovere di ogni democratico è resistere al neofascismo camuffato, avendo il coraggio di difendere la dignità di ogni persona anche quando è impopolare, di opporsi al potere che deborda dai limiti posti dalla Costituzione e di lottare sempre per la libertà e la giustizia.
