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Lunedì, 04 Aprile 2022 13:35

Il restauro della facciata di S. Pietro, prospettive di intervento

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(Nella foto la facciata originale e l'orologio) (Nella foto la facciata originale e l'orologio)

 

 

La conservazione nonché il restauro del complesso edilizio dell’acropoli setina è stato sempre oggetto di particolari studi storici ed architettonici riguardanti i principali monumenti che si ergevano attorno a Piazza Margherita ( Ex Collegio gesuitico e Seminario vescovile diocesano; Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo - meglio conosciuta come San Pietro -, piazzetta dell’ex chiesa di San Rocco – distrutta nel 1944 in seguito a bombardamento aereo tedesco - , casa Lombardini , palazzo comunale De Magistris…) .

La questione è tornata molto di moda, diventando un caso molto spinoso da contendere, quando si è dovuto risolvere il problema del restauro della facciata della citata chiesa di san Pietro, malauguratamente “scivolata” , con il trascorrere degli anni, in uno critico stato di decadimento esterno ed interno anche per le burrascose vicende religiose che hanno scosso, anni fa, la parrocchia.

In tempi diversi, e con interventi sempre parziali, sono state adottate soluzioni di tamponatura di varie necessità di restauro( rifacimento tetto e soffitto interno a cassettoni lignei, ristrutturazione pareti ed intonaci vari nella navata e nelle cappelle …, degrado e rovina del campanile e della torre dell’orologio…).

Per il problema del restauro della facciata, che si è posto, sul finire del secolo scorso, con particolare delicatezza e difficoltà, è stata malauguratamente eseguita una frettolosa procedura di recupero e di conservazione architettonica che ha portato ad una soluzione molto discutibile sul piano dell’impatto visivo del complesso e della conformità dell’intervento al progetto originario dei padri Gesuiti.

Per fare un punto sulla situazione di questo problema architettonico-ambientale cerchiamo, ancor ora, di offrire sinteticamente, ai concittadini e studiosi interessati , delle note storiche ed architettoniche della costruzione di tutto questo complesso tessuto edilizio. Ancor oggi manteniamo una pur esile speranza, di poter offrire una riflessione seria e documentata di questa gravosa questione che ha avuto, ahimé, una soluzione poco consona all’originalità costruttiva gesuitica di San Pietro. Alla fine del XVI secolo il governo cittadino di Sezze, per poter trovare soluzione alla mancanza di edifici scolastici nel centro del paese, pensò bene di affidare ai padri Gesuiti del posto la realizzazione di un complesso architettonico che fungesse sia da luogo di istruzione scolastica, sia da residenza religiosa che da collegio gesuitico. A tal fine nel 1589 fu affidato ai Gesuiti di Sezze l’onore e l’onere di impegnarsi nella cosiddetta “Fondazione gesuitica”, mediante un’obbligazione reciproca stipulata il 27 febbraio 1589.

In realtà l’idea di creare un’istituzione religiosa-scolastica era stata del nobile Nicolò Pilorci , allora sindaco e notaio di Sezze, che mise per iscritto, nel proprio testamento datato 23 marzo 1584, la volontà di affidare ai suddetti padri la fondazione di un apposito collegio , soprattutto per i bisogni di pubblica istruzione , erogando loro ben 3000 scudi , con l’obbligo di ultimare l’impresa in dieci anni, trascorsi i quali senza efficaci interventi il lascito doveva intendersi restituito a favore dei legittimi suoi eredi. A tale scopo, quattro anni dopo, il comune setino mise a disposizione dei Gesuiti ben 13.440 scudi ( tremila dei quali provenienti dal citato lascito  Pilorci ) per l’inizio dei lavori :  i restanti 10.000 scudi furono raccolti tramite i proventi dell’affitto dei boschi civici.

Cominciò così un lungo periodo di messa in opera del progetto attraverso continui  lavori che, rguardo alla sola chiesa , si protrassero per ben cinquant’anni. Per quanto concerne infatti l’edificazione della chiesa gesuitica ricordiamo che la posa della prima pietra risale al 1601 mentre la sua consacrazione è datata al 1622, con la chiesa ancora da ultimare : la chiesa infatti venne ultimata soltanto nel 1730 mentre proseguirono ininterrotti i lavori relativi alla residenza collegiale. Senza addentrarci in lungaggini storiche e venendo al nocciolo del discorso diciamo che l’entrata e la facciata di San Pietro, posta quasi ad angolo con piazza “Margerita”, già orto della famiglia De Magistris, nella sua elementare semplicità e funzionalità  corrisponde ad un preciso stile di “architettura povera”, tanto cara ai padri Gesuiti in ossequio al loro  “stile architettonico gesuitico” e praticato in modo così efficace laddove fosse stato possibile approfittare di materiali locali ( pietra calcarea , mattoni e canali ) , a basso costo ma non per questo scadenti , per la realizzazione della struttura progettata , soprattutto utilizzandoli per la composizione della facciata di una chiesa .

Tale metodo e stile gesuitico fu adottato a Sezze dai padri diretti da Claudio Acquaviva che affidò al padre De Rosis, peraltro eminente architetto, la realizzazione del complesso architettonico.

Per la prima costruzione della chiesa, e della sua facciata, furono ordinati e forniti svariati materiali laterizi tra cui ricordiamo una prima messa in opera di 1800 mattoni e di 1000 canali (coppi).

Chi ricorda la struttura esterna di facciata della chiesa di san Pietro , inopinatamente ristrutturata senza rispetto dell’antica struttura in lesene di calcare e di cortina a mattoni , non potrà non biasimare tale intervento di recupero architettonico che ha previsto un’intonacatura di facciata assai discutibile e che , pur rifacendosi ad uno stile costruttivo gesuitico diffuso in molte parti d’Italia , non tiene conto della peculiarità della costruzione setina in cui sono stati usati i locali mattoni e il locale calcare.

L’architetto De Rosis , per i suoi ideali costruttivi di essenzialità messi in atto in tutte le sue opere, adottò per san Pietro il “modo  ideologico” dei gesuiti, una progettazione che prevedeva funzionalità ed economicità costruttiva nonché semplificazione delle forme; una precisa semplificazione , quindi , che doveva distinguere la semplicità di tante famose chiese gesuitiche prima che fossero appesantite da opinabili decorazioni barocche.

La partitura di facciata della nostra chiesa venne quindi inquadrata da un semplice ordine a fasce in pietra calcare. Le ali estreme della facciata presentarono in alto una cornice di poco arretrata rispetto al filo del timpano centrale. E sullo stesso tono costruttivo vennero composti altri elementi decorativi di facciata ( fasce, mensole e modiglioni...).

Precisiamo quindi che ai primi spettatori , quelli che videro la nuova chiesa di san Pietro nei suoi primi anni di costruzione ( 1595-1608) , la suddetta facciata si presentava, fino al 1999, in modo diverso dai nostri tempi. Infatti i mattoni della facciata furono utilizzati e messi a “cortina” in fasce alternate di colore giallo-paglierino e marrone-rossiccio , allo scopo di ottenere un ricercato effetto cromatico. I mattoni utilizzati, appositamente policromi, vennero impiegati quasi a contrappuntare l’estremo rigore della progettazione planimetrica della Chiesa. Anche il timpano posto in cima alla facciata venne impiegato come elemento decorativo per nobilitare la semplicità della costruzione, al di là del suo aspetto sobrio e severo.

L’uso della muratura di mattoni nella facciata di san Pietro avvicina tale chiesa a quella di Ancona, che presenta un medesimo ordine di laterizi. Allo stesso modo la nostra chiesa , sempre per la citata struttura in laterizi, è simile a quella di Arezzo, di Fabriano, di Fermo, di Macerata, di Perugia e di Recanati e, per finire , a quella di Tivoli. Similmente progettate furono anche la chiesa gesuitica di Catanzaro e quella de L’Aquila.

Dove sono andati a finire quei bei mattoni policromi di inizio seicento , o ,se non altro , quei bei mattoncini rossicci , inquadrati appositamente in fasce di locale pietra calcare ? Frettolosamente, inopinatamente e sprovvedutamente ricoperti da un monocromo intonaco che ha sbiancato la facciata di san Pietro “regalandole” , con tale pallore, una  facciata di smunta ottuagenaria ! Tale è risultato l’intervento di restauro effettuato con poco studio, poca pazienza, poca avvedutezza e con poco rispetto dell’impatto ambientale. Ma soprattutto tale intervento è risultato poco rispettoso dell’originario complesso dell’Arce setina e dei canoni costruttivi originari di padre De Rosis e dei padri Gesuiti.

Eppure non erano mancati , né potrebbero mancare ancora oggi, peculiari studi architettonici sulla trasformazione e la conservazione del tessuto dell’acropoli di Sezze che ha quasi definitivamente perduto le sue particolari originalità ambientali ed architettoniche.

Vogliamo qui ricordare , fra tutti , l’immenso lavoro di approfondimento culturale ed architettonico svolto dall’architetto  Giancarlo Palmerio che molto si è profuso per l’analisi e lo studio di restauro e/o recupero di tutto il complesso tessuto che insiste nel centro cittadino, già arce, acropoli del paese, in cui sorse e si sviluppò in periodo romano, attorno al tempio di Ercole, tutta la struttura di Setia, Secia, Sezze.

Tale studioso , ahimè, non è mai riuscito a vedere una pratica applicazione delle sue indicazioni di recupero e restauro di tale complesso setino.

Egli ci ha lasciato, per gli opportuni interventi conservativi, ben tre approfonditi lavori sul Collegio gesuitico e sulla Chiesa di san Pietro. Noi, come lui, speriamo ancora che non tutto sia perduto e che molto ancora si possa recuperare e conservare dell’acropoli setina e della Chiesa di san Pietro, rimettendo tutto agli interventi, ancora possibili , dei dovuti amministratori civili e religiosi. Ai posteri l’ardua sentenza di giudicare quanto detto e fatto finora.

Noi , umilmente, “chiniam la fronte al Massimo Fattor...”,  nell’attesa di sempre possibili lavori ed interventi a tal proposito.

Letto 675 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Aprile 2022 12:49
Carlo Luigi Abbenda

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