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Mercoledì, 21 Febbraio 2024 10:26

Giuseppe Gioachino Belli, storia e sonetti

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Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) è stato un poeta italiano. Nei suoi 2 279 Sonetti romaneschi, composti in vernacolo romanesco, raccolse la voce del popolo romano del XIX secolo. Nacque a Roma nel 1791 nella famiglia benestante di Luigia Mazio e di Gaudenzio Belli. La famiglia ebbe altri tre figli: Carlo, morto a 18 anni, Flaminia, che nacque nel 1801[1] e si fece suora nel 1827, e Antonio Pietro, nato postumo al padre Gaudenzio e morto ancora in fasce.[1] . Nel 1798 i francesi occuparono Roma e i Belli si rifugiarono a Napoli. Ristabilito il potere pontificio, tornarono a Roma e poi, nel 1800, si stabilirono a Civitavecchia, dove Gaudenzio Belli aveva ottenuto un impiego ben retribuito al porto. Quando morì nel 1802, in un'epidemia di tifo petecchiale,[2] lasciò in gravi difficoltà economiche la famiglia, che tornò a Roma, stabilendosi in via del Corso. [3] La madre si risposò nel 1806, ma morì l'anno dopo, e dei figli si prese cura lo zio paterno, Vincenzo Belli [4]. Giuseppe Gioachino dovette interrompere gli studi per impiegarsi in brevi e mal retribuiti lavori di computista presso i principi Rospigliosi e presso l'Azienda Generale della Reverenda Camera degli Spogli[5], impartendo anche qualche lezione privata. Ottenne salario e alloggio nel 1812 presso il principe Stanislao Poniatowski, ma fu licenziato l'anno dopo per contrasti, si ipotizza, con Cassandra Luci, amante (e, successivamente, moglie) del principe. Intanto il Belli aveva incominciato le prime prove poetiche e letterarie. Nel 1805 aveva scritto le ottave La Campagna, un componimento scolastico sulla bellezza della natura, l'anno dopo una Dissertazione intorno la natura e utilità delle voci, poco più di un sunto del Saggio sull'origine delle conoscenze umane di Condillac, laddove si tratta del linguaggio quale elemento espressivo di mediazione tra la sensazione e il pensiero. Altri suoi scritti su alcuni fenomeni naturali, pur privi di importanza scientifica, danno testimonianza della sua curiosità e del suo spirito di osservazione.

Nel 1807 scrisse le Lamentazioni, poemetto di nove canti in versi sciolti, con atmosfere notturne, la Battaglia celtica, entrambe a imitazione del Cesarotti, allora in gran voga, e La Morte della Morte, del 1810, un poemetto scherzoso in ottave, scritto a imitazione del Berni. Nel 1812 Belli entrò con il nome Tirteo Lacedemonio nell'«Accademia degli Elleni», istituto filo-francese fondato nel 1805. Nel 1813 una scissione portò alla fondazione dell'Accademia tiberina, alla quale passò Belli. La nuova Accademia comprendeva gli oppositori dell'Impero, liberali e clericali, ed ebbe tra i membri Mauro Cappellari, futuro papa Gregorio XVI, e il principe Metternich. Quello fu anche l'anno delle seguenti opere: • poemetto di due canti in terzine, d'imitazione del Monti, Il convito di Baldassare ultimo re degli Assirj, • Il Diluvio universale, • L'Eccidio di Gerusalemme, • La sconfitta de' Madianiti, • Salmi tradotti in versi sciolti, • sonetti dedicati all'amico Francesco Spada. Nel 1815 si volse al teatro e scrisse le farse I finti commedianti e Il tutor pittore, nonché I fratelli alla prova, traduzione di un dramma di Benoît Pelletier-Volméranges.

Nel 1816 pubblicò in terzine La Pestilenza stata in Firenze l'anno di nostra salute MCCCXLVIII e, nel 1817, A Filippo Pistrucci Romano. Il 1818 entrò nell'«Accademia dell'Arcadia» con il nome Linarco Dirceo. Il 12 settembre 1816 il Belli, che aveva appena ottenuto un impiego all'Ufficio del Registro, e Maria Conti (1780-1837), vedova benestante, proprietaria di terre in Umbria, si sposarono e si stabilirono in casa Conti a Palazzo Poli, presso la fontana di Trevi. Nella notte del 12 aprile 1824 nacque il loro primo figlio, Ciro.[6] Libero da assilli economici, il Belli poté iniziare una serie di viaggi che lo portarono a visitare Venezia, Napoli, Firenze e, fondamentale per il suo sviluppo artistico, Milano, che visitò nell'agosto del 1827 - dopo aver dato le dimissioni dal suo impiego statale - e dove si trattenne a lungo, ospite di un amico, l'architetto Giacomo Moraglia. A Milano, dove tornò nel 1828 e nel 1829, conobbe le opere di Carlo Porta e comprese la dignità del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere. Dell'Accademia Tiberina fu segretario e, dal 1850, presidente. In questa veste fu responsabile della censura artistica e come tale si trovò a vietare le opere di William Shakespeare. Pochi anni dopo, in una lettera indirizzata al principe Placido Gabrielli, datata 15 gennaio 1861, il Belli delineava la sua concezione del romanesco, definendola «favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo». La lettera faceva seguito alla richiesta, inoltrata su incarico di Luigi Luciano Bonaparte, zio materno del principe, di tradurre in romanesco il Vangelo di Matteo ed è oggi considerata un testo-chiave per comprendere la figura del poeta romano[7] .

Giuseppe Gioachino Belli morì nel 1863, a causa di un colpo apoplettico, e fu sepolto a Roma, al cimitero del Verano. Nel testamento aveva disposto che le sue opere venissero bruciate, ma il figlio non lo fece, consentendo così che fossero conosciute da tutti e per sempre. Il pronipote e artista Guglielmo Janni ne racconterà vita e opere in un opus dattiloscritto di 10 volumi.[8]

I SONETTI ROMANESCHI «Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)

«Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)

«Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti).

L'opera del Belli, principalmente nota per i suoi sonetti, rappresenta con felice sintesi la mentalità dei popolani romani, lo spirito salace, disincantato, furbesco e sempre autocentrico della plebe, come egli la denomina, rendendo con vividezza una costante traduzione in termini ricercatamente incolti delle principali tematiche della quotidianità. L'aspetto ierocratico della Roma dei papi, della Roma del "Papa Re", che incrocia le vicissitudini del popolano nelle ritualità religiose e nelle liturgie giuridiche, nell'immanenza politica come nella sacralizzazione del pratico, è sempre, in ogni verso svolto nell'ottica del vulgus, che sue proprie conclusioni trae secondo quanto di sua percezione. In questo senso è stato discusso se l'opera belliana, come inizialmente accadde, possa ancora toutcourt ascriversi al verismo, che intanto dava migliori prove nella prosa, o se invece non sia il caso di riconsiderarla fra le categorie che, avvicinandosi al picaresco per tematiche e contestualizzazioni, trovano un certo fattore comune nella forma della poesia dialettale italiana.

Da un punto di vista letterario, si tratta della produzione più corposa della poesia dialettale italiana dell'Ottocento, e, in termini linguistici, si tratta di un documento di inestimabile valore sulle mille possibili articolazioni del romanesco, di cui isola un tipo oramai classico, mentre il tempo trascorso ha provveduto a farlo evolvere. A chi vi veda (posizione non maggioritaria) solo un carattere di poesia minore, personalistica, a usi familiari, si contrappone chi vi riconosce il registro storico di una fase culturale popolare, un secolo prima che l'esigenza di catalogare e studiare e, prima ancora, di raccogliere, gli elementi espressivi dei ceti bassi, certamente quelli anche proverbiali, divenisse sentimento diffuso.

Il corpo dei sonetti raggiunge anche un obiettivo non secondario delle opere letterarie, il piacere della lettura, agevolato dalla costante e intrigante trasparenza del personale diletto dell'Autore nella sua estensione. Eppure il realismo è parte del modo narrativo belliano, quantunque non esclusivo. Del realismo Belli fu certo attento osservatore, avendone peraltro selezionato materiale per il suo Zibaldone, ma l'inclinazione verso una satira di sistema, velenosa proporzionalmente alla presunta impossibilità di portare a moralistica "redenzione" i cattivi costumi che punge, sposta la classificabilità verso parametri solo apparentemente più "leggeri", e difatti dell'opera si hanno inquadramenti nelle categorie dell'umorismo, della "cronica", del lazzo e - per estremo - della letteratura scandalistica. Come per altre opere di tutte le letterature, al piacere di degustarne l'arguzia, si è spesso aggiunta la morbosità per la dirompente frequenza di ricorso a termini e locuzioni, o proprio a situazioni tematiche, di drastico scandalo.

Al Belli che di fatto componeva un'opera moralisteggiante, senza limiti e senza rispetto delle inibizioni "morali" della letteratura ufficiale, con l'aggravante di essere egli censore ufficiale per ragioni di pubblica moralità, non si riconobbe se non sottovoce, quasi clandestinamente, valore letterario, almeno sin quando (nella seconda metà del Novecento) la cultura ufficiale non prese atto, restituendolo come nozione, che presso il popolo erano in uso il turpiloquio e la semplificazione in senso materiale delle tematiche riguardanti la religione (il "Timor di Dio"), il pudore sessuale e altri argomenti di pari delicatezza. I sonetti, 2 279 per circa 32 000 versi - più del doppio dei versi della Divina Commedia dantesca -, sono spesso accostati alla proverbialistica poiché nel loro complesso dipingono con ampiezza di dettaglio la filosofia dei Romaneschi del tempo (da non confondersi con i Romani, ai quali il Poeta diceva di appartenere), costituendone impercettibilmente, come dall'Autore stesso dichiarato, "monumento".

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Carlo Luigi Abbenda

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