Forse nessuno pensava che avremmo visto una guerra. Così, dopo due anni di pandemia, di lockdown, di didattica a distanza, di isolamento sociale, di prospettive depressive, di pessimismo diffuso, di catastrofismo incipiente.
L’invasione dell’Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, la brutalità della guerra, la paradossale umanità che essa mostra, facendo emergere sentimenti primari, scelte radicali, obblighi di identificazione, la riflessione sul destino, sulla vita o sulla morte e gli effetti che tutto ciò può avere sul destino dei giovani.
Tanti giovani, oggi, lottano, fuggono per una speranza di sviluppo, di libertà e di democrazia in un Paese povero ma colto e orgoglioso: probabilmente si considerano in salvo, destinati a un futuro radioso. E invece.
I nostri giovani, con minore drammaticità, ma forse con non minore consapevolezza, si ritrovano anch’essi a rimettere in discussione un ordine costituito che tanto ordinato non è, una giustizia sociale internazionale che tanto giusta non si è mostrata.
Abituati a confrontarsi seriamente con problemi globali drammatici, che le generazioni che li hanno preceduti, i loro padri e le loro madri, hanno creato e di cui non sono state capaci di gestire gli effetti negativi, soprattutto sugli equilibri ecologici, sul cambiamento climatico e sulla consapevolezza dell’interconnessione di tutto, non hanno avuto maestri e si sono dovuti creare le proprie guide, i propri leader, che mostrano una consapevolezza maggiore di molti tra i loro genitori, figli invece del baby boom e di adolescenze protette.
Tutto il contrario di quello che vivono gli adolescenti di oggi, di quello che hanno sperimentato in questi anni: la chiusura tra le mura di casa, la mancanza di libertà e, anzi, l’obbligo di distanziamento sociale, orizzonti economici che si restringono.
Forse è per questo che vediamo genitori equidistanti, vagamente e genericamente pacifisti, «né con Putin né con la NATO», viziati dal loro stesso benessere e dai privilegi acquisiti, che non vogliono accettare di metterli in discussione (per quanto alcuni possano stare male, i loro figli, con certezza, staranno peggio; mentre i giovani di allora avevano la concreta speranza di stare meglio).
Con maggiore consapevolezza delle cose, sembra che i ragazzi di oggi stiano dalla parte della radicalità delle scelte e della capacità di prendere posizione.
Nessuna ambiguità e la capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto, la voglia di schierarsi per il primo contro il secondo, lottando, certo.
Ecco allora che va fatta una riflessione: nessuno si salva da solo. La giustizia ambientale e quella sociale, il consumismo e la geopolitica, la libertà personale e le relazioni internazionali, il diritto di fuga e il dovere di accoglienza, la sovranità nazionale e l’hackeraggio senza confini impongono a tutti gli organismi – locali, nazionali e internazionali – di dare una risposta ai nostri giovani.
