Il PNRR, alla data del 30 giugno, certifica che gli oltre 12 miliardi investiti nelle Case di comunità sono stati un fallimento del Governo.
Purtroppo i numeri sono impietosi: su 1.037 Case di comunità da realizzare, un numero già ridotto rispetto alle 1.350 previste inizialmente, stando all'ultima rilevazione dell'AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ad oggi solo 781 strutture hanno almeno un servizio attivo.
Solo 204 Case di comunità rispettano gli standard di presenza medica e solo 216 quelli relativi alla presenza infermieristica. Il numero di strutture pienamente operative, secondo gli standard previsti, è di appena 66: un dato addirittura imbarazzante.
Nella nostra provincia, ancora oggi, nonostante gli annunci rassicuranti, le liste d'attesa aumentano; anche il TAR dà torto a Rocca e il pronto soccorso continua a essere al collasso.
Questi dati sono ancora più gravi se osserviamo la distribuzione di queste strutture nei 21 centri di spesa, creati ad arte. Nelle regioni del Nord la percentuale di strutture almeno parzialmente operative, rispetto a quelle previste, è significativamente superiore a quella delle regioni del Sud.
Basti pensare che la Lombardia conta già 186 strutture operative e il Veneto 102, contro le 48 messe in cantiere in Calabria, di cui non è nota l'operatività, e le 54 attive in Sicilia su 146 previste. Nel Lazio sono 115 su 122 quelle costruite o ristrutturate, ma la piena operatività è ancora lontana ed è tuttora in fase di definizione.
Un discorso a parte merita il personale: invece di formare professionisti con competenze specifiche per lavorare in queste strutture, il Governo ha trasformato le Case di comunità negli uffici dei medici di famiglia, sottraendoli ai territori dove queste fondamentali figure professionali sono già carenti.
Una soluzione inadeguata che, in ogni caso, non basterà neanche a coprire il fabbisogno di personale medico e infermieristico di queste strutture. Secondo le prime stime, mancano già oltre 2.500 medici e 7.000 infermieri per farle funzionare.
Io, personalmente, non ho mai creduto che le Case di comunità avrebbero risolto il problema delle liste d'attesa o le criticità dei pronto soccorso. Credo, soprattutto, che la sanità debba essere riportata a livello nazionale e debba essere pubblica, unica e universale per tutti. Ci costerebbe anche meno, altro che!
Basta con questo stillicidio a livello regionale. La politica deve prendere atto del fallimento della regionalizzazione della sanità. Va assolutamente rivisto il Titolo V della Costituzione, che ha permesso la creazione dei 21 centri di spesa a livello regionale e ha allontanato la sanità dai territori, facendo aumentare le liste d'attesa, i costi, gli sprechi e le clientele politiche. Inoltre, ha contribuito a costruire una sanità caratterizzata da diseguaglianze nell'accesso alle cure, che non garantisce un'assistenza più vicina ai bisogni dei cittadini. Ci troviamo di fronte a strutture formalmente realizzate ma, di fatto, inutilizzabili, con un ulteriore aumento dei costi e il continuo esodo del personale medico e infermieristico verso il settore privato, mentre i cittadini sono sempre più spesso costretti a curarsi fuori regione.
