Con la sentenza n. 12458/2025, depositata il 24 giugno 2025, il TAR Lazio ha stabilito che un minore con disabilità residente nel territorio del ASL RM 5 e del Comune di Colleferro ha diritto all'elaborazione di un “Progetto di vita individuale” da parte delle istituzioni: un piano che preveda sostegno educativo, riabilitativo e sociale, come previsto dall'articolo 14 della Legge 328/2000.
Il valore economico indicatore per garantire le attività necessarie al minore è stato fissato dal TAR in circa 20.000 euro annui — una cifra che i giudici VEDONO “non insormontabile” per un'amministrazione locale, e che non può essere subordinata a motivazioni di bilancio quando in gioco ci sono diritti fondamentali. Nonostante la pronuncia, né l'ASL né il Comune di Colleferro hanno dato piena esecuzione al provvedimento. Invece di avviare il Progetto di vita e garantire i sostegni indicati, le istituzioni — pur definendo la proposta della famiglia “rispondente alle necessità di vita” — hanno sostenuto di non avere risorse economiche e di non disporre di “decreti attuativi definiti e chiari”.
Ma non solo non è arrivato l'aiuto: le amministrazioni hanno deciso di impugnare la sentenza presentando appello al Consiglio di Stato.
Il paradosso economico: 21.000 euro per difendersi
Il dato più clamoroso di tutta la vicenda — che ha fatto scattare l'indignazione della famiglia e delle associazioni per i diritti delle persone con disabilità — riguarda i costi legali sostenuti dal Comune di Colleferro per fare ricorso. La parcella dell'avvocato incaricato per l'appello ammonta, sorprendentemente, a 21.000 euro: cioè — e qui sta l'assurdo — oltre l'intero valore annuo stimato dal TAR per garantire al minore un anno di sostegni .
Da un lato, dunque, la famiglia aspetta da anni che vengono attuati diritti fondamentali già riconosciuti dal giudice. Dall'altro, l'amministrazione spende più per contestare la decisione che non per attuarla. Un paradosso che, come sottolinea l'ANFFAS Nazionale, mette in luce l'incoerenza tra la retorica delle istituzioni sul diritto alla dignità delle persone con disabilità e la concretezza delle scelte amministrative. "L'intera vicenda - sottolineano dall'ANFFAS - soprattutto per gli effetti che continua a produrre sul minore con disabilità e sulla sua famiglia, che a distanza di tanto tempo non dispone ancora di un Progetto di vita adeguato ai propri bisogni, apre sicuramente una riflessione più ampia sulla sua gestione complessiva. Ciò che colpisce, infatti, è che il Comune di Colleferro, anche in qualità di Comune capofila del Distretto Sociosanitario RM5/6 (Delibera di Giunta n. 144 del 17 luglio 2025), abbia ritenuto opportuno incaricare un legale per il giudizio innanzi al Consiglio di Stato, sostenendo un costo pari a quello necessario per garantire l'intero anno di sostegni previsti dal Progetto di vita del minore»".
Una questione di principio: diritti inalienabili o conti da pareggiare?
La vicenda non riguarda solo un singolo caso: è emblematica di un problema più ampio, che riguarda l'intero sistema di tutela delle persone con disabilità grave. Il TAR Lazio, con la sua decisione, ha ricordato che la realizzazione del diritto fondamentale a una vita dignitosa non può essere in nessun modo compressa per ragioni di bilancio. Eppure — come scrivere l'ANFFAS e la famiglia — la strada resta un calvario: ricorsi, rinvii, costi legali, tempi lunghi. Il risultato è che un bambino con disabilità resta sospeso tra diritto riconosciuto e concreto abbandono istituzionale".
L'appello al Consiglio di Stato e la speranza di una svolta
Con il ricorso al Consiglio di Stato, la palla torna nelle mani delle istituzioni: tra pochi mesi si deciderà se confermare la sentenza del TAR o ribaltarla. Ma, per quel bambino e la sua famiglia, l'attesa — e la sospensione della loro vita — continua.
Per questo, la vicenda merita un'attenzione pubblica decisa: non solo come caso isolato, ma come simbolo della necessità di trasformare davvero in diritti concrete le norme che proteggono le persone con disabilità. Da genitori «Continuiamo a lottare perché un giorno i nostri figli non hanno più bisogno di una sentenza per essere considerati PERSONE».
