A partire dalle 17.30 inizia la maratona di lettura dedicata a Il nome della rosa di Umberto Eco da parte di 108 lettori. L'evento, a 10 anni dalla scomparsa di Umberto Eco, è promosso dalla Compagnia teatrale "Le Colonne" e si terrà presso il museo archeologico di Sezze.
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Rileggendo Il nome della rosa mi sono convinto che una delle lezioni più attuali lasciateci da Umberto Eco riguardi il nostro modo di cercare la verità e, soprattutto, di decidere che una cosa è vera.
Nel novembre del 1327, in una remota abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, Guglielmo da Baskerville indaga sulle misteriose morti osservando gli indizi, formulando ipotesi e confrontandole con i fatti, pronto ad abbandonarle quando la realtà le smentisce. Il suo dubbio non è nichilismo, negazione della verità, ma metodo per cercarla: non confondere ciò che pensiamo della realtà con la realtà stessa.
Proviamo ad applicarlo al potere di oggi, a ogni livello: dall'Unione europea ai governi nazionali, dalle Regioni ai Comuni. Il metodo non può cambiare secondo chi governa o secondo le nostre simpatie politiche.
Nell'epoca dei social un frammento della realtà può essere separato dal contesto, trasformato in slogan e ripetuto fino a diventare più convincente del fatto originario. È il passaggio dal fatto al racconto, amplificato da un sistema mediatico tutt'altro che neutrale.
Prendiamo Ceuta. Una reale crisi migratoria diventa l'immagine di un'Europa assediata, mentre Ceuta si trova geograficamente in Africa e i dati sugli sbarchi raccontano una realtà più complessa. Il fatto esiste, ma la cornice nella quale viene inserito può cambiarne il significato.
Un esempio ancora più delicato viene dalla guerra in Ucraina. Droni, missili o sconfinamenti vengono talvolta attribuiti immediatamente al nemico prima che siano concluse le verifiche. Il caso del missile caduto nel 2022 a Przewodów, in Polonia, mostra bene il problema: inizialmente presentato come possibile escalation russa, fu successivamente ricondotto, dalle verifiche eseguite dalle autorità internazionali preposte, a un missile ucraino.
Ed è proprio questo il punto: la prima notizia resta spesso nella memoria; la rettifica arriva dopo e riceve molta meno attenzione.
Anche l'informazione deve quindi essere sottoposta allo stesso metodo. Il caso di Sigfrido Ranucci e Report pone una domanda legittima: quando il servizio pubblico interviene sull'attività di un giornalista d'inchiesta, quali sono le ragioni, le prove e i criteri adottati? Affermare senza prove l'esistenza di una regia unica dell'informazione tradirebbe proprio il metodo di Guglielmo. Ma altrettanto sbagliato sarebbe rinunciare a fare domande.
Ed è qui che Guglielmo diventa scomodo. Quali sono i fatti? Qual è la fonte? Che cosa manca? Chi ci sta raccontando questa storia? Saremmo disposti a cambiare opinione se i fatti contraddicessero ciò in cui crediamo?
Lo stesso problema si riproduce, in piccolo, nei messaggini che ci scambiamo ogni giorno. Frasi brevi, risposte immediate, affermazioni e controaffermazioni: spesso non cerchiamo più di capire l'altro, ma soltanto di replicare e avere l'ultima parola.
Guglielmo ci insegna il contrario: ascoltare, dubitare, verificare e persino riconoscere di avere sbagliato. Eco ci offre l'immagine estrema di Jorge da Burgos, che, pur di impedire che una verità diversa dalla propria possa circolare, finisce per provocare l'incendio della biblioteca che voleva difendere.
Oggi siamo raggiunti ogni giorno da milioni di notizie, immagini, post e messaggi. Non possiamo verificarli tutti, ma possiamo imparare a non confondere la prima versione con la verità definitiva.
La verità non appartiene a nessuno, ma la sua ricerca è responsabilità di tutti. Il pericolo per una democrazia comincia quando smettiamo di pretenderla.
